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Cuneo-Napoli, a colpi di pedale contro il virus

Posted by on set 17, 2020 in Itinerari | 0 comments

“Nel Paesaggio. Itinerari leggeri alla scoperta del territorio” è il titolo del numero di Arredo & Città, pubblicato di recente dalla Fondazione Neri, che affronta il tema dei territori nella loro complessità, territori che si trasformano in paesaggio nel momento in cui si decide di percorrerli con l’intento di esplorarli. L’operazione risulta più efficace se si adotta un incedere lento, a piedi o in bicicletta (https://www.arredoecitta.it/it/riviste/nel-paesaggio-itinerari-leggeri-attraverso-il-territorio/).

Proprio la bicicletta, mezzo del tutto sostenibile, permette ogni anno all’Associazione sportiva La Storia in bici di organizzare nel mese di settembre lungo l’Italia un viaggio cicloturistico dalle caratteristiche spiccatamente storiche e culturali. Patrocinata dal Ministro per i Beni Culturali e per il Turismo, l’edizione 2020  (6-13 settembre) è partita da Cuneo con arrivo a Napoli, dopo aver toccato le località di Quarto dei Mille, Luni, Carrara, San Gimignano, Siena, Orvieto, Viterbo, Tivoli, Fiuggi, Mignano, Monte Lungo e Roccamorfina.

Nelle intenzioni l’itinerario doveva essere un omaggio a quell’italian style diventato uno straordinario elemento qualificante il nostro paese nel mondo, ma mai come quest’anno la pedalata è stata affrontata anche per lanciare un segnale rivolto a tutti noi: quello di non mollare e di aiutarci a vicenda a sostenere una grande nazione che sta cercando faticosamente di uscire dalla fase più difficile della sua storia recente e di ritrovare se stessa.

Gli ottanta ciclisti che hanno preso parte a questa “avventura” sono stati accolti a Viterbo (tappa di metà percorso) da Umberto Laurenti, vice presidente della Associazione “Svegliamoci Italici” che raggruppa prestigiosi esponenti nazionali della cultura, dell’arte, dell’imprenditoria, del food, della moda e della musica. Dalla città dei Papi, poi, il messaggio è stato portato e diffuso a colpi di pedale fino al Vesuvio.

 

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Progettare la città resiliente. Il caso di Boston

Posted by on ago 3, 2020 in Riqualificazione spazi urbani, Smart city e Architettura green | 0 comments

Molte città, come Boston, sono alle prese con i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello del mare. Poche sono riuscite, tramite l’apporto di architetti del paesaggio, urbanisti e ingegneri a comprendere veramente la portata dell’impatto e proporre soluzioni innovative

Il team di progettazione, che comprendeva Kleinfelder, Stoss, One Architecture & Urbanism e Woods Hole Group, in coordinamento con partner a tutti i livelli di governo, membri della comunità e settore privato, ha sviluppato una strategia di resilienza che include una serie di criteri di valutazione, raccomandazioni per azioni a breve e lungo termine, costi di ordine di grandezza e una roadmap di implementazione per guidare la città mentre inizia a passare dalla pianificazione alle azioni fisiche per proteggere la comunità.

Una strategia di coinvolgimento della comunità solida e divertente è stata fondamentale per lo sviluppo della visione e delle raccomandazioni del progetto. Oltre 400 residenti a East Boston e Charlestown hanno partecipato a riunioni, open house e sondaggi in cui hanno condiviso le loro visioni e priorità sulle soluzioni di resilienza costiera. I residenti hanno dato particolare importanza alle garanzie di accesso all’acqua e al fatto che le soluzioni siano efficaci a lungo termine.

East-Boston

East-Boston-2

La strategia di resilienza e le soluzioni di progettazione prevedono il controllo stratificato delle inondazioni e misure integrate di infrastrutture verdi che mitigano l’effetto dei cambiamenti climatici creando un ambiente sociale, ambientale, e benefici economici.

Le misure aggiuntive fornite: marciapiedi potenziati con respingenti naturali delle zone umide che presentano passerelle in grado di tenere le persone all’asciutto; paesaggi che combinano l’interazione sociale con la protezione dalle inondazioni, creando luoghi per sedersi e guardare le attività; e una piantagione di alberi da ombra che aiuta a combattere la temperatura più elevata. Tutti questi elementi contribuiscono a migliorare i collegamenti con il lungomare rendendolo veramente accessibile per la comunità.

