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“Preesistenza, ambiente, continuità” – La Torre Velasca

Posted by on set 16, 2021 in Architettura e Design, Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Milano, primi anni Cinquanta. Nel centro storico, a sud del Duomo, le rovine provocate dalla Seconda guerra mondiale lasciano spazio a nuovi edifici i cui artefici sono tra i protagonisti della svolta moderna dell’architettura italiana: Asnago Vender e Luigi Moretti. Sono gli anni in cui si apre il cantiere della Torre Velasca, commissionata dalla Società Generale Immobiliare alla ditta milanese BBPR, fondata nel 1932 da Gian Luigi Banfi (1910-1945), Lodovico Barbiano di Belgiojoso (1909-2004), Enrico Peressutti (1908-1976) ed Ernesto Nathan Rogers (1909-1969). Aperta al pubblico nel 1958, la torre è riconosciuta come un episodio cardine nella storia dell’architettura italiana del Novecento, e per molti versi conclude l’età del Movimento Moderno,  che si colloca tra i due conflitti ed è teso al rinnovamento dei caratteri, della progettazione e dei principi dell’architettura, dell’urbanistica e del design.

La Torre Velasca rappresenta non solo la più famosa delle realizzazioni di BBPR, che inaugura la stagione dei grattacieli milanesi, ma, in particolare, anche la più fedele materializzazione delle idee di uno dei suoi protagonisti, Rogers, allora impegnato in un processo di reinterpretazione dei fondamenti teorici della disciplina. Opponendosi apertamente all’idealismo della cultura architettonica italiana dei decenni precedenti, egli trae ispirazione dalla fenomenologia del filosofo Enzo Paci per ricollocare l’architettura nei suoi contesti e, in senso più ampio, in un continuum storico senza soluzione di continuità. Mentre il Movimento Moderno aveva più volte affermato la sua intenzione di staccarsi dal passato, Rogers crea con esso nuovi legami, per formulare l’idea di modernità intesa come evoluzione, piuttosto che come rivoluzione.

L’edificio milanese risponde dunque a un audace progetto contemporaneo per le sue dimensioni (106 m. di altezza), la sua struttura in cemento armato e le sue funzioni (uffici e appartamenti, oltre a pochi spazi commerciali). Allo stesso tempo la torre intende riprodurre “l’atmosfera” di Milano (altra parola cara agli autori) in modo da stabilire un dialogo con i suoi edifici storici, in primis la Cattedrale gotica e la torre del Filarete al Castello Sforzesco.

Osservandola si nota un progressivo passaggio da una struttura a blocco semplificato verso una maggiore articolazione dei volumi e complessità del linguaggio. Molte delle soluzioni adottate sono chiari accenni alla Milano antica, e più in particolare al Medioevo. È il caso, ad esempio, della sua forma “a fungo”, che ospita gli uffici nel fusto e gli appartamenti sulla la cima allargata. Al passato milanese fanno riferimento anche i semipilastri che compaiono su ogni prospetto, trasformandosi in aerei contrafforti, nonché la disposizione apparentemente irregolare delle aperture e i pannelli di rivestimento prefabbricati in marmo e clinker.

All’opera – nonostante sia risultata fin dalla sua creazione largamente incompresa e osteggiata (fenomeno che non si è placato nel corso del tempo, ancora oggi è da molti considerata uno scempio e una delle più brutte architetture del ‘900) – va riconosciuta la sua valenza storica, innegabile per almeno due ragioni: insieme al grattacielo Pirelli di Gio Ponti (1956-1960) incarna più di ogni altro edificio l’anima del rinascimento economico e culturale di Milano del dopoguerra. Allo stesso tempo è a partire proprio dalla torre Velasca che l’architettura italiana fa il suo ingresso nella stagione postmoderna.

