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Tra il buio e il gas – L’illuminazione ad olio di Venezia

Posted by on mag 16, 2019 in Arredo Urbano, Luce | 0 comments

La tradizione vuole che Venezia sia rimasta al buio – o tutt’al più illuminata dalla luna e da qualche sporadico lumicino posto sotto le immagini sacre dei sottoportici – fino all’inizio del Settecento.

L’idea di un sistema di illuminazione organico della città si deve a un nobile di nome Stefano Lippomano che nell’autunno del 1719, con l’appoggio dei  bottegai dell’area marciana, fece inserire sulle pareti esterne dei negozi i cosiddetti ferali, i primi fanali ad olio.

I ferali, primi fanali ad olio per l'illuminazione notturna di Venezia

I ferali, primi fanali ad olio per l’illuminazione notturna di Venezia

Nel volgere di pochi anni  la novità venne allargata a tutte le contrade, abitazioni comprese, nonostante l’iniziale sollevazione degli scodega, gli accompagnatori notturni forniti di lume portatile che prestavano servizio a pagamento e che si videro improvvisamente messi da parte. Le cronache del tempo riportano notizie di veri e propri atti vandalici contro i fanali e i bracci in ferro ai quali erano appesi.

Il primo “impianto” di illuminazione prevedeva un finanziamento mediante contribuzioni volontarie, provenienti in larga parte da privati facoltosi, alle quali col tempo si andarono ad aggiungere le riscossioni dell’imposta “sopra i ferali” da parte del magistrato alle pompe , chiamato a gestire questa nuova attività, in parallelo alla sua funzione principale di prevenzione degli incendi.  Dai registri del magistrato traspare l’esigenza di tenere illuminata Venezia per tutta la notte: lo richiedeva la popolazione, non solo per aumentare la sicurezza notturna, ma anche per garantire un maggior decoro cittadino.

All’accensione, spegnimento e corretto funzionamento dell’impianto provvedevano, sempre per ordine del magistrato, i soprastanti alli fanali che utilizzavano i vari tipi di olio in commercio:   l’olio di balena, di lino, di rapa, ma anche quello ottenuto dalla spremitura delle olive, il migliore e di conseguenza anche il più costoso di tutti. I suoi pregi erano la possibilità di bruciare più a lungo  e di emanare una luce molto più chiara e brillante.

Con la fine della Repubblica, a partire dal 18 aprile 1797 furono i nuovo padroni della città, gli austriaci, ad occuparsi direttamente  della gestione del servizio di illuminazione. La materia passò alla Deputazione interna polizia strade, canali e illuminazione della città che continuò a sovraintendere l’impianto esistente. Solo nel 1843 l’olio verrà definitivamente soppiantato dall’introduzione del gas-luce.

Lo scodega (a sinistra) accompagnatore notturno dotato di lume portatile e un soprastante alli fanali (a destra) addetto al corretto funzionamento dell'impianto di illuminazione a olio

Lo scodega (a sinistra) accompagnatore notturno dotato di lume portatile e un soprastante alli fanali (a destra) addetto al corretto funzionamento dell’impianto di illuminazione a olio

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La notte porta luce nella storica New Orleans

Posted by on apr 24, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

New Orleans, Canal Street

New Orleans, Canal Street

Più grande di Pennsylvania Avenue a Washington, o del Mall a Londra. Canal Street, nel cuore di New Orleans, è la più ampia strada commerciale d’America. Alla fine degli anni ’20 il nuovo progetto illuminotecnico, che rientrava nell’ambito di un rinnovamento urbanistico della nota arteria cittadina, coinvolse amministratori e potenti uomini d’affari, intenzionati a dar vita a un sistema di illuminazione efficiente, ma anche bello e in grado di trasformare il volto notturno di New Orleans.

Si volevano sostituire i pali di fine Ottocento con nuovi esemplari in acciaio che oltre a illuminare la strada dovevano sostenere i cavi elettrici del tram. Canal Street si componeva di tre corsie per ciascun senso di marcia, con un doppio binario al centro per il passaggio dei tram.

La scelta finale cadde su prodotti della Union Metal Manufacturing Co., società di Canton (Ohio) specializzata nella produzione di pali ornamentali che stavano riscuotendo grande successo in diverse città statunitensi. L’installazione di decine di questi esemplari lungo tutta Canal Street ebbe grande risalto sulla stampa dell’epoca.

Quotidiani e riviste dedicarono ampio spazio all’evento, come conferma anche l’articolo pubblicato il 19 aprile 1930 sul giornale The Saturday Evening Post, di cui la Fondazione Neri conserva una copia originale nel suo archivio. Il pezzo, intitolato “Night brings light to historic New Orleans”, la dice lunga sull’importanza di questo progetto che sfruttava l’altezza dei pali per sostenere alla loro sommità tre lampade moderne ed efficienti prodotte dalla General Electric di Boston.

