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Due opere della Fondazione Neri in mostra a Roma

Posted by on giu 18, 2018 in Arredo Urbano, Il museo della ghisa | 0 comments

Due disegni di proprietà della Fondazione Neri sono tra le 230 opere che compongono la retrospettiva dedicata a una delle figure più significative della prima metà del Novecento.  Due sedi d’eccezione per Roma, il Casino dei Principi e il Casino Nobile, immersi nel verde di Villa Torlonia, ospitano la mostra “Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà”, curata da Daniela Fonti, responsabile scientifico dell’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti e da Francesco Tetro, ideatore e direttore del Civico Museo “Duilio Cambellotti” di Latina.

Nelle sedi espositive è ricostruito il profilo dell’artista romano sottolineandone la natura multidisciplinare ed eclettica (fu incisore, cesellatore, orafo, ceramista, illustratore, pittore, scultore, scenografo, costumista) legata a una figuratività di stampo classico, ma aderente allo spirito del suo tempo e ai processi storici in corso in quell’epoca. Oltre al suo profondo rapporto con il mondo naturale dell’Agro Pontino emerge, come tratto distintivo del suo lavoro, l’impegno verso due differenti “direzioni operative”. Cambellotti lavorò infatti come progettista per abitazioni private, ideando vetrate artistiche, mobili, ceramiche, ma misurandosi contemporaneamente anche con la dimensione pubblica; in quest’ottica notevole fu il suo apporto a grandi imprese collettive tra cui la realizzazione di sculture monumentali e di altre opere, soprattutto i cicli pittorici per la nuova città di fondazione di Littoria (Latina) e per il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese di Bari.

In ambito pubblico si collocano anche i due progetti di proprietà della Fondazione Neri la cui particolarità deriva dal tema trattato – l’arredo urbano – e  dal fatto che se si escludono i disegni di due lampadari, appartenenti all’Archivio dell’Opera di Cambellotti, essi rappresentano un unicum nella sua vastissima produzione.

La prima opera risale addirittura al 1896 (Cambellotti era appena ventenne) e consiste nello studio di una particolare tipologia di lampione liberty, poi successivamente realizzata in fusione di ghisa in otto esemplari per la città di Roma. Oggi uno di questi pezzi è tra i più belli della collezione esposta al Museo Italiano della Ghisa. Il secondo disegno, datato 1925-30, ha invece come oggetto alcuni originali orologi stradali da muro ispirati all’Art déco, la corrente artistica succeduta al Liberty. In meno di 30 anni l’artista le aveva percorse entrambe.

 

MIG, il palo liberty in fusione di ghisa progettato da Duilio Cambellotti

 

“Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà”

06/06 – 11/11/2018

Roma, Musei di Villa Torlonia (Casino dei Principi – Casino Nobile)

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ROUTE 77 – Con Giovannino Guareschi in bicicletta lungo la via Emilia

Posted by on giu 8, 2018 in Itinerari | 0 comments

Dal 30 giugno al 25 agosto 2018, l’Associazione culturale “Gruppo Amici di Giovannino Guareschi”, in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà e la Fondazione Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, organizza la mostra itinerante “Route 77” per celebrare, a cinquant’anni esatti dalla morte di Guareschi, il 77˚ anniversario del suo viaggio in bicicletta lungo la via Emilia e il Po.  L’evento è stato presentato in anteprima lo scorso 3 giugno all’interno della scenografica cornice del Giardino Pubblico di Cesena dove è allestita la sezione all’aperto del Museo italiano della Ghisa, in occasione dell’ormai tradizionale Convention di fine anno organizzata dalle Scuole della Fondazione del Sacro Cuore.

Letture e immagini hanno accompagnato l’intervento del giornalista Egidio Bandini, che oltre a essere il curatore della mostra è anche Presidente del Club dei Ventitré, associazione che vuole essere punto di riferimento per tutti coloro che sono interessati alla figura e all’opera di Guareschi [1].

