Arredo Urbano

Quei lampioni di Cesena

Posted by on giu 16, 2021 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Il museo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Dal 2008 fanno parte del Museo dell’Arredo Urbano, un progetto nato dalla collaborazione tra il Comune, la Fondazione Neri e Neri spa e che ha trovato nel Giardino Pubblico di Cesena la sua felice realizzazione. Al fine di recuperare il più possibile anche l’atmosfera dell’epoca, l’intervento prevedeva che, dopo il restauro dell’originale impianto architettonico, il sito fosse arricchito con elementi di arredo prodotti nella seconda metà dell’Ottocento. Così, accanto a quattro pali già presenti in città e raccolti nel giardino, sono stati installati otto lampioni in ghisa di proprietà della Fondazione Neri, provenienti da importanti città italiane ed estere.

In questo articolo ci concentriamo sui quattro pali di proprietà del Comune di Cesena perché recentemente abbiamo fatto una scoperta che potrebbe rivelarsi molto preziosa al fine di ricostruirne  la storia. Innanzitutto partiamo dall’unica notizia certa [1]: i pali sono stati trasferiti nel Giardino Pubblico dopo essere stati rimossi dalla balaustra in pietra del Ponte Vecchio, storico ponte cittadino, dove furono installati solo negli anni ‘50  in sostituzione di altri esemplari che non conosciamo. La loro altezza sul ponte era sproporzionata, dal che si deduce che altra doveva essere la loro collocazione originaria, di oltre un secolo fa, un’ipotesi che al momento trova conferma solo in una cartolina di inizio ‘900 che riprende Viale Carducci con la presenza di due di questi lampioni.

Due dei quattro lampioni storici cesenati all'interno del Giardino Pubblico

Due dei quattro lampioni storici cesenati all’interno del Giardino Pubblico

Viale Carducci in una cartolina di inizio '900; al centro si riconoscono due dei lampioni protagonisti dell'articolo

Viale Carducci in una cartolina di inizio ’900; al centro si riconoscono due dei lampioni protagonisti dell’articolo

Un indizio sulla paternità dei manufatti potrebbe invece celarsi, come accennato sopra, tra le pagine di un libro custodito nell’Archivio della Fondazione Neri che ripercorre le tappe salienti della Calzoni [2] uno degli stabilimenti meccanici più rinomati a livello nazionale e non solo. In particolare ad attirare la nostra attenzione è stata l’immagine di un lampione, in tutto e per tutto identico ai pali di Cesena, collocato all’interno di Casa Carducci – residenza bolognese di Giosuè Carducci, oggi trasformata in Museo. Il lampione, realizzato dalla Calzoni nel 1870 ca., illumina l’atrio e la scala a chiocciola che conduce all’appartamento del poeta al piano superiore. Il globo acceso alla sommità ne esalta le forme slanciate ed eleganti e i bei decori vegetali e floreali che caratterizzano la colonna.

Riguardo ai quattro pali di Cesena non possiamo affermare con certezza che siano stati realizzati dalla Calzoni, ma il dato che possiamo aggiungere alle altre informazioni è alquanto interessante, da questo possiamo partire per cercare altri approfondimenti.

Bologna, interno di Casa Carducci, lampione fuso dalla Calzoni nel 1870 ca.

Bologna, interno di Casa Carducci, lampione fuso dalla Calzoni nel 1870 ca.

Sulla ditta Calzoni riportiamo di seguito alcune informazioni riprese da un nostro articolo scritto per la rivista Scuola Officina pubblicata dal Museo del Patrimonio Industriale di Bologna (n. 1, 2008 pp. 10-15).

Inizialmente specializzata nella produzione di macchine agricole e molitorie, nel 1867 la Calzoni iniziò a dedicarsi, prima in Italia, alla costruzione di turbine idrauliche: questo nuovo indirizzo forniva adeguati motori alla crescente domanda dell’epoca per impianti idroelettrici. In quegli anni era presente a tutte le mostre, persino alla grande Esposizione di Filadelfia del 1876 e in un rapporto in occasione di quella tenutasi a Milano nel 1881 veniva citata come vero modello di qualità e organizzazione. Ma nel suo lungo periodo di attività si interessò anche alle fusioni artistiche in ghisa, campo nel quale raggiunse altrettanti soddisfacenti risultati. Davvero vario risulta il campionario di oggetti, realizzati prevalentemente nella seconda metà dell’Ottocento, in cui figurano ornati per parapetti, cancelli, fanali per l’illuminazione e diverse tipologie di panchine, impreziosite da elaborati decori di stile vegetale. Per la città di Bologna tra le opere più significative vanno segnalate la cancellata e le mensole reggi lampada per il palazzo della Banca d’Italia (1889), i numerosi candelabri riccamente ornati per l’illuminazione, sia privata che pubblica, come quelli a quattro luci progettati per la balaustra del ponte di Galliera (fine’800).

