Arredo Urbano

FAVIGNANA – Una pensilina per i Florio

Posted by on feb 6, 2018 in Arredo Urbano | 0 comments

Il ritorno sull’isola è previsto per la prossima primavera, al termine di un meticoloso intervento di restauro conservativo condotto da Neri Spa presso