Foto Alberto Bolognesi

Foto Alberto Bolognesi

Foto Alberto Bolognesi

Foto Alberto Bolognesi

Uno stand allestito in prossimità del grande gazebo per la musica, posto al centro del giardino, ha ripercorso l’originalissimo viaggio dello scrittore emiliano nell’Italia in guerra del 1941, viaggio che si rivelerà tra l’altro fondamentale proprio per la scelta dei luoghi in cui ambientare i suoi celebri racconti di Mondo Piccolo e gli immortali personaggi di Peppone e don Camillo.

La mostra itinerante si snoderà lungo tutta la via Emilia toccando nei fine settimana le località di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, per poi concludersi al Meeting di Rimini.

Il grande progetto regionale “2200 anni lungo la via Emilia” promosso per il biennio 2017-2018 dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni Culturali per l’Emilia-Romagna allo scopo di celebrare la fondazione delle città di Parma, Reggio Emilia e Modena nel 183 a.C, si arricchisce con questa mostra di un ulteriore e prezioso tassello.

La Fondazione Neri ha aderito al progetto della Regione pubblicando su Arredo & Città 1-2018 gli esiti di un’indagine condotta sull’illuminazione pubblica dei principali centri emiliani attraversati dall’antica strada consolare negli anni del boom economico.

http://www.arredoecitta.it/it/

 

[1] Giovannino Guareschi (Roccabianca, PR, 1908 – Cervia, RA, 1968) è stato un giornalista, umorista, caricaturista,  ma soprattutto uno degli scrittori italiani più venduti nel mondo – oltre 20 milioni di copie – nonché l’autore italiano più tradotto in assoluto.

Don Camillo e Peppone in bicicletta sulle strade della “Bassa”

Lo stand della mostra “Route 77″ allestita nel Giardino Pubblico di Cesena

 

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Gli “accenditori” di lanterne

Posted by on giu 4, 2018 in Arredo Urbano, La luce, Luce | 0 comments

A partire dalla metà del Settecento l’illuminazione privata, posta principalmente sui portoni d’ingresso delle case, si trasforma in illuminazione stradale mediante l’utilizzo di lanterne alimentate ad olio o per mezzo di candele. Il controllo e la manutenzione di questi apparecchi, che iniziano a essere fissati anche alla sommità di semplici pali in legno o in ferro, passa dai singoli cittadini a figure specializzate, i cosiddetti “accenditori”. In questo modo si procede gradualmente ad illuminare tutte le città e davvero rilevante è il fatto che tale “servizio” non viene più offerto dai privati cittadini, a spese proprie, ma dalle stesse amministrazioni comunali. Tutto ciò si traduce nella nascita della prima forma di illuminazione davvero pubblica.

Il fenomeno interessa l’intero continente europeo, trovando nelle principali città – Parigi su tutte – il terreno fertile per il suo graduale sviluppo. La figura che emerge, e che sembra accomunare un po’ tutti i centri, è quella di un “ispettore” nominato dagli stessi comuni col compito di sovraintendere agli aspetti riguardanti l’illuminazione delle città.

Parigi, primi riverberi pubblici mediante l'utilizzo di lanterne contenti candele

Parigi, primi riverberi pubblici mediante l’utilizzo di lanterne contenti candele

In Germania, più precisamente nel grande centro portuale di Amburgo, a svolgere  nella metà del XVIII secolo questo compito di responsabilità è un certo Cornelius von der Heyde con al proprio servizio 5 aiutanti e 32 accenditori che provvedono all’accensione di ben 400 lanterne. Gli operatori devono seguire un rigido protocollo riportato sulla “tabella dei lumi”, un documento giunto fino a noi sul quale veniva annotato un po’ di tutto: i tempi di accensione e spegnimento, le dimensioni delle candele o la quantità di olio da utilizzare e persino le sanzioni previste per i trasgressori, che si traducevano il più delle volte in riduzioni del salario.

Una sorta di vademecum in 15 punti che riportiamo qui integralmente.

