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Tutti i colori della ghisa

Posted by on feb 18, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Applicata sulla ghisa la verniciatura svolge fondamentalmente due funzioni. La prima, la più importante, è quella di proteggerla dall’ossidazione. Essendo una lega metallica composta in prevalenza di ferro (97% ca.) e carbonio, la ghisa subisce in modo inevitabile l’attacco degli ossidi che si formano per azione dell’ossigeno sulla sua superficie, con il contributo dell’acqua sotto forma di umidità atmosferica o di pioggia. A differenza delle alterazioni causate da altri tipi di materiali, la ruggine si stacca facilmente dalla superficie del metallo, si sbriciola, e lascia esposta la parte sana sottostante, pronta per essere a sua volta aggredita dagli agenti esterni. Se non si interviene ciò può determinare col tempo la rottura completa del pezzo.

Al gusto e all’estetica risponde, invece, la seconda funzione. Noi siamo soliti pensare alla ghisa impiegata per l’arredo urbano e l’illuminazione del “tradizionale” colore grigio scuro, molto simile all’antracite. In realtà nell’Ottocento, e per buona parte del Novecento, era diffusissima la prassi di verniciare i manufatti in ghisa con diversi colori: i più utilizzati, oltre ovviamente al grigio, erano il bianco, il verde, il blu, il rosso, il nero e l’oro. Spesso i colori identificavano una città o addirittura una specifica area geografica. Emblematico è il caso di Venezia e dell’intera Laguna dove per i lampioni, le panchine, i chioschi e i numerosi ponti, si ricorreva – ma ciò continua ancora oggi – a utilizzare il cosiddetto “verde Venezia” o, appunto, “verde Laguna”.

I caratteristici candelabri di Venezia verniciati di "verde Laguna"

I caratteristici candelabri di Venezia verniciati di “verde Laguna”

 

Nell’Europa settentrionale, soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda, a dominare è invece il colore bianco col quale sono verniciate le grandi strutture metalliche: serre, verande, gallerie coperte, pensiline, gazebo, chioschi per la musica, balaustre per ponti e pontili. Si tratta di un colore che contribuisce a far risaltare l’eleganza e la raffinatezza dei particolari architettonici e dei decori di cui spesso sono rivestite. Oggi si sta registrando un recupero e un nuovo forte interesse per questo colore applicato alla ghisa.

Un’altra caratteristica tipicamente britannica, diffusasi poi col tempo anche nel territori asiatici delle ex colonie, è quella di applicare sullo stesso manufatto più colori insieme. Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto, ma non solo, le grandi fontane. Capita così di imbattersi, passeggiando per le strade o nei parchi, in veri e propri monumenti acquatici che attirano la nostra attenzione non solo per la qualità artistica o il gioco scenico della caduta dell’acqua dall’alto, ma anche per la vivacità offerta dai diversi colori scelti per rivestirli.

Brighton, UK, il chiosco per la musica, 1884, Txllxt TxllxT - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63819264

Brighton, UK, il chiosco per la musica, 1884, Txllxt TxllxT – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63819264

Interno della grande serra di Syon House, Middlesex, UK

Interno della grande serra di Syon House, Middlesex, UK

Ross Fountain, Edimburgo, Kleinzach - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71451308

Ross Fountain, Edimburgo, Kleinzach – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71451308

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Poseidone a New York

Posted by on feb 11, 2020 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Probabilmente a New York non esiste nessun altro oggetto ornamentale in ghisa che possa competere in bellezza con il decoro della recinzione esterna del Dakota Building. Straordinario prodotto dell’arte fusoria in ghisa del XIX secolo, è stato realizzato dalla Hecla Iron Works, importante stabilimento americano specializzato in complementi per l’architettura. Il gruppo scultoreo, che ritorna più volte a impreziosire la balaustra, consiste di un volto umano barbuto dai tratti realistici particolarmente severi, spalleggiato da “fantastici assistenti”: una coppia di mostruose creature animali intente a stringere tra le fauci il tubolare poggiamano della balaustra stessa.

Per gli abitanti della Grande Mela non c’è alcun dubbio: il volto rappresentato è quello di Poseidone. In effetti per gli antichi greci il dio del mare era noto per il carattere cupo e litigioso, bastava un niente per irritarlo e spingerlo a scatenare disastri lungo le coste. Per punire i mortali oltre alle calamità naturali faceva risalire in superficie dagli abissi i suoi fidati mostri marini capaci di distruggere ogni cosa.