Sul Giardino Pubblico di Cesena e il Museo dell’Arredo Urbano all’aperto si veda:

https://www.arredoecitta.it/it/riviste/il-giardino-pubblico-a-cesena/

 

[1] Durante i lavori per l’allestimento del Museo dell’Arredo Urbano abbiamo condotto delle ricerche nell’Archivio Storico di Cesena, ma l’esito si è rivelato purtroppo negativo.

[2] Calzoni 1834-1984, pubblicazione a cura della Riva Calzoni in occasione del 150˚ di fondazione.

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ELEGANTE TECNOLOGIA

Posted by on mag 13, 2021 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

La significativa collezione di cataloghi storici (oltre 400) conservata presso l’Archivio della Fondazione Neri, si è recentemente arricchita di un nuovo esemplare, interessante in quanto delinea un quadro dell’attività produttiva di una delle ditte più significative della seconda metà dell’Ottocento, ma sulla quale le nostre conoscenze risultano al momento ancora lacunose e frammentarie, la cui dicitura completa suona: Compagnie pour la Fabrication des Compteurs et Matériel d’usines à gaz Siry Lizars et Cie.

Sulla bella copertina in stile liberty campeggia il logo dell’azienda, accompagnato da titolo e data: Luce Elettrica Luce Mista, 1892-93. L’interno presenta numerose tavole dove protagonista assoluta è la lampada ad arco che in quegli anni di fervida sperimentazione, incentrata sull’affermazione dell’energia elettrica, rappresentava l’eccellenza della tecnologia. Si componeva di due elettrodi, solitamente di carbonio (grafite) che presentavano una differenza di potenziale elettrico, sia in corrente continua che in corrente alternata. Gli elettrodi venivano inizialmente messi in contatto e successivamente separati per creare l’arco. L’emissione luminosa che ne scaturiva era particolarmente intensa e bianca, molto vicina allo spettro solare, anche se piuttosto instabile e troppo ricca di raggi ultravioletti. La lampada ad arco ebbe grande diffusione tra gli anni 1880-1920 e giocò un ruolo trainante nello sviluppo dell’industria elettrica. Era l’epoca in cui il confronto fra la nuova tecnologia e quella legata al gas approdò spesso ad aspri conflitti, diatribe e contenziosi, soprattutto tra i pionieri dell’elettricità e le Società del Gas che non intendevano perdere il loro prestigioso monopolio.

Ma dall’osservazione del catalogo emerge un altro dato interessante, ovvero l’intenzione di combinare i nuovi ritrovati della scienza con quel gusto che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del XIX sec. Tecnologia inseparabile dall’eleganza, potremmo affermare. Questo almeno nelle intenzioni della Siry Lizars, a giudicare da certe mensole qui presentate che non si limitano a reggere i corpi illuminanti ma che sfoggiano invidiabili decori. Le stesse guarnizioni degli apparecchi, spesso in fusione di rame e cesellate, presentano motivi rinascimentali a forma di teste d’angelo o di fauno. Per non parlare poi dei raffinati candelabri in fusione di ghisa che sembrano davvero gareggiare, in alcuni casi addirittura rubare la scena a quei nuovi apparecchi luminosi posti sulle loro cime.

Della Siry Lizars et Cie. l’Archivio della Fondazione conserva (in fotocopia) alcuni disegni che componevano un album del 1895, ma soprattutto la riproduzione fotografica di un catalogo del 1900 ca., dedicato in gran parte seppur non esclusivamente ai manufatti artistici. Tutte queste fonti sembrano delineare i contorni di una fabbrica di origine transalpina decisamente importante, specializzata non solo nella realizzazione di contatori per la luce e per l’acqua, ma anche nella produzione di raffinati oggetti di arredo pubblico, in particolare varie tipologie di lampioni e di lanterne impiegati per l’illuminazione pubblica.

Questo basta a spiegare: la sua partecipazione all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 e l’esistenza di succursali in molti paesi, come l’atelier di Ginevra o quello italiano di Milano, ubicato al civico 23 di viale Lodovica e dotato di un deposito in Corso Vittorio Emanuele 26.

