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A&C 1-2019: L’ABRUZZO DELLE FONTANE IN GHISA

Posted by on giu 4, 2019 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Pratola Peligna (AQ), un dettaglio della fontana di piazza Madonna della Libera

Pratola Peligna (AQ), un dettaglio della fontana di piazza Madonna della Libera

Dall’analisi del materiale fotografico raccolto in occasione di vari sopralluoghi, e successivamente catalogato nell’archivio della Fondazione Neri, è emersa una sorprendente scoperta: la presenza, in Abruzzo, di numerose fontane monumentali in ghisa concentrate in un’area circoscritta, di modeste dimensioni. Fontane ubicate anche nei centri più piccoli, compresi quelli difficilmente raggiungibili per le asperità del territorio, in prevalenza montuoso.  Prodotte tra metà ‘800 e inizi ‘900, esse rappresentano un patrimonio unico, che non ha eguali in Italia e che rischia di andare perduto in assenza di adeguati interventi conservativi.

I risultati delle attività di ricognizione, confronto e analisi dei dati informativi disponibili, si possono trovare sull’ultimo numero di Arredo & Città (1-2019) che presenta: la mappatura dei manufatti; una ricca documentazione fotografica che ne evidenzia la figura e i dettagli di rara bellezza, la descrizione di ogni fontana, con i riferimenti storico-culturali che ne sono stati l’ispirazione.  http://www.arredoecitta.it/it/

Le fontane d’Abruzzo sono l’espressione artistica, e industriale, di un’epoca, poiché furono realizzate dalle più grandi e famose fonderie europee, fatto che allinea questa regione d’Italia a molte altre città, anche del Sudamerica e dell’Asia. Protagonista indiscussa è la fonderia francese della Val D’Osne che ha legato il suo nome a opere straordinarie ampiamente documentate sulla rivista come, ad esempio, i due esemplari di Pratola Peligna, ricchi di sculture antropomorfe e animali, le “fontane di giugno” (o meglio de l’Été ) installate a San Demetrio, Magliano e Ortona dei Marsi, o ancora la fontana situata, nel centro di Scurcola Marsicana, che ha per protagonista un’aggraziata statua di Venere.

Magliano de' Marsi (AQ), la fontana de l’Été

Magliano de’ Marsi (AQ), la fontana de l’Été

Pratola Peligna (AQ), la ninfa Galatea sormonta la fontana di piazza Garibaldi

Pratola Peligna (AQ), la ninfa Galatea sormonta la fontana di piazza Garibaldi

La fontana di Scurcola Marsicana (AQ), dettaglio della Venere

La fontana di Scurcola Marsicana (AQ), dettaglio della Venere

Mentre il lavoro prendeva forma ci si è resi conto che era necessario, considerata l’importanza del materiale, farlo conoscere al grande pubblico. È così che dalle fontane è stato tratto lo spunto per creare un itinerario turistico che intende in primo luogo segnalare la loro presenza, ma nello stesso tempo offrire l’occasione per scoprire le emergenze storico-artistiche e naturalistiche che caratterizzano le 23 località interessate.

 

L'Abruzzo delle fontane in ghisa: itinerario turistico

L’Abruzzo delle fontane in ghisa: itinerario turistico

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Architettura e design: Ignazio Gardella

Posted by on mag 28, 2019 in Architettura e Design, Arredo Urbano | 0 comments

Interno del Padiglione di Arte Contemporanea (PAC) di Milano, Ignazio Gardella, 1954

Interno del Padiglione di Arte Contemporanea (PAC) di Milano, Ignazio Gardella, 1954

Recentemente, in più occasioni, abbiamo avuto modo di parlare della comparsa di nuovi materiali che a partire dalla metà del ‘900 andarono a sostituire la ghisa nella produzione dei pali destinati a sostenere i corpi illuminanti.

Particolarmente interessante è il caso dei lampioni disegnati nel 1964 dall’architetto Ignazio Gardella, appositamente per piazza San Babila a Milano (Arredo & Città 1-2018. http://www.arredoecitta.it/it/riviste/ss9-luce-sulla-via-emilia/)

Si compongono di un basamento sagomato in marmo su cui s’innesta un’originalissima colonna, formata da steli in acciaio agganciati tra loro, che funge da sostegno per un grappolo di globi luminosi posizionati sulla cima. Un progetto che è davvero originale per quegli anni nel tentativo, perfettamente riuscito, di pensare a nuove “forme di luce”, capaci di parlare il linguaggio della modernità, in dialogo con l’architettura e l’urbanistica dell’epoca.

Lampione in acciaio a più globi luminosi, piazza San Babila, Milano

Lampione in acciaio a più globi luminosi, piazza San Babila, Milano

Moderna può essere definita la visione dell’architettura che ha contraddistinto tutta l’attività di Ignazio Gardella (1905-1999). A vent’anni esatti dalla sua morte, il figlio Jacopo ha voluto ricordare il padre con una sorta di reportage che, attraverso richiami storici, critico-estetici e letterari, fornisse una chiave di lettura della cultura architettonica che ha caratterizzato gran parte del Novecento italiano. L’idea di fondo di Gardella consisteva nel combinare innovazione e tradizione in un processo di ricerca che coinvolgesse, oltre alla funzionalità dell’opera, anche i suoi significati e i suoi valori. Nei confronti del progetto d’architettura, ha saputo mantenere un atteggiamento empirico, non dogmatico ma duttile, per tenere nella massima considerazione le esigenze del committente, i caratteri del luogo e le tradizioni costruttive locali.

Tra le opere che recano la sua firma, e che hanno segnato la storia dell’architettura italiana, sono da ricordare l’edificio del Dispensario antitubercolare di Alessandria (1936), esempio di razionalismo rigoroso ma non scolastico; la Casa degli impiegati della ditta Borsalino, sempre ad Alessandria (1948), progetto che mostra un rinnovato interesse per la tradizione e per il recupero della storia; il Padiglione di Arte contemporanea di Milano (1954).

 

Dispensario antitubercolare, Alessandria (1936)

Dispensario antitubercolare, Alessandria (1936)

Nella sua lunga carriera Gardella si è occupato anche di design, applicato sia all’arredo urbano –  i lampioni di piazza San Babila ne rappresentano l’espressione più significativa – sia alla produzione di mobili e oggetti “sperimentali” per interni, innovativi nell’impiego, privo di preconcetti, di materiali tradizionali e nuovi, spesso accostati in modo del tutto insolito. Un esempio le lampade a parete prodotte per la ditta Azucena negli anni ’60, dove l’uso della lacca, dell’ottone cromato lucido e del cristallo, rivelano una costante ricerca di luminosità, brillantezza e trasparenza.

Lampada disegnata da Gardella per la ditta Azucena (anni '60)

Lampada disegnata da Gardella per la ditta Azucena (anni ’60)

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Tra il buio e il gas – L’illuminazione ad olio di Venezia

Posted by on mag 16, 2019 in Arredo Urbano, Luce | 0 comments

La tradizione vuole che Venezia sia rimasta al buio – o tutt’al più illuminata dalla luna e da qualche sporadico lumicino posto sotto le immagini sacre dei sottoportici – fino all’inizio del Settecento.

L’idea di un sistema di illuminazione organico della città si deve a un nobile di nome Stefano Lippomano che nell’autunno del 1719, con l’appoggio dei  bottegai dell’area marciana, fece inserire sulle pareti esterne dei negozi i cosiddetti ferali, i primi fanali ad olio.

I ferali, primi fanali ad olio per l'illuminazione notturna di Venezia

I ferali, primi fanali ad olio per l’illuminazione notturna di Venezia

Nel volgere di pochi anni  la novità venne allargata a tutte le contrade, abitazioni comprese, nonostante l’iniziale sollevazione degli scodega, gli accompagnatori notturni forniti di lume portatile che prestavano servizio a pagamento e che si videro improvvisamente messi da parte. Le cronache del tempo riportano notizie di veri e propri atti vandalici contro i fanali e i bracci in ferro ai quali erano appesi.

Il primo “impianto” di illuminazione prevedeva un finanziamento mediante contribuzioni volontarie, provenienti in larga parte da privati facoltosi, alle quali col tempo si andarono ad aggiungere le riscossioni dell’imposta “sopra i ferali” da parte del magistrato alle pompe , chiamato a gestire questa nuova attività, in parallelo alla sua funzione principale di prevenzione degli incendi.  Dai registri del magistrato traspare l’esigenza di tenere illuminata Venezia per tutta la notte: lo richiedeva la popolazione, non solo per aumentare la sicurezza notturna, ma anche per garantire un maggior decoro cittadino.

All’accensione, spegnimento e corretto funzionamento dell’impianto provvedevano, sempre per ordine del magistrato, i soprastanti alli fanali che utilizzavano i vari tipi di olio in commercio:   l’olio di balena, di lino, di rapa, ma anche quello ottenuto dalla spremitura delle olive, il migliore e di conseguenza anche il più costoso di tutti. I suoi pregi erano la possibilità di bruciare più a lungo  e di emanare una luce molto più chiara e brillante.

Con la fine della Repubblica, a partire dal 18 aprile 1797 furono i nuovo padroni della città, gli austriaci, ad occuparsi direttamente  della gestione del servizio di illuminazione. La materia passò alla Deputazione interna polizia strade, canali e illuminazione della città che continuò a sovraintendere l’impianto esistente. Solo nel 1843 l’olio verrà definitivamente soppiantato dall’introduzione del gas-luce.

Lo scodega (a sinistra) accompagnatore notturno dotato di lume portatile e un soprastante alli fanali (a destra) addetto al corretto funzionamento dell'impianto di illuminazione a olio

Lo scodega (a sinistra) accompagnatore notturno dotato di lume portatile e un soprastante alli fanali (a destra) addetto al corretto funzionamento dell’impianto di illuminazione a olio

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La notte porta luce nella storica New Orleans

Posted by on apr 24, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

New Orleans, Canal Street

New Orleans, Canal Street

Più grande di Pennsylvania Avenue a Washington, o del Mall a Londra. Canal Street, nel cuore di New Orleans, è la più ampia strada commerciale d’America. Alla fine degli anni ’20 il nuovo progetto illuminotecnico, che rientrava nell’ambito di un rinnovamento urbanistico della nota arteria cittadina, coinvolse amministratori e potenti uomini d’affari, intenzionati a dar vita a un sistema di illuminazione efficiente, ma anche bello e in grado di trasformare il volto notturno di New Orleans.

Si volevano sostituire i pali di fine Ottocento con nuovi esemplari in acciaio che oltre a illuminare la strada dovevano sostenere i cavi elettrici del tram. Canal Street si componeva di tre corsie per ciascun senso di marcia, con un doppio binario al centro per il passaggio dei tram.

La scelta finale cadde su prodotti della Union Metal Manufacturing Co., società di Canton (Ohio) specializzata nella produzione di pali ornamentali che stavano riscuotendo grande successo in diverse città statunitensi. L’installazione di decine di questi esemplari lungo tutta Canal Street ebbe grande risalto sulla stampa dell’epoca.

Quotidiani e riviste dedicarono ampio spazio all’evento, come conferma anche l’articolo pubblicato il 19 aprile 1930 sul giornale The Saturday Evening Post, di cui la Fondazione Neri conserva una copia originale nel suo archivio. Il pezzo, intitolato “Night brings light to historic New Orleans”, la dice lunga sull’importanza di questo progetto che sfruttava l’altezza dei pali per sostenere alla loro sommità tre lampade moderne ed efficienti prodotte dalla General Electric di Boston.

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

Mentre di notte Canal Street si accendeva di una miriade di luci brillanti, di giorno i pali contribuivano all’arredo di questo luogo, ma anche a testimoniare la storia più antica della città. Sui quattro lati di ogni basamento, infatti, è riportato, entro un cartiglio floreale, lo stemma di New Orleans: tre gigli che ricordano la sua fondazione avvenuta nel 1718 per opera dei coloni francesi.

I pali sono ancora oggi funzionanti.

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Omaggio a Matera

Posted by on apr 8, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Quei Sassi abbandonati sono stati per troppo tempo il simbolo dell’angoscia di un’intera città. Dal 1952 – anno della Legge Speciale che costrinse più di 15.000 persone ad abbandonare un luogo troppo arretrato, degradato e causa di emarginazione sociale – la situazione è letteralmente cambiata.

Oggi la metamorfosi si può dire compiuta: nel 1993 i Sassi di Matera, finalmente recuperati, sono diventati Patrimonio Mondiale dell’Umanità, primo sito UNESCO a essere definito “Paesaggio Culturale”. E quest’anno Matera, insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura, esibisce i risultati di un lungo percorso di riqualificazione e identificazione del territorio che ne valorizza l’antichissima comunità.

I Sassi di Matera nel 1961

I Sassi di Matera nel 1961

Anche la Fondazione Neri vuole rendere omaggio a Matera e lo fa, dal suo angolo di visuale, tramite alcune cartoline d’epoca conservate in Archivio che ritraggono i lampioni della pubblica illuminazione installati in questa città unica al mondo. Illuminazione che nell’arco di tempo compreso tra fine ’800 e metà ‘900 fu alimentata prima dal gas, poi dall’energia elettrica.

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, 1939

Matera, 1939

Matera, piazza Vittorio Veneto

Matera, piazza Vittorio Veneto

Sempre in Archivio, una sezione è dedicata a fotografie scattate negli ultimi vent’anni, utili a documentare la sopravvivenza nelle vari regioni di lampioni in ghisa.  Nel centro storico di Matera sono documentate tre tipologie di manufatti in stile neoclassico. La prima, installata in via XX Settembre, consiste di una colonna scanalata di ridotte dimensioni che ospita decori vegetali alla base e un capitello floreale sulla cima con funzione di sostegno per una cetra reggi-lampada.  In piazza Duomo, fa bella mostra di sé una coppia di lampioni ad una sola luce caratterizzati da un’imponente basamento artistico, mentre in via Ridola, di fronte all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale, tre esili e slanciati paletti posti su basamenti in pietra colpiscono per la raffinatezza dei decori, in particolare le plastiche zampe leonine che compongono la base e la sfinge alata, eretta sulle zampe anteriori, che sostiene una lanterna.

Matera, via XX Settembre

Matera, via XX Settembre

Matera, piazza Duomo

Matera, piazza Duomo

Matera, via Ridola

Matera, via Ridola

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