Dakota Building, balaustra in ghisa, Ingfbruno - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29692419

Dakota Building, balaustra in ghisa, Ingfbruno – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29692419

Il repertorio in ghisa che arricchisce gli esterni dell’edificio non finisce però qui: fanno bella mostra di sé anche mensole reggi lampada, candelabri, vasi ornamentali, cancelli, in particolare quello monumentale dell’ingresso principale. Trattandosi del Dakota Building (1884) si può dunque affermare che per questo palazzo, rivoluzionario sotto molti aspetti, si sia fatto largo utilizzo del materiale ritenuto a sua volta il più rivoluzionario e moderno di quegli anni, non solo dal punto di vista tecnico-strutturale, ma anche, e soprattutto, ornamentale.

A rendere ancora oggi famosa questa costruzione è il fatto che si tratta del primo condominio residenziale della storia. Per l’epoca il concetto di condominio rappresenta un’assoluta novità poiché a vivere in singoli appartamenti, spesso malsani e sovraffollati, erano soltanto le classi inferiori; l’alta società era solita risiedere in grandi abitazioni unifamiliari. Il Dakota, invece, a discapito della sua originaria posizione isolata[1] e distante dalla frenesia del centro di Manhattan, era un lussuosissimo condominio dotato di ogni comfort: grandi ambienti, materiali e finiture di pregio, attrezzature moderne per le cucine e i bagni, luce elettrica ovunque. Per questo ebbe un grande successo di pubblico, basti pensare che tutti gli appartamenti furono assegnati prima del suo completamento. Il Dakota divenne ben presto sinonimo di status sociale, il nuovo simbolo per l’alta società di New York, dove acquistare, o quanto meno affittare, un appartamento come residenza di città.

[1] Una leggenda metropolitana  vuole che il suo nome derivi dal fatto che al tempo in cui l’edificio venne costruito, l’Upper West Side di Manhattan era scarsamente abitato e quindi considerato remoto quanto il territorio del Dakota.

Dakota Building, New York, Ajay Suresh from New York, NY, USA - The Dakota, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475406

Dakota Building, New York, Ajay Suresh from New York, NY, USA – The Dakota, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475406

 

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La ghisa a “supporto” dello spirito

Posted by on gen 27, 2020 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Yangon, Pagoda di Shwedagon

Yangon, Pagoda di Shwedagon

Marco Polo, Kipling, Orwell, hanno scritto delle sue bellezze. Oggi che si è aperto al turismo, per fortuna ancora piuttosto circoscritto e rispettoso, continua a stupire per i suoi colori e, soprattutto, per la spiritualità che si respira ovunque, tra le numerose etnie che lo popolano e gli infiniti templi: tutto ruota attorno a Buddha.  Il Myanmar è una terra dorata del Sudest asiatico, in passato conosciuto come Birmania durante il periodo della dominazione inglese protrattasi fino al 1948. Una recente visita a una delle sue perle, la Pagoda di Shwedagon, ubicata presso l’ex capitale Yangon, ci ha permesso di fare una “scoperta” inattesa davvero molto interessante.

Per i buddisti questo monumento è considerato un luogo sacro, da visitare almeno una volta nella vita. Si tratta di un’architettura scintillante, unica nel suo genere, con uno stupa di 98 metri d’altezza posto al centro visibile da ogni angolo della città. La sua superficie è interamente ricoperta da foglie d’oro. Intorno ad esso sorgono luoghi di culto minori e tutte queste strutture creano nell’insieme un complesso spettacolare che riflette la luce del sole, in particolare all’alba e al tramonto, rendendo il contesto quasi surreale.

È proprio in questo luogo che abbiamo potuto osservare come diversi elementi, sia strutturali che decorativi, sono stati realizzati in fusione di ghisa. Di questo materiale sono le colonne che reggono i templi minori e che si dividono in due tipologie differenti: una più semplice e snella, verniciata di verde, e una più monumentale, a pianta circolare, con finitura in foglie d’oro sul fusto e sul capitello. Di ghisa sono pure le eleganti balaustre che delimitano le scalinate di accesso ai luoghi di culto, così come le piccole sculture, umane e animali, a decoro delle tante campane presenti nella spianata della pagoda e i paletti segnaletici posti accanto alle fontane.

Ma come si spiega la presenza di elementi in ghisa, riconducibili alla seconda metà dell’800, in un sito originario del VI-X sec., poi ricostruito interamente nel ‘500? La riposta va probabilmente cercata all’epoca dell’ultimo grande intervento di restauro della pagoda (1871), quando la Birmania si apprestava ad essere annessa all’Impero britannico. In quel periodo dall’Inghilterra, ma anche dalla Scozia, partivano per le colonie i prodotti della rivoluzione industriale: quelli in ghisa rappresentavano, per tecnologia e modernità, l’eccellenza nell’ambito dei complementi per l’architettura.

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NON SOLO STELE

Posted by on gen 21, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Pontremoli, piazza Unità d’Italia. Appaiono ubicate sullo stesso lato della piazza, a pochi metri di distanza, e l’una sembra ricordare all’altra il perché della loro presenza in un paese forestiero. In entrambi i casi si tratta, infatti, di un omaggio alla città natale da parte di coloro che nel secolo scorso sono emigrati  in cerca di fortuna in Inghilterra e in Francia.

Da Londra proviene un esemplare di cabina telefonica la cui tipologia ha rappresentato, e continua a rappresentare tutt’oggi, un’icona del Regno Unito. Quando a partire dagli anni ’90 l’ascesa inesorabile della telefonia mobile ha costretto anche la British Telecom a procedere alla rimozione dalle strade e dalle piazze di Londra di questi famosi  “parallelepipedi scarlatti”, la comunità pontremolese ha pensato bene di acquistarne una e di spedirla in patria.

Anche l’altro oggetto della piazza è  un simbolo del paesaggio urbano ottocentesco, questa volta però di Parigi. Si tratta di una fontana “Wallace”, dal nome del filantropo inglese, Sir Richard Wallace, che donò un centinaio di manufatti come questo a Parigi in un periodo molto buio per la città (sconfitta contro i prussiani e disordini pubblici durante la Comune). In quegli anni  molti acquedotti erano andati distrutti e l’acqua da bere aveva costi esorbitanti. Si può ben immaginare come la popolazione accolse questo prezioso e inaspettato regalo. Il modello della fontana è opera dello scultore Lebourg e le fusioni furono affidate a una delle più importanti fonderie al mondo di ghisa d’arte: la francese Val D’Osne.

Il disegno, invece, è dello stesso Wallace che ha attribuito molta importanza all’aspetto estetico. Le fontane hanno alcuni tratti specifici che le rendono inconfondibili: il caratteristico colore verde che si armonizza con la natura, il piedistallo a croce greca, le quattro eleganti cariatidi superiori che sostengono una cupola sormontata da delfini. L’acqua che fuoriusciva dalla fontana poteva essere bevuta mediante bicchieri di latta fissati con catenelle alla cupola.

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Dalla piazza un breve tragitto a piedi conduce, attraverso il ponte della Cresa, al borgo murato di Pontremoli, centro medievale di grande interesse sorto sulla Via Francigena. All’interno del castello del Piagnaro sono conservate in un’ambientazione suggestiva le famose Statue Stele, sculture antropomorfe in pietra (IV-I millennio a.C.) di guerrieri e donne di rango dalla tipica testa a mezzaluna che sono il simbolo dell’intero territorio della Lunigiana.

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“Street Art da museo”

Posted by on gen 14, 2020 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Parigi è oggi riconosciuta come una delle capitali della Street Art, molteplice forma espressiva che si manifesta negli spazi pubblici: strade, facciate dei palazzi, sottopassi, stazioni. Nonostante un po’ di tempo fa fosse considerata illegale, il suo successo, in forte ascesa soprattutto tra i giovani, ha spinto l’Amministrazione comunale della capitale francese a dar vita al primo museo al mondo dedicato proprio all’arte urbana, e per di più galleggiante sulla Senna: Fluctuart.

L’edificio, in metallo e vetro, è stato progettato, proprio ai piedi del Pont des Invalides dallo studio Seine Design nel quartiere di Gros Caillou, in modo da apparire ormeggiato sulla riva sinistra del fiume come una monumentale chiatta trasparente di 1200 mq disposta su tre piani. Una grande terrazza aperta, adibita al ristoro e ad ospitare eventi, offre una vista impagabile sul cuore della città. E poi a scendere, proprio come in una nave, si accede al ponte centrale destinato alle esposizioni e infine alla sottocoperta con gli uffici, i laboratori didattici e la libreria.

Il progetto si inserisce all’interno di un piano di potenziamento delle sponde della Senna e dei suoi canali allo scopo di trasformare queste zone in centri vivaci di cultura e di intrattenimento. Al suo interno si trovano collezioni permanenti – dedicate ai grandi maestri internazionali della Street art come Bansky, Shepard Fairey, Vhils, Keith Haring – e mostre temporanee, spazi dedicati a lezioni, laboratori e workshop.

Banksy, Girl and Heart Balloon, by Dominic Robinson - CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73570221

Banksy, Girl and Heart Balloon, by Dominic Robinson – CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73570221

L’originale tempio dell’arte urbana, che si visita gratuitamente tutti i giorni da mezzogiorno a mezzanotte, è un centro dinamico, giovane e interattivo, dove anche gli artisti meno conosciuti possono presentare le loro creazioni. Proiettori e installazioni di videomapping mostrano le opere più significative anche all’esterno, proiettandole sul muricciolo e sulla banchina del museo che si trasformano per l’occasione in tele virtuali da ammirare con le luci della sera. Su di esse appaiono i luoghi urbani preferiti da questo genere d’arte, generalmente caratterizzati da degrado, emarginazione sociale e alta densità abitativa.

https://fluctuart.fr/

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