Monumentali candelabri artistici, con impresso la firma della Siry, Lizars et Cie, vennero scelti per illuminare e contemporaneamente abbellire i centri storici di numerose città, tra le quali segnaliamo, oltre Milano, anche Trieste, Bergamo, Verona e Torino. Proprio nel capoluogo piemontese sul finire dell’Ottocento, il cortile dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari fu illuminato da quattro splendidi candelabri, veri e propri capolavori di arte industriale. Un esemplare è visibile, in tutto la sua imponenza, a Longiano, all’interno della chiesetta di Santa Maria delle Lacrime, oggi sconsacrata e sede di una delle esposizioni del Museo Italiano della Ghisa.

Disegno di uno dei quattro candelabri che illuminavano il cortile dell'Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari di Torino

Disegno di uno dei quattro candelabri che illuminavano il cortile dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari di Torino

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Il Villaggio Breda e i suoi arredi

Posted by on apr 14, 2021 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Riceviamo di frequente dall’Italia e dall’estero segnalazioni, curiosità, domande, riguardanti i manufatti impiegati per l’arredo urbano e capita spesso che questi contatti si trasformino in opportunità di scambi reciproci di informazioni tra la Fondazione Neri e i suoi numerosi interlocutori. É il caso, ad esempio, dell’articolo presentato oggi, pubblicato grazie al prezioso materiale (notizie storiche e immagini) gentilmente inviatoci dal signor Adriano Biticchi che da decenni, e con grande passione, si occupa dell’archivio fotografico del Villaggio Breda.

Il Villaggio Breda è un modesto quartiere di case popolari nella periferia sud di Roma. Fu costruito dall’Istituto Fascista per le Case Popolari per gli operai dell’allora nuovo stabilimento Armi Breda ad esso adiacente. La prima pietra di fondazione fu posata il 29 maggio 1939 da Mussolini stesso. Le famiglie degli operai, a quei tempi assai prolifiche di figli, nonostante la guerra, ma forse proprio per le necessità che questa imponeva, vivevano di mutua assistenza e cordialità: i figli dei primi abitanti che ancora vivono qui hanno bellissimi ricordi di quel faticoso ma sereno modo di vivere.

Il quartiere ha la struttura tipica dell’edilizia popolare di quel periodo: piccoli appartamenti distribuiti geometricamente in palazzine non alte e con una grande piazza alberata progettata per favorire gli incontri tra famiglie nei momenti di svago. La strada principale di accesso dalla Via Casilina, larga e con marciapiedi ampi su entrambi i lati, fu subito dotata di illuminazione e in seguito completamente alberata. Immagini degli anni ’40 e 50′ ci restituiscono le forme e i materiali impiegati per la realizzazione di questi lampioni. Si tratta di sobri tubolari in ferro rastremati verso l’alto con una cima a pastorale – decorata da due semplici volute – a sostegno di una lampada elettrica a forma di piattello rovesciato. Illuminavano, numerosi, i principali luoghi urbani tra cui la facciata della Chiesa parrocchiale che occupa il punto più alto del quartiere, a sottolinearne  l’importanza, allora molto più sentita. Lungo la strada  nel 1955 venne installata anche una coppia di “nasoni”, le note e caratteristiche fontanelle in ghisa romane, così chiamate per la forma ricurva e allungata dei loro rubinetti. Le fontane sono opera della fonderia Spadaccino, in attività sicuramente già dalla fine del XIX sec. e autrice anche di numerosi lampioni progettati per la città di Roma. Le fontanelle sono state recentemente restaurate.

 

Una delle fontanelle in ghisa "nasone" del Villaggio Breda

Una delle fontanelle in ghisa “nasone” del Villaggio Breda

Apprendiamo inoltre che il Villaggio Breda è in qualche modo legato anche al mondo del cinema. Proprio in questo quartiere, infatti, nel 1947 Lamberto Maggiorani, uno degli attori non professionisti più conosciuti del Neorealismo italiano, fu scelto dal regista Vittorio De Sica quale attore protagonista del film “Ladri di Biciclette” e ancora lo stesso Alberto Sordi, nel 1960,  ha girato al Villaggio Breda alcune scene del film “Tutti a Casa”.