 Istruzioni per gli accenditori di lanterne di Amburgo

 

  1.  Gli accenditori devono accendere le lanterne, iniziando esattamente al tocco della campana, ed osservando le indicazioni riportate nel calendario delle lanterne
  2.  Per l’accensione deve essere aperto solo lo sportello piccolo, e nessun altro: subito dopo chiudere bene di nuovo questo sportello
  3.  Una volta accese le lampade, l’accenditore deve passarvi davanti ed accertarsi, osservandole, del loro corretto funzionamento. Se qualcuna funziona male o si è spenta, rimetterla in funzione. Se si scopre che qualcuno non è al suo posto prima del tocco della campana, l’ispettore è autorizzato a trattenergli dalla paga mezzo tallero, ove tre quarti di questo vanno dati ai poveri
  4.  L’accensione delle lanterne deve essere eseguita con la massima cautela, appoggiando la scala e avvicinandosi quindi al tubetto dello stoppino, ove lo stoppino non deve incassarsi e impedire una corretta combustione
  5.  Gli accenditori sono tenuti a spegnere le lanterne nei giorni che seguono all’ultimo quarto fino alla luna piena
  6.  Gli accenditori devono di persona accendere le lampade e per nessuna ragione affidare tale incarico a terze persone. Se esistono motivi validi per tale impedimento devono informare l’ispettore, il quale dovrà incaricare un altro a loro spese, in modo che nulla venga tralasciato
  7.  Gli accenditori devono anche avere propri lumi, lanterne e scale, senza nulla mettere in conto alla comunità della città
  8.  Se in qualcuno viene riscontrata trascuratezza nel lavoro, questi subisce ammende pecuniarie con detrazioni dalla paga come segue
  9.  Se una lampada viene accesa una mezz’ora prima o dopo, e precisamente prima o dopo il tocco della campana, 3 scellini
  10.  Se e dopo l’accensione della lampada viene trovato uno sportello aperto, 8 scellini
  11.  Per una lampada che non è accesa, 6 scellini
  12.  Allo stesso modo per una lampada non accesa dall’addetto ma da qualche altra persona, 6 scellini
  13.  Per una lampada che viene trovata accesa nei giorni in cui devono rimanere spente, per un’ora oltre quella stabilita, 3 scellini
  14. Chi invece dimostra all’ispettore le ragioni che hanno impedito l’accensione delle lampade o una loro irregolare funzione non subirà ammenda pecuniaria
  15. Tutti sono infine tenuti a comportarsi responsabilmente in conformità al contratto prescritto, ove ciascuno deve essere trovato sobrio e corretto durante il lavoro, mentre all’ispettore è data facoltà di punire i trasgressori con la riduzione della paga. Ed ognuno deve attenersi a tale regolamento.

 

"Accenditore" di lanterne al lavoro

“Accenditore” di lanterne al lavoro

 

 

 

 

 

 

 

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ARTE SUI BINARI – Dal centro alla periferia e ritorno

Posted by on mag 29, 2018 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

È possibile sovrapporre al viaggio fisico in treno un viaggio di pura fantasia verso terre lontane ed esotiche? Dopo i treni urbani decorati con immagini tratte dalla reggia di Versailles e dai celebri dipinti degli Impressionisti, è oggi in circolazione il “treno delle arti  e delle civiltà”.

Si tratta di un tragitto davvero unico a bordo del treno regionale della linea RER che al costo di un biglietto semplice collega Parigi con i vari comuni dell’Île de France – e dunque il centro metropolitano con la sua sterminata periferia – mettendo a disposizione dei viaggiatori vagoni internamente tappezzati, dai pavimenti sino ai soffitti, da centinaia di gigantografie ad alta risoluzione che riproducono dipinti, reperti, fotografie, opere d’arte, esposti nel museo parigino Quai Branly.

Il filo conduttore delle varie illustrazioni ricalca fedelmente i percorsi espositivi proposti nelle sale dello straordinario edificio ideato da Jean Nouvel sul Lungosenna nel VII arrondissement: in mostra trovano spazio gli oggetti più rappresentativi delle collezioni dedicate ai continenti extra-europei (Africa, Asia, Oceania e Americhe)[1]

Che si tratti di turisti o di pendolari in transito lungo questa trafficata tratta ferroviaria, l’opportunità di ammirare simili bellezze, seppure in riproduzione, costituisce una modalità del tutto inedita, ma  ingegnosa per valorizzare il patrimonio di un museo fortemente voluto (tra qualche controversia)  dal presidente Chirac, appassionato di arte primitiva e non occidentale. Tutto mentre ci si sposta per lavoro, per raggiungere casa o, più semplicemente, per muoversi dal centro alla periferia e viceversa.

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[1] In una cornice contemporanea e verdeggiante, dove la natura si mescola con i materiali più moderni, il Museo Quai Branly si prefigge un obiettivo elevato: permettere il dialogo tra le diverse culture e riconoscere in modo ufficiale il ruolo che ricoprono le civiltà e il patrimonio dei popoli non europei.

 

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Quell’Esposizione che cambiò Bologna

Posted by on mag 22, 2018 in Arredo Urbano, Il museo della ghisa | 0 comments

130 anni fa, il 6 maggio 1888, si inaugurava a Bologna, alla presenza dei reali e del Presidente del Consiglio Francesco Crispi, un evento di tale portata da cambiare per sempre il volto della città. Furono i Giardini Margherita ad ospitare la Grande Esposizione Emiliana articolata in tre settori: Musica, Belle Arti, Agricoltura-Industria, con i padiglioni che si rifacevano ad uno stile esotico e naturalistico.

In quello principale, immerso nel verde, sono illustrati gli indirizzi agricoli e industriali delle province emiliane: emerge il ruolo dell’industria a supporto dei processi di trasformazione e conservazione degli alimenti (da segnalare la ditta Zamboni & Troncon che realizza le prime macchine per la fabbricazione di paste alimentari, in primo luogo proprio del tortellino, uno fra i più rinomati prodotti bolognesi).

L’altro grande comparto è rappresentato dalla meccanica che vede il rafforzamento di due aziende già presenti sul territorio: le Officine Calzoni e lo Stabilimento Meccanico e Fonderia Gaetano Barbieri, entrambe orientate verso la produzione di impianti elettrici, turbine idrauliche, pompe e compressori per la refrigerazione. Rinomata è pure la Maccaferri, dal 1879 impegnata nella costruzione di gabbie di ferro per argini e catene per il rinforzo degli edifici pericolanti.

Ma all’Esposizione bolognese c’è spazio pure per l’arredo urbano: a dominare la scena è la monumentale fontana in cemento al centro del piazzale, una delle opere più note dello scultore Diego Sarti  (1859-1914). Ultimata proprio in occasione del grande evento riscosse un tale successo da essere poi successivamente ricollocata in pianta stabile nei Giardini della Montagnola, vicinissima all’altra fontana, quella della “Ninfa”, altro capolavoro del Sarti, questa volta però in marmo, posta dal 1896 al centro della scalinata della Montagnola.

Diego Sarti, la fontana  in cemento nel piazzale dell'Esposizione Emiliana, Bologna, Giardini Margherita, 1888

Diego Sarti, la fontana in cemento nel piazzale dell’Esposizione Emiliana, Bologna, Giardini Margherita, 1888

Ad illuminarla di notte provvedevano, allo stesso modo di oggi, splendidi candelabri in ghisa realizzati proprio nello stesso anno dalla Gaetano Barbieri di Castel Maggiore e di cui il MIG vanta il privilegio di esporre nella sua collezione due esemplari: uno di dimensioni più contenute a 4 luci e l’altro decisamente più imponente a 5 luci.

Bolonga, Scalea della Montagnola con la fontana in marmo del Sarti e i candelabri artistici della Barbieri

Bolonga, Scalea della Montagnola con la fontana in marmo del Sarti e i candelabri artistici della Barbieri

MIG, candelabro originale in ghisa proveniente dalla Montagnola di Bologna

MIG, candelabro originale in ghisa proveniente dalla Montagnola di Bologna

 

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