Le misure di protezione dalle inondazioni proposte sono progettate per essere efficaci per oltre 50 anni. Insieme, forniranno protezione dalle inondazioni, accesso al lungomare, attività ricreative, mobilità per oltre 11000 residenti e almeno 300 imprese, nonché per infrastrutture di autostrade e per altri importanti servizi.

Charlestown-2

Charlestown-2

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Il lampione sulla Linea Gustav

Posted by on lug 27, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Ortona, dicembre 1944. Dopo quattro giorni di furiosi combattimenti le truppe alleate entrano in città, ridotta ormai a un cumulo di macerie. La località abruzzese è posta all’estremo confine orientale della Linea Gustav, fortificazione difensiva voluta da Hitler che taglia in due l’Italia partendo dalla foce del Garigliano, sul Tirreno, fino all’Adriatico, con termine proprio ad Ortona. A nord dello sbarramento si trova il territorio in mano ai nazi-fascisti, mentre a sud quello occupato dagli Alleati. L’ordine impartito dallo stesso Führer “la fortezza di Ortona deve essere difesa fino all’ultimo uomo” è tassativo, a prova dell’importanza strategica del luogo. La sua conquista, infatti, aprirebbe agli Alleati la strada per Pescara e Avezzano, e da lì per Roma. Sulla città si abbattono più di un milione di proiettili di artiglieria. Sfondata la linea difensiva i soldati canadesi si riversano in città ingaggiando un scontro col nemico casa per casa. Il bilancio finale, che porta alla liberazione di Ortona, è drammatico: 800 caduti tedeschi, 1300 civili, 1400 canadesi.

Un’immagine di quelle giornate è immortalata su una cartolina storica conservata nell’Archivio della Fondazione Neri. Alcuni fanti del 22° reggimento Seaforth Highlanders avanzano per le vie distrutte del centro; alla loro sinistra, tra un cannone e un carro armato, è ben riconoscibile la porzione inferiore della colonna di un lampione impiegato per l’illuminazione pubblica. Non si tratta di un pezzo qualsiasi, bensì di quello che sopravvive di una delle tipologie più interessanti, e in assoluto più eleganti, di tutta la produzione ottocentesca italiana.

Dicembre 1944, i soldati canadesi entrano ad Ortona. Al centro si riconosce parte del candelabro storico

Dicembre 1944, i soldati canadesi entrano ad Ortona. Al centro si riconosce parte del candelabro storico

Il palo, funzionante originariamente a gas, è stato pensato per reggere due o più mensole con relativi corpi illuminanti. Si compone di due sole parti: la base e una colonna-stelo, quest’ultima realizzata in un’unica fusione di squisita fattura. La colonna è completamente rivestita da una variegata decorazione vegetale, con una successione ininterrotta di foglie d’acanto, di quercia e di vite: le foglie d’acanto, subito al di sopra dell base, hanno l’estremità che accenna a piegarsi verso l’alto, mentre assai più ripiegate verso il basso si mostrano le foglie di palma che appaiono come un fiore che sta per sbocciare. Essendo le foglie ripiegate fuse insieme alla colonna, e non applicate successivamente, il manufatto risulta essere una vera opera d’arte fusoria sia per le difficoltà di realizzazione che per il risultato estetico.

Esemplari identici sono stati da noi documentati in altri centri, tutti dislocati nel centro-sud della Penisola. Tra questi Palermo (in origine collocati in varie zone della città come il Foro Italico, Porta Felice, Porta Nuova, davanti all’ingresso di Villa Giulia), Acireale, Catania, Napoli e Avellino. Alcuni riportano sulla base la data 1856 a testimoniare come la loro produzione risalga, addirittura, all’epoca preunitaria.

Acireale (CT), un esemplare di candelabro sopravvissuto

Acireale (CT), un esemplare di candelabro sopravvissuto

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Cool gas ad Atene

Posted by on giu 25, 2020 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Officine, gassificatori, ciminere, gasometri, sono gli emblemi indiscutibili della rivoluzione industriale. I gasometri assolvevano alle funzioni di stoccaggio, deposito e regolazione della pressione del “gas di città”, ottenuto dalla combustione del carbone fossile – coke – e destinato  all’uso domestico (ad esempio il riscaldamento) e pubblico, per l’ illuminazione delle strade. Fu lo stesso ingegnere scozzese William Murdoch, pioniere negli studi sulla produzione del gas illuminante, a battezzarli nel 1800 con il nome di syngas: strutture a intelaiatura metallica, a forma di silo, capaci di contenere al loro interno una miscela di gas composto da monossido di carbonio e idrogeno, con l’aggiunta di metano e anidride carbonica. Per oltre un secolo interi quartieri delle moderne città europee vennero destinati ad ospitare i gasometri, fino all’inizio della diffusione su grande scala del metano da un lato e dell’energia elettrica dall’altro. Tali depositi, divenuti obsoleti, furono messi in disuso o demoliti.

Atene, il centro culturale Technopolis, nel distretto di Gazi, by G Da, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53249313

Atene, il centro culturale Technopolis, nel distretto di Gazi, by G Da, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53249313

Il destino è stato più benevolo con il gasometro della città di Atene, ubicato nel distretto di Gazi, il sito della ex-centrale del gas,aperta nel 1857, dalla quale prende appunto il nome. Il recupero dell’intera area, che occupa una superficie di oltre 30 mila mq, ha trasformato l’ex quartiere industriale in un centro multiculturale e nel luogo più “cool” della capitale greca. Raggiungibile a piedi dal Ceramico (importante sito archeologico), la direzione è indicata dalle alte ciminiere che introducono a una grande piazza dove ogni sera, soprattutto durante la stagione estiva, va in scena il rito notturno della movida ateniese tra locali, tavoli all’aperto, cinema e musica. Ma ad attirare qui anche i turisti è soprattutto Technopolis, un museo diffuso che occupa gran parte degli edifici recuperati, gasometro compreso. Dedicato alla storia dell’area, ma aperto anche a mostre temporanee e concerti, dal 2013 ospita il Museo Industriale del Gas, che permette di ripercorrere la storia del gas nella città di Atene e dell’antica fabbrica ad esso dedicata.

L'ex gasometro di Atene, by Dimorsitanos - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37202399

L’ex gasometro di Atene, by Dimorsitanos – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37202399

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Triberg: dall’acqua il primato della luce

Posted by on mar 19, 2020 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Sorge alle pendici di una valle incantata nel cuore della Foresta Nera. Il piccolo borgo di Triberg è attraversato dal fiume Gutach, le cui acque danno vita alle cascate più alte della Germania: 163 metri di altezza suddivise in 7 salti che si infrangono su rocce granitiche emettendo rombi assordanti. La visita prevede diversi percorsi, da quelli semplici ai più articolati per camminatori esperti, ma per tutti l’apertura serale, fino alle 22, offre uno spettacolo suggestivo di acqua e luci.

Le cascate di Triberg,  foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

Le cascate di Triberg,
foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

A proposito di luce, il paese vanta un altro primato. Si tratta, infatti, del primo centro tedesco ad aver introdotto l’illuminazione elettrica, grazie proprio allo sfruttamento delle acque del fiume. Dai primi anni del ‘900 la nuova rivoluzionaria fonte luminosa sostituisce progressivamente il gas nell’illuminazione pubblica cittadina. Strade e piazze si accendono di una luce bianca e potente, mai vista prima di allora. Le lampade sono sostenute da mensole a muro e, soprattutto, da alti pali in ferro e ghisa con cima a pastorale. L’innovazione tecnologica corrisponde al periodo di maggior sviluppo di Triberg; lungo la strada principale è un susseguirsi di case con facciate affrescate e attività commerciali caratterizzate da insegne in ferro lavorato.

Triberg, 1912

Triberg, 1912

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Molti sono i suoi laboratori artigianali che attirano ancora oggi migliaia di turisti per poter ammirare, o acquistare, un prodotto tipico della zona: gli orologi a cucù.  Triberg è collocata sulla Strada degli orologi della Foresta Nera, un itinerario ad anello di ca. 110 km che può essere percorso in auto, moto, o ancora meglio in bicicletta. A partire dal XVII secolo la Foresta Nera si impone in Europa come il più importante luogo di produzione di questi particolari oggetti. All’attività artigianale vera e propria si affiancano oggi infrastrutture turistiche come musei, negozi, locande che sorgono nei tipici villaggi dalle case con i tetti spioventi di pietra.

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

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