Nel 2017 abbiamo pubblicato sulle pagine di Arredo & Città gli esiti di una nostra ricerca sull’illuminazione pubblica tra le due guerre, con particolare riferimento alle città italiane di nuova  fondazione in Agro Pontino e nell’arcipelago del Docecanneso (Grecia). Per chi fosse interessato:

https://www.arredoecitta.it/it/riviste/lilluminazione-pubblica-tra-le-due-guerre-1922-43/

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Pali in cemento per l’illuminazione di via Imperiale

Posted by on gen 28, 2021 in Arredo Urbano | 0 comments

Nel 2017 sulle pagine di Arredo&Città abbiamo presentato una ricerca relativa all’illuminazione pubblica nel periodo compreso tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: https://www.arredoecitta.it/it/riviste/lilluminazione-pubblica-tra-le-due-guerre-1922-43/

Un arco temporale che, seppure di breve durata, risultò ricco di nuove sperimentazioni anche nel settore dell’illuminazione che, dato il recente passaggio dal gas all’energia elettrica, andava incontro a vistosi mutamenti soprattutto dal punto di vista tecnologico. Contemporaneamente, per quanto riguardava la costruzione dei pali, gli ormai proibitivi costi di importazione delle materie prime imponeva all’Italia l’utilizzo di materiali “rigorosamente nostrani”, da affiancare – fino a sostituirli – agli ormai tradizionali ferro e ghisa. Un fenomeno che non interessò solo l’Italia, ma si estese anche ad altri paesi europei, Germania in testa, fino agli Stati Uniti.

L’impiego del cemento armato centrifugato si diffuse velocemente un po’ ovunque andando a caratterizzare importanti progetti illuminotecnici come quello sviluppato a Roma per via Imperiale, oggi Cristoforo Colombo, che fin dal 1937 collegava il centro città all’EUR. L’intervento, di cui abbiamo dato notizia anche sulla già citata rivista, consistette nell’inserimento lungo tutto il tragitto di alti pali in cemento a sezione dodecagonale, prodotti dall’azienda leader nel settore, la SCAC di Rovereto.

Pali SCAC proposti per l'illuminazione di via Imperiale. A destra la tipologia scelta, a sezione dodecagonale. Catalogo SCAC, 1942, Archivio Fondazione Neri

Pali SCAC proposti per l’illuminazione di via Imperiale. A destra la tipologia scelta, a sezione dodecagonale. Catalogo SCAC, 1942, Archivio Fondazione Neri

Recentemente l’archivio della Fondazione Neri si è arricchito di un altro catalogo della SCAC, datato gennaio 1942, che ci ha fornito ulteriori preziose informazioni sull’illuminazione della nota arteria stradale romana. Apprendiamo che l’Azienda Elettrica del Governatorato invitò nel 1939 la SCAC a presentare una serie di pali ottagonali (per la precisione tre) oltre alla tipologia a 12 lati poi scelta. Si richiedeva, inoltre, che “sostegni e lanterne fossero individuati in relazione all’importanza dell’opera e perciò sia dal lato illuminotecnico che estetico”. I pali dovevano essere posti a una distanza di 25 metri l’uno dall’altro, provvisti di una lampada da 1500 Watt e curati mediante trattamento superficiale del cemento. Per i corpi illuminanti la SCAC si avvalse della collaborazione di tre ditte italiane specializzate: la Boffelli  e la Greco, entrambe di Milano, e la Buini & Grandi di Bologna. In questo modo alla novità del materiale si affiancava l’impiego di apparecchi capaci di combinare  efficienza tecnica e originalità del design.

 

Già negli anni ’50 i manufatti vennero rimpiazzati da tubolari cilindrici in acciaio a due bracci, ciascuno dei quali sosteneva un corpo illuminante: era ormai indispensabile un’illuminazione delle carreggiate più performante e rispondente alle esigenze di un traffico veicolare sempre più intenso. Il cemento, d’altro canto, aveva con una certa rapidità lasciato il posto all’acciaio, più sobrio e  più in linea con il gusto dell’epoca – quella del boom economico.

Roma, la via Cristoforo Colombo, ex via Imperiale, illuminata negli anni '50

Roma, la via Cristoforo Colombo, ex via Imperiale, illuminata negli anni ’50

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LA BELLEZZA PER IL BENESSERE – Gli arredi in ghisa nelle città termali otto-novecentesche

Posted by on dic 10, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

 

È il titolo dell’ultima ricerca della Fondazione Neri presentata sul numero 2, 2020 di Arredo & Città. Lo studio non intende ripercorrere la storia delle stazioni termali, in merito alla quale esistono già numerose ed esaurienti pubblicazioni, quanto piuttosto indagare, attraverso alcuni esempi scelti tra quelli più consoni, il tema specifico dell’arredo storico in ghisa e di come la sua progettazione abbia risposto a esigenze sia funzionali che estetiche. Una tipologia di arredo che ha assecondato, tra la fine dell’800 e inizio ‘900, uno sviluppo urbanistico che ha investito queste località rendendole in molti casi uniche e speciali.

Proprio per facilitare l’accesso alle acque, e soprattutto per creare un contesto in cui le persone fossero pienamente a loro agio, è stato fondamentale l’impiego di grandi strutture e di eleganti arredi in ghisa: manufatti artistici e decorativi – alcuni sopravvissuti, altri invece non più esistenti – riprodotti in gran parte nelle cartoline d’epoca conservate nell’Archivio della Fondazione Neri e opportunamente illustrate sulla rivista. Sono immagini che testimoniano come i luoghi di cura fossero in grado di offrire relax e divertimento, favorendo la socialità e cominciando a delineare quello che sarebbe poi diventato il concetto di vacanza.

Dallo studio emerge come tale “bellezza” fosse pensata non solo ad uso esclusivo degli stabilimenti termali, ma spesso estesa, all’interno di un progetto unitario, anche alle altre aree urbane più importanti  in modo da fondersi in un tutt’uno con la città ospitante.

Il numero della rivista può essere consultato e scaricato in formato pdf sul sito: https://www.arredoecitta.it/it/riviste/la-bellezza-per-il-benessere/

 

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Il lampione sulla Linea Gustav

Posted by on lug 27, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Ortona, dicembre 1944. Dopo quattro giorni di furiosi combattimenti le truppe alleate entrano in città, ridotta ormai a un cumulo di macerie. La località abruzzese è posta all’estremo confine orientale della Linea Gustav, fortificazione difensiva voluta da Hitler che taglia in due l’Italia partendo dalla foce del Garigliano, sul Tirreno, fino all’Adriatico, con termine proprio ad Ortona. A nord dello sbarramento si trova il territorio in mano ai nazi-fascisti, mentre a sud quello occupato dagli Alleati. L’ordine impartito dallo stesso Führer “la fortezza di Ortona deve essere difesa fino all’ultimo uomo” è tassativo, a prova dell’importanza strategica del luogo. La sua conquista, infatti, aprirebbe agli Alleati la strada per Pescara e Avezzano, e da lì per Roma. Sulla città si abbattono più di un milione di proiettili di artiglieria. Sfondata la linea difensiva i soldati canadesi si riversano in città ingaggiando un scontro col nemico casa per casa. Il bilancio finale, che porta alla liberazione di Ortona, è drammatico: 800 caduti tedeschi, 1300 civili, 1400 canadesi.

Un’immagine di quelle giornate è immortalata su una cartolina storica conservata nell’Archivio della Fondazione Neri. Alcuni fanti del 22° reggimento Seaforth Highlanders avanzano per le vie distrutte del centro; alla loro sinistra, tra un cannone e un carro armato, è ben riconoscibile la porzione inferiore della colonna di un lampione impiegato per l’illuminazione pubblica. Non si tratta di un pezzo qualsiasi, bensì di quello che sopravvive di una delle tipologie più interessanti, e in assoluto più eleganti, di tutta la produzione ottocentesca italiana.

Dicembre 1944, i soldati canadesi entrano ad Ortona. Al centro si riconosce parte del candelabro storico

Dicembre 1944, i soldati canadesi entrano ad Ortona. Al centro si riconosce parte del candelabro storico

Il palo, funzionante originariamente a gas, è stato pensato per reggere due o più mensole con relativi corpi illuminanti. Si compone di due sole parti: la base e una colonna-stelo, quest’ultima realizzata in un’unica fusione di squisita fattura. La colonna è completamente rivestita da una variegata decorazione vegetale, con una successione ininterrotta di foglie d’acanto, di quercia e di vite: le foglie d’acanto, subito al di sopra dell base, hanno l’estremità che accenna a piegarsi verso l’alto, mentre assai più ripiegate verso il basso si mostrano le foglie di palma che appaiono come un fiore che sta per sbocciare. Essendo le foglie ripiegate fuse insieme alla colonna, e non applicate successivamente, il manufatto risulta essere una vera opera d’arte fusoria sia per le difficoltà di realizzazione che per il risultato estetico.

Esemplari identici sono stati da noi documentati in altri centri, tutti dislocati nel centro-sud della Penisola. Tra questi Palermo (in origine collocati in varie zone della città come il Foro Italico, Porta Felice, Porta Nuova, davanti all’ingresso di Villa Giulia), Acireale, Catania, Napoli e Avellino. Alcuni riportano sulla base la data 1856 a testimoniare come la loro produzione risalga, addirittura, all’epoca preunitaria.

Acireale (CT), un esemplare di candelabro sopravvissuto

Acireale (CT), un esemplare di candelabro sopravvissuto

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