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

Mentre di notte Canal Street si accendeva di una miriade di luci brillanti, di giorno i pali contribuivano all’arredo di questo luogo, ma anche a testimoniare la storia più antica della città. Sui quattro lati di ogni basamento, infatti, è riportato, entro un cartiglio floreale, lo stemma di New Orleans: tre gigli che ricordano la sua fondazione avvenuta nel 1718 per opera dei coloni francesi.

I pali sono ancora oggi funzionanti.

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Omaggio a Matera

Posted by on apr 8, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Quei Sassi abbandonati sono stati per troppo tempo il simbolo dell’angoscia di un’intera città. Dal 1952 – anno della Legge Speciale che costrinse più di 15.000 persone ad abbandonare un luogo troppo arretrato, degradato e causa di emarginazione sociale – la situazione è letteralmente cambiata.

Oggi la metamorfosi si può dire compiuta: nel 1993 i Sassi di Matera, finalmente recuperati, sono diventati Patrimonio Mondiale dell’Umanità, primo sito UNESCO a essere definito “Paesaggio Culturale”. E quest’anno Matera, insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura, esibisce i risultati di un lungo percorso di riqualificazione e identificazione del territorio che ne valorizza l’antichissima comunità.

I Sassi di Matera nel 1961

I Sassi di Matera nel 1961

Anche la Fondazione Neri vuole rendere omaggio a Matera e lo fa, dal suo angolo di visuale, tramite alcune cartoline d’epoca conservate in Archivio che ritraggono i lampioni della pubblica illuminazione installati in questa città unica al mondo. Illuminazione che nell’arco di tempo compreso tra fine ’800 e metà ‘900 fu alimentata prima dal gas, poi dall’energia elettrica.

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, 1939

Matera, 1939

Matera, piazza Vittorio Veneto

Matera, piazza Vittorio Veneto

Sempre in Archivio, una sezione è dedicata a fotografie scattate negli ultimi vent’anni, utili a documentare la sopravvivenza nelle vari regioni di lampioni in ghisa.  Nel centro storico di Matera sono documentate tre tipologie di manufatti in stile neoclassico. La prima, installata in via XX Settembre, consiste di una colonna scanalata di ridotte dimensioni che ospita decori vegetali alla base e un capitello floreale sulla cima con funzione di sostegno per una cetra reggi-lampada.  In piazza Duomo, fa bella mostra di sé una coppia di lampioni ad una sola luce caratterizzati da un’imponente basamento artistico, mentre in via Ridola, di fronte all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale, tre esili e slanciati paletti posti su basamenti in pietra colpiscono per la raffinatezza dei decori, in particolare le plastiche zampe leonine che compongono la base e la sfinge alata, eretta sulle zampe anteriori, che sostiene una lanterna.

Matera, via XX Settembre

Matera, via XX Settembre

Matera, piazza Duomo

Matera, piazza Duomo

Matera, via Ridola

Matera, via Ridola

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Al di là della Foresta

Posted by on mar 25, 2019 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Il pifferaio magico, per vendetta verso la città tedesca di Hamelin che non lo aveva pagato dopo essere riuscito a liberarla da un’invasione di topi, rinchiuse tutti i bambini in una grotta dalla quale non sarebbero mai più tornati. Eppure esiste una versione meno conosciuta di questa celebre fiaba che introduce un lieto fine: i piccoli avrebbero seguito il protagonista all’interno della cavità per poi uscire dall’altra parte, nel lontano paese di Almas in Romania diventando, addirittura, i primi colonizzatori sassoni di quella regione chiamata dagli antichi romani Transilvania, ovvero la terra “al di là della foresta”.

Ogni leggenda che si rispetti porta con sé un fondo di verità. È noto che furono proprio i sassoni tedeschi, con l’apporto dei rumeni, a trasformare dal XII secolo la Transilvania, già splendida per il suo paesaggio, in un prezioso scrigno d’arte e di cultura. Tra le sue perle si segnala il centro di Sibiu, capitale europea della cultura 2007.  La città  – dove i palazzi che si affacciano su Piazza Grande (Patrimonio Unesco) hanno sui tetti delle particolari fessure che sembrano dei grandi occhi – è stata all’avanguardia in ogni epoca: nel 1896 fu una delle prime città europee e la prima in Romania, a utilizzare l’energia elettrica per l’illuminazione notturna di tutto il centro storico. Solo qualche anno più tardi, precisamente nel 1904, inaugurò, prima in Europa, una linea di tram urbani elettrici.