Un altro dato interessante riguarda il fatto che furono gli stessi autori a progettare nel 1958 per l’omonima piazza sulla quale sorge la torre i particolari lampioni in acciaio dotati, ciascuno, di quattro sedute alla base. Sull’argomento si veda SS9 – Luce sulla via Emilia, in Arredo&Città 1-2018 , pp. 22-27 https://www.arredoecitta.it/it/riviste/ss9-luce-sulla-via-emilia/

Per maggiori approfondimenti sulla Torre Velasca:https://www.domusweb.it/en/buildings/torre-velasca.html?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Twitter

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Passeggiata a Central Park

Posted by on set 1, 2021 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Nel 1850 fu lanciato un concorso per la progettazione di un nuovo grande parco a Manhattan. Tra febbraio e marzo 1858 furono presentati 35 progetti; i commissari assegnarono il primo premio a quello degli architetti paesaggisti Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux. Nello stesso anno furono aperte al pubblico le prime aree del parco. Nasceva così il Central Park.

 

Il sito era inizialmente lontano dalle aree edificate della città: poco popolato ospitava piccole fattorie, usi industriali e abitazioni sparse tra aree paludose e colline rocciose. Ripulire l’area non fu semplice (vennero trasportati fuori dal parco circa 140.000 metri cubi di terra e rocce). Il piano intendeva evitare la simmetria e optare piuttosto per un design più pittoresco che comprendeva ampi prati, boschi, ruscelli e laghi, tutti collegati da una serie di percorsi tortuosi, una carrozzabile e una mulattiera.

Il lago nella sezione sud-occidentale del parco fu la prima area ad essere aperta al pubblico, seguita dalla passeggiata. Nonostante lo scoppio della guerra civile americana, si decise di continuare i lavori e presto fu completata anche la Terrazza di Bethesda, che rimane ancora oggi una delle zone più iconiche e conosciute del parco. Un altro punto di interesse è il Castello del Belvedere: originariamente inteso come torre di avvistamento a cielo aperto, l’intero complesso fu poi concepito come luogo da cui godere della vista del paesaggio circostante.

Tra il 1859 e il 1866, a Central Park furono costruiti 27 archi e ponti, tutti progettati dall’architetto paesaggista Calvert Vaux (Londra 1824 – New York 1895). Nel corso della sua attività professionale progettò e creò dozzine di parchi negli Stati Uniti dove introdusse nuove idee sul significato dei parchi pubblici durante il repentino periodo di urbanizzazione della nazione, un fenomeno che lo stimolò a focalizzarsi sull’integrazione di palazzi, ponti e altre forme di architettura nell’ambiente naturale. Per Central Park scelse con attenzione materiali differenti e motivi decorativi, individuando con cura, per ciascuno, la collocazione nel paesaggio. Dei tre ponti realizzati in ghisa decorata il “ponte gotico”, o ponte n. 28, situato sul lato nord del Bacino, è il più noto. Prodotto dalla  J.B. & W.W. Cornell Ironworks di New York  si caratterizza per le curve fantasiose dei suoi motivi in fusione che ne fanno una delle architetture più fotografate del Parco.

Per saperne di più  urly.it/3f9y-

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L’energia solare per due piste ciclabili

Posted by on lug 5, 2021 in Arte e Luce, Itinerari | 0 comments

Due differenti progetti di ciclabili, accomunati dall’impiego dell’energia solare rendono la bicicletta, che è già di per sé il mezzo di trasporto più ecofriendly, ancora più sostenibile.

Il primo dei due percorsi si trova in Polonia, nei pressi della località di Lidzbark Warminksi ed è stato realizzato dal TPA Instytut Badan Technicznych (Istituto Tecnologie del Futuro TPA) di Pruszkow che ha utilizzato un nuovo materiale sintetico a base di fosforo, adatto alla pavimentazione stradale e in sintonia con il paesaggio circostante. Una volta “caricato” dal sole, il materiale si accende di un blu brillante per oltre 10 ore, permettendo la percorribilità a piedi e in bici senza aggiunta di luci artificiali. Il concetto di ispira alla Van Gogh path dello studio Roosegaarde [1] anche se la tecnologia di base differisce in quanto la versione olandese utilizza i LED, mentre questa si affida totalmente all’energia solare.

https://www.argoit.com/it/sezione_id,2/newssez_id,238/come-funziona-la-nuova-pista-ciclabile-ad-energia-solare-a-base-di-fosforo/comunicati.html

 

L’altra pista ciclabile, lunga una trentina di chilometri, rappresenta al momento un unicum, in quanto si tratta della prima “autostrada per biciclette” al mondo. L’infrastruttura sorge in Corea del Sud al centro dell’autostrada che collega Daejeon a Sejong ed è coperta da un tetto composto da pannelli solari che garantisce un duplice scopo: proteggere i ciclisti dalla pioggia e allo stesso tempo generare energia elettrica pulita sufficiente per alimentare sia il sistema di illuminazione sia una serie di stazioni per la ricarica dei veicoli elettrici.

Resta tuttavia il fatto – non certo trascurabile – che ci si trova a percorre in bicicletta uno stretto corridoio posto nel mezzo di una strada dedita a supportare grandi volumi di traffico motorizzato ad alta velocità: tutto l’opposto del movimento lento e della possibilità di ammirare il paesaggio che sono le principali caratteristiche offerte dall’utilizzo di questo mezzo di trasporto.

https://www.teleambiente.it/trasporti_corea_sud_pista_ciclabile_energia_solare_costruita_mezzo_autostrada/

 

 

 

 

[1] Di questa pista ciclabile abbiamo già dato notizia sulla rivista Arredo & Città 1 2020 “Nel paesaggio. Itinerari leggeri alla scoperta del territorio” pp. 74-75

https://www.arredoecitta.it/it/riviste/nel-paesaggio-itinerari-leggeri-attraverso-il-territorio/

 

 

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Quei lampioni di Cesena

Posted by on giu 16, 2021 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Il museo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Dal 2008 fanno parte del Museo dell’Arredo Urbano, un progetto nato dalla collaborazione tra il Comune, la Fondazione Neri e Neri spa e che ha trovato nel Giardino Pubblico di Cesena la sua felice realizzazione. Al fine di recuperare il più possibile anche l’atmosfera dell’epoca, l’intervento prevedeva che, dopo il restauro dell’originale impianto architettonico, il sito fosse arricchito con elementi di arredo prodotti nella seconda metà dell’Ottocento. Così, accanto a quattro pali già presenti in città e raccolti nel giardino, sono stati installati otto lampioni in ghisa di proprietà della Fondazione Neri, provenienti da importanti città italiane ed estere.

In questo articolo ci concentriamo sui quattro pali di proprietà del Comune di Cesena perché recentemente abbiamo fatto una scoperta che potrebbe rivelarsi molto preziosa al fine di ricostruirne  la storia. Innanzitutto partiamo dall’unica notizia certa [1]: i pali sono stati trasferiti nel Giardino Pubblico dopo essere stati rimossi dalla balaustra in pietra del Ponte Vecchio, storico ponte cittadino, dove furono installati solo negli anni ‘50  in sostituzione di altri esemplari che non conosciamo. La loro altezza sul ponte era sproporzionata, dal che si deduce che altra doveva essere la loro collocazione originaria, di oltre un secolo fa, un’ipotesi che al momento trova conferma solo in una cartolina di inizio ‘900 che riprende Viale Carducci con la presenza di due di questi lampioni.

Due dei quattro lampioni storici cesenati all'interno del Giardino Pubblico

Due dei quattro lampioni storici cesenati all’interno del Giardino Pubblico

Viale Carducci in una cartolina di inizio '900; al centro si riconoscono due dei lampioni protagonisti dell'articolo

Viale Carducci in una cartolina di inizio ’900; al centro si riconoscono due dei lampioni protagonisti dell’articolo

Un indizio sulla paternità dei manufatti potrebbe invece celarsi, come accennato sopra, tra le pagine di un libro custodito nell’Archivio della Fondazione Neri che ripercorre le tappe salienti della Calzoni [2] uno degli stabilimenti meccanici più rinomati a livello nazionale e non solo. In particolare ad attirare la nostra attenzione è stata l’immagine di un lampione, in tutto e per tutto identico ai pali di Cesena, collocato all’interno di Casa Carducci – residenza bolognese di Giosuè Carducci, oggi trasformata in Museo. Il lampione, realizzato dalla Calzoni nel 1870 ca., illumina l’atrio e la scala a chiocciola che conduce all’appartamento del poeta al piano superiore. Il globo acceso alla sommità ne esalta le forme slanciate ed eleganti e i bei decori vegetali e floreali che caratterizzano la colonna.

Riguardo ai quattro pali di Cesena non possiamo affermare con certezza che siano stati realizzati dalla Calzoni, ma il dato che possiamo aggiungere alle altre informazioni è alquanto interessante, da questo possiamo partire per cercare altri approfondimenti.

Bologna, interno di Casa Carducci, lampione fuso dalla Calzoni nel 1870 ca.

Bologna, interno di Casa Carducci, lampione fuso dalla Calzoni nel 1870 ca.

Sulla ditta Calzoni riportiamo di seguito alcune informazioni riprese da un nostro articolo scritto per la rivista Scuola Officina pubblicata dal Museo del Patrimonio Industriale di Bologna (n. 1, 2008 pp. 10-15).

Inizialmente specializzata nella produzione di macchine agricole e molitorie, nel 1867 la Calzoni iniziò a dedicarsi, prima in Italia, alla costruzione di turbine idrauliche: questo nuovo indirizzo forniva adeguati motori alla crescente domanda dell’epoca per impianti idroelettrici. In quegli anni era presente a tutte le mostre, persino alla grande Esposizione di Filadelfia del 1876 e in un rapporto in occasione di quella tenutasi a Milano nel 1881 veniva citata come vero modello di qualità e organizzazione. Ma nel suo lungo periodo di attività si interessò anche alle fusioni artistiche in ghisa, campo nel quale raggiunse altrettanti soddisfacenti risultati. Davvero vario risulta il campionario di oggetti, realizzati prevalentemente nella seconda metà dell’Ottocento, in cui figurano ornati per parapetti, cancelli, fanali per l’illuminazione e diverse tipologie di panchine, impreziosite da elaborati decori di stile vegetale. Per la città di Bologna tra le opere più significative vanno segnalate la cancellata e le mensole reggi lampada per il palazzo della Banca d’Italia (1889), i numerosi candelabri riccamente ornati per l’illuminazione, sia privata che pubblica, come quelli a quattro luci progettati per la balaustra del ponte di Galliera (fine’800).

Sul Giardino Pubblico di Cesena e il Museo dell’Arredo Urbano all’aperto si veda:

https://www.arredoecitta.it/it/riviste/il-giardino-pubblico-a-cesena/

 

[1] Durante i lavori per l’allestimento del Museo dell’Arredo Urbano abbiamo condotto delle ricerche nell’Archivio Storico di Cesena, ma l’esito si è rivelato purtroppo negativo.

[2] Calzoni 1834-1984, pubblicazione a cura della Riva Calzoni in occasione del 150˚ di fondazione.

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ELEGANTE TECNOLOGIA

Posted by on mag 13, 2021 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

La significativa collezione di cataloghi storici (oltre 400) conservata presso l’Archivio della Fondazione Neri, si è recentemente arricchita di un nuovo esemplare, interessante in quanto delinea un quadro dell’attività produttiva di una delle ditte più significative della seconda metà dell’Ottocento, ma sulla quale le nostre conoscenze risultano al momento ancora lacunose e frammentarie, la cui dicitura completa suona: Compagnie pour la Fabrication des Compteurs et Matériel d’usines à gaz Siry Lizars et Cie.

Sulla bella copertina in stile liberty campeggia il logo dell’azienda, accompagnato da titolo e data: Luce Elettrica Luce Mista, 1892-93. L’interno presenta numerose tavole dove protagonista assoluta è la lampada ad arco che in quegli anni di fervida sperimentazione, incentrata sull’affermazione dell’energia elettrica, rappresentava l’eccellenza della tecnologia. Si componeva di due elettrodi, solitamente di carbonio (grafite) che presentavano una differenza di potenziale elettrico, sia in corrente continua che in corrente alternata. Gli elettrodi venivano inizialmente messi in contatto e successivamente separati per creare l’arco. L’emissione luminosa che ne scaturiva era particolarmente intensa e bianca, molto vicina allo spettro solare, anche se piuttosto instabile e troppo ricca di raggi ultravioletti. La lampada ad arco ebbe grande diffusione tra gli anni 1880-1920 e giocò un ruolo trainante nello sviluppo dell’industria elettrica. Era l’epoca in cui il confronto fra la nuova tecnologia e quella legata al gas approdò spesso ad aspri conflitti, diatribe e contenziosi, soprattutto tra i pionieri dell’elettricità e le Società del Gas che non intendevano perdere il loro prestigioso monopolio.

Ma dall’osservazione del catalogo emerge un altro dato interessante, ovvero l’intenzione di combinare i nuovi ritrovati della scienza con quel gusto che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del XIX sec. Tecnologia inseparabile dall’eleganza, potremmo affermare. Questo almeno nelle intenzioni della Siry Lizars, a giudicare da certe mensole qui presentate che non si limitano a reggere i corpi illuminanti ma che sfoggiano invidiabili decori. Le stesse guarnizioni degli apparecchi, spesso in fusione di rame e cesellate, presentano motivi rinascimentali a forma di teste d’angelo o di fauno. Per non parlare poi dei raffinati candelabri in fusione di ghisa che sembrano davvero gareggiare, in alcuni casi addirittura rubare la scena a quei nuovi apparecchi luminosi posti sulle loro cime.

Della Siry Lizars et Cie. l’Archivio della Fondazione conserva (in fotocopia) alcuni disegni che componevano un album del 1895, ma soprattutto la riproduzione fotografica di un catalogo del 1900 ca., dedicato in gran parte seppur non esclusivamente ai manufatti artistici. Tutte queste fonti sembrano delineare i contorni di una fabbrica di origine transalpina decisamente importante, specializzata non solo nella realizzazione di contatori per la luce e per l’acqua, ma anche nella produzione di raffinati oggetti di arredo pubblico, in particolare varie tipologie di lampioni e di lanterne impiegati per l’illuminazione pubblica.

Questo basta a spiegare: la sua partecipazione all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 e l’esistenza di succursali in molti paesi, come l’atelier di Ginevra o quello italiano di Milano, ubicato al civico 23 di viale Lodovica e dotato di un deposito in Corso Vittorio Emanuele 26.

Monumentali candelabri artistici, con impresso la firma della Siry, Lizars et Cie, vennero scelti per illuminare e contemporaneamente abbellire i centri storici di numerose città, tra le quali segnaliamo, oltre Milano, anche Trieste, Bergamo, Verona e Torino. Proprio nel capoluogo piemontese sul finire dell’Ottocento, il cortile dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari fu illuminato da quattro splendidi candelabri, veri e propri capolavori di arte industriale. Un esemplare è visibile, in tutto la sua imponenza, a Longiano, all’interno della chiesetta di Santa Maria delle Lacrime, oggi sconsacrata e sede di una delle esposizioni del Museo Italiano della Ghisa.

Disegno di uno dei quattro candelabri che illuminavano il cortile dell'Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari di Torino

Disegno di uno dei quattro candelabri che illuminavano il cortile dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari di Torino

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