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“Vino e ferro dei Savoia”

Posted by on set 18, 2018 in Arredo Urbano, Il museo della ghisa | 0 comments

“Vino e ferro dei Savoia”

Le due iniziali “BF”, incise sul basamento, stanno a indicare la Balleydier Frères, non uno stabilimento qualsiasi, bensì una delle più importanti fonderie ottocentesche dell’Italia Settentrionale[1]. Lo testimoniano le linee sobrie della colonna, estremamente pulite ed eleganti, su cui prende vita una decorazione a foglie d’acanto e volute floreali. Il palo esposto al Museo Italiano della Ghisa, proveniente da Genova, ha riscosso in passato un tale successo da essere impiegato in tutto il territorio del Regno Sabaudo.

Lo conferma un recente sopralluogo nelle Langhe, in particolare nella località di Fontanafredda, ubicata nel Comune di Serralunga d’Alba (CN), dove inaspettatamente abbiamo rinvenuto una cinquantina di esemplari identici al modello sopracitato, destinati a illuminare un luogo davvero unico e suggestivo.

Palo ottocentesco in ghisa fuso dalla Balleydier Freres, Parco di Fontanafredda (CN)

Palo ottocentesco in ghisa fuso dalla Balleydier Freres, Parco di Fontanafredda (CN)

Risale al 1852 l’atto che sancisce l’acquisto da parte del re Vittorio Emanuele II di terreni da impiegare per le battute di caccia in una zona soprannominata Fontanafredda: grazie al suo intervento, ma soprattutto a quello del figlio, Emanuele Alberto conte di Mirafiori, la tenuta si trasformerà in un’azienda vinicola modello, dotata di una cantina capace di applicare le tecniche più moderne e avanzate dell’epoca per la produzione del rinomato Barolo.

Per il conte, uomo lungimirante, i vigneti dovevano inoltre convivere con le bellezze del bosco circostante e tale visione è rimasta fortunatamente immutata fino ai giorni nostri permettendo la conservazione di quello che può essere definito l’ultimo bosco intatto della Bassa Langa: 13 ettari che ospitano oltre 40 mila piante tra alberi secolari, noccioleti e gli immancabili filari di vite sulle colline.

Nei decenni successivi questo luogo sarebbe cresciuto fino ad assumere la fisionomia di un piccolo villaggio operaio con tanto di scuola, chiesa, botteghe e alloggi. L’edificio più sorprendente era la cosiddetta “Villa Reale”, nota anche come Palazzina di Caccia, presso la quale si tenevano ricevimenti, feste e balli che suscitavano lo stupore dei contadini per l’eleganza delle nobildonne e la raffinatezza delle carrozze.

Fontanafredda, la Palazzina di Caccia

Fontanafredda, la Palazzina di Caccia

Nel borgo le notti erano rischiarate dai pali ottocenteschi in ghisa fusi dalla Balleydier Frères che al posto del basamento cilindrico in ghisa – presente nell’esemplare esposto al MIG – si caratterizzano per un parallelepipedo in muratura che porta lo stemma araldico dei conti di Mirafiori: la fontana, la torre e la spada sormontati da una corona.  Il significato di questa simbologia va ricercato nel toponimo stesso Fontanafredda, luogo che rimanda ad una valle chiusa, ombrosa e ricca di fonti, una delle quali alimentava un pozzo e il laghetto al centro del parco in cui nuotano ancora oggi bellissimi cigni.

[1] La fonderia, originaria di Tamiè (Francia, Ducato di Savoia), si trasferisce intorno alla metà dell’800 in Liguria nel quartiere genovese di Sampierdarena dove la vicinanza al porto rendeva più agevole l’approvvigionamento del carbon fossile necessario ad alimentare i forni fusori.

Fontanafredda, basamento in pietra dei lampioni con lo stemma araldico dei Conti di Mirafiori

Fontanafredda, basamento in pietra dei lampioni con lo stemma araldico dei Conti di Mirafiori

Il palo della Balleydier Freres esposto al Museo Italiano della Ghisa

Il palo della Balleydier Freres esposto al Museo Italiano della Ghisa

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Un balcone su Parigi

Posted by on ago 27, 2018 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

 

Arche de la Defense, photo by James Russell

Arche de la Defense, photo by James Russell

Concepita in origine come eliporto, la grande terrazza dell’Arche de la Défense è di nuovo accessibile al pubblico dopo otto anni di intensi lavori che le hanno permesso di rinascere a nuova vita, e a nuova funzione.

La struttura costituisce la parte sommitale dell’immenso monumento parigino realizzato nel 1989 dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen per celebrare il bicentenario della rivoluzione francese (funzione che, per il primo centenario, fu affidata alla Tour Eiffel). L’edificio è pensato come una versione in chiave moderna dell’Arco di Trionfo dell’Étoile, consacrato però all’umanità e ai suoi ideali piuttosto che alle vittorie militari.

L’imponente opera è un enorme cubo quasi perfetto – 110 m di altezza x 112 di larghezza e 108 di profondità – svuotato al centro e ricoperto di marmo di Carrara, granito grigio e vetro. L’Arco, che sovrasta il quartiere d’affari della Défense (con i suoi impressionati grattacieli è forse il più esteso distretto d’affari in Europa), è dotato di 6 ascensori di cui 4 panoramici in vetro, grazie ai quali il visitatore può salire fino al 35˚ piano e da lì godere di un magnifico panorama sulla città.

“É la più bella vista di Parigi” riportano i dépliant turistici: un’affermazione non priva di fondamento se si considera che lo sguardo spazia a 360 gradi sui tetti della città e sulla sua sterminata periferia. Lassù si è insediato anche lo chef stellato Jean-Christian Dumonet con il suo ristorante Les Jardins de Joséphine, in grado diaccogliere fino a 50 fortunati ospiti. La restante zona all’aperto è oggi utilizzata come spazio dedicato alla fotografia e a mostre temporanee.

Skyline di Parigi con l'Arche  de la Defense al centro

Skyline di Parigi con l’Arche de la Defense al centro

 

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Le luci di San Giacomo

Posted by on lug 23, 2018 in Arte e Luce | 0 comments

 

 

 

Nel buio della Scala il chiarore dei coppi è un crescendo continuo di luci tremolanti che trasformano la notte in una lunga e magica emozione. Siamo in Sicilia, a Caltagirone, centro insignito nel 2002 del titolo di Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, e davanti  a noi si erge in tutta la sua maestosità il monumento emblematico della città, la Scalinata di Santa Maria del Monte.

142 scalini, mica male per una scalinata costruita nel 1606 da Giuseppe Giacalone – capomastro del Regno – lunga 130 metri, larga 8 e resa ancora più celebre grazie all’intervento dell’appassionato ceramista  Antonio Ragona che nel 1954 ha provveduto a decorare in ceramica policroma caltagironese tutte le alzate dei gradini ispirandosi al lavoro dei più grandi maestri maiolicani attivi in Sicilia nell’arco di un intero millennio (X-XX sec.). Sono proprio i decori ad attirare i numerosissimi visitatori e ad accompagnarli fino in cima a questo gioiello architettonico.

Nelle sere del 24 e 25 luglio, in occasione della festa patronale di San Giacomo, proprio qui va in scena uno spettacolo unico al mondo che riprende una tradizione secolare risalente al Seicento. Migliaia di coppi, preparati e colorati rigorosamente a mano, secondo un’antica maestria che si tramanda di padre in figlio, vengono posti sui gradini della scala in modo da formare un unico meraviglioso disegno. Ciascun coppo contiene della sabbia sulla quale vengono poste le lumére (luminarie), piccoli recipienti in terracotta contenenti olio d’oliva e dotati di stoppino in cotone che al momento opportuno saranno accesi da centinaia di persone munite di piccole aste di legno.

Nel giro di pochi minuti una luce fiammeggiante illuminerà i coppi offrendo una visione indescrivibile: i giochi di luce che rischiarano i gradini trasformano le maioliche delle alzate in un vero e proprio arazzo di fuoco che dura fino al consumo di tutto l’olio presente all’interno dei recipienti. Nella stessa notte gli addetti ai lavori provvederanno poi a riposizionare i coppi e ad allestire un nuovo grande disegno per il giorno successivo.

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L’evento rappresenta un’opportunità molto interessante anche per rivivere l’atmosfera notturna delle città al tempo dell’illuminazione ad olio, tecnica rimasta per lo più invariata per oltre 2000 anni fino a quando con l’introduzione del gas alla metà del XIX sec., ma soprattutto dell’energia elettrica – processo portato a compimento nei primi due decenni del ‘900 – l’illuminazione urbana subirà una trasformazione epocale.

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Rimini 1802 – Si inaugura l’illuminazione pubblica, ma…

Posted by on lug 16, 2018 in Arredo Urbano | 0 comments

Un secolo prima della sua consacrazione a località balneare di villeggiatura, una delle più rinomate d’Europa, Rimini appariva ancora come un piccolo centro in cui regnava una profonda miseria; la fame, cattiva consigliera, era causa di numerosi furti e rapine, soprattutto di notte.

La grave situazione costrinse il governo della città a correre ai ripari e una delle prime riforme fu la decisione di realizzare un vero e proprio impianto d’illuminazione pubblica notturna: questo avveniva, come ricorda lo storico locale Carlo Tonini, all’inizio del 1802! Già alla fine di gennaio la popolazione fu messa al corrente dell’iniziativa e i lavori si protrassero per un anno intero fino alla fatidica sera dell’11 dicembre quando 70 fanali, funzionati ad olio e collocati nelle principali strade e piazze cittadine, erano pronti a “illuminare la città”.

Grande la soddisfazione dei riminesi, finalmente non più costretti a uscire di casa col buio portandosi appresso fari e lanterne per diradare le tenebre e premunirsi da pericolosi incontri. Purtroppo la felicità durò poco…  Scrive Tonini:

…Se non che in quella stessa notte si scatenò tale un turbine, seguito poi da rovesci di piogge e da inondazioni terribili, che conquassò tutti i lampioni, rovinò camini, scoprì tetti, atterrò muraglie, diradicò robustissime querce, disperse paglie e fieni con danni incalcolabili: ben doloroso compimento dell’anno 1802!

Un documento da noi conservato in archivio ci dice che i pali furono ripristinati nel giro di pochi giorni. Dunque, la sicurezza dei riminesi fu garantita, alla faccia dei furfanti che credevano di averla fatta franca ancora una volta.

Rimini, mensola in ghisa a sostegno di un fanale a gas nell'area del Tempio Malatestiano. L'illuminazione a gas è successiva a quella ad olio inaugurata nel 1802 e risale alla seconda metà del XIX secolo.

Rimini, mensola in ghisa a sostegno di un fanale a gas nell’area del Tempio Malatestiano. L’illuminazione a gas è successiva a quella ad olio inaugurata nel 1802 e risale alla seconda metà del XIX secolo.

Rimini, piazza Giulio Cesare, oggi Tre Martiri, illuminata mediante pali in ghisa, fine 1800

Rimini, piazza Giulio Cesare, oggi Tre Martiri, illuminata mediante pali in ghisa, fine 1800

Uno dei paletti riminesi di Piazza Tre Martiri esposto al MIG

Uno dei paletti riminesi di Piazza Tre Martiri esposto al MIG

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PROGETTI DI RIATTIVAZIONE URBANA

Posted by on lug 9, 2018 in Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Trasformare uno spazio indefinito e sottoutilizzato in una piazza. È l’obiettivo perseguito per il Perestrello a Roma e per Largo Milano a Cinisello Balsamo (MI) da Orizzontale, collettivo di architetti con base nella capitale, che con un approccio concreto al design e alla sostenibilità propone soluzioni e realizzazioni a basso costo per la riqualificazione delle aree urbane.

Il primo caso coinvolge il più grande “vuoto” urbano del Municipio V di Roma. Da luglio 2017 è partito il progetto “Iceberg – Perestrello 3.0” a cui sono seguite nel mese di settembre quattro giornate durante le quali la piazza è divenuta un vero e proprio laboratorio: associazioni, cittadinanza, studenti e professionisti di architettura, di design, di arte, e anche di psicologia, si sono incontrati per ridiscutere il futuro del luogo. La metafora dell’iceberg è una riflessione sulle realtà sommerse e sul potenziale di sviluppo, a partire dal riconoscimento di ciò che è presente e cercando di far emergere le energie locali.

"Iceberg Perestrello 3.0" Photo by Luca Chiaudano

“Iceberg Perestrello 3.0″ Photo by Luca Chiaudano

L’intervento è consistito nella costruzione di due elementi architettonici temporanei realizzati in legno massello: un tavolo e un bleacher (palco) che costituiscono una sorta di punto di incontro per attività organizzate dal basso, piccoli eventi o momenti di socializzazione collettiva. Ma si tratta, e questa è la vera forza del progetto, di un processo aperto, in evoluzione, in quanto tutte le parti interessate sono ad oggi impegnate in un lavoro di coordinamento volto a definire la sorte futura della piazza.

Il workshop Costruire Largo Milano, condotto da Orizzontale col supporto del team Hubout, rappresenta, invece, l’ultimo tassello del progetto “ZAC – Zone Artistiche Condivise” che ha coinvolto la città di Cinisello Balsamo per più di un anno. Con legno di recupero sono state realizzate delle strutture temporanee (un palco, una zona relax polifunzionale e una tettoia) per migliorare la vivibilità di uno spazio, occupato in passato da un parcheggio.

La partecipazione dei cittadini è avvenuta in modo graduale; man mano che le strutture hanno iniziato a prendere forma le persone si sono appassionate alle attività contribuendo in modo diverso: c’è chi ha dato una mano per lo stoccaggio del legno, chi ha aiutato a realizzare le strutture, mettendo anche a disposizione i propri macchinari, chi si è offerto di portare cibo e bevande. Durante tutto il workshop ogni decisione è stata discussa e rimodellata attraverso il confronto reciproco tra studenti, professionisti e gli abitanti della zona, a testimonianza di un reale percorso di progettazione partecipata.

Lavori di riqualificazione di Largo Milano a Cinisello Balsamo, photo by Gianni Magosso

Lavori di riqualificazione di Largo Milano a Cinisello Balsamo, photo by Gianni Magosso

 

La tettoia in legno di Largo Milano a Cinisello Balsamo, photo by Giacomo Costa

La tettoia in legno di Largo Milano a Cinisello Balsamo, photo by Giacomo Costa

Solo esperienze sperimentali isolate e temporanee? o invece solidi riferimenti per procedere secondo percorsi che mettano a disposizione delle periferie spazi pubblici condivisibili? La strada non è semplice ma si può sperare che collaborazione e vicinanza paghino più di qualsiasi decisione presa dall’alto.

www.orizzontale.org

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