Sibiu, piazza Grande

Sibiu, piazza Grande

Ma le sue eccellenze non si esauriscono qui: a parte la bellezza dell’impianto urbanistico e l’atmosfera bohemienne che si respira negli splendidi caffè, negli edifici barocchi di ispirazione viennese, nei numerosi festival animati da artisti di strada, Sibiu può vantare l’esistenza del primo ponte in ghisa della Romania, che rappresenta un vero e proprio simbolo cittadino. All’inizio il Ponte delle Bugie, questo il suo nome, era in legno, poi, nel 1859, si decise di ricostruirlo utilizzando la rivoluzionaria lega metallica. Seppure più piccolo e meno monumentale, ricorda molto da vicino l’antenato più illustre, l’Iron Bridge nella località inglese di Coalbrookdale. A illuminarlo provvedono ancora oggi quattro eleganti candelabri in fusione collocati, in coppia, su entrambi gli ingressi.

Sibiu, ponte delle Bugie

Sibiu, ponte delle Bugie

A circa tre ore d’auto da Sibiu, lungo un esistente percorso medievale che collega la Transilvania alla Valacchia, sorge su un’altura dei Carpazi il Castello Peles, residenza estiva di re Carlo I di Romania. L’edificio, costruito tra il 1873 e il 1914, sembra appena uscito dalle fiabe e attira turisti da tutto il mondo, affascinati dalla sua bellezza. Oltre alle splendide sale (170 camere) riccamente arredate e affrescate, sono presenti tutta una serie di corpi di fabbrica ausiliari: tra questi una vera e propria centrale elettrica di inizio ‘900 che ha permesso a questa residenza di diventare il primo castello al mondo completamente alimentato da energia elettrica prodotta localmente.

Altro che vampiri e notte buie!

Castello Peles, Romania

Castello Peles, Romania

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Dalla ghisa all’acciaio

Posted by on mar 13, 2019 in Arredo Urbano | 0 comments

Il palo in acciaio senza saldatura, impiegato anche nel campo dell’illuminazione pubblica con funzione di sostegno per le luci, è un’invenzione nata in Germania a fine Ottocento, che ha reso possibile per la prima volta la produzione di manufatti in grado di resistere anche a pressioni meccaniche elevate. Oltre ad essere molto più leggeri, i pali in acciaio offrono ottime garanzie di compattezza e resistenza perché realizzati in un unico pezzo, mentre quelli in ferro e ghisa, sono spesso prodotti in sezioni, di varie misure e dimensioni, le quali debbono poi necessariamente raccordarsi tramite fissaggi o saldature.

Prima che la nuova tecnologia si diffonda in Europa, e poi successivamente in tutto il mondo, bisogna attendere almeno una cinquantina d’anni. Non mancarono tuttavia, anche negli anni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale, nuovi progetti di illuminazione pubblica che prevedevano l’impiego di tubolari in acciaio. In Italia tale opportunità viene sfruttata appieno dalla Società Anonima Stabilimenti di Dalmine (Bergamo) che utilizza l’acciaio già nel 1932 per realizzare gli inediti candelabri di piazza Saffi a Forlì.

Un catalogo, entrato recentemente a far parte della collezione dell’Archivio della Fondazione Neri, mostra un intervento analogo in Belgio, nella città di Bruxelles, a partire dal 1930.  Poteax en Acier, è il titolo del piccolo ma interessantissimo volume (36 pagine in tutto) attraverso il quale è possibile ripercorrere la produzione della Sociéte Anonyme des Usines a Tubes de la Meuse, stabilimento belga specializzato nella fabbricazione di condutture in acciaio per l’acqua e il gas, oltre che di pali per l’illuminazione urbana. Quest’ultima sezione, ampiamente documentata, è suddivisa in due parti.

Nella prima la nuova lega metallica risulta al servizio di una produzione ancora in parte ispirata alla tradizione neoclassica tardo-ottocentesca: sulla superficie liscia del palo persistono infatti decori di tipo floreale e vegetale, maggiormente concentrati sulla base e sulle mensole che compongono la cima. Una tipologia di lampioni destinata a illuminare diverse zone di Bruxelles, compreso il centro storico.

Molto più lineari, geometriche e minimaliste risultano le forme, in particolare dei bracci reggi-lampade, visibili su un altro gruppo di tavole che rispondono alla ricerca di modernità tipica del déco, lo stile affermatosi in Europa nel 1925 in seguito all’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali di Parigi. La pubblicazione del catalogo conservato al MIG è successiva a questo straordinario evento di appena cinque anni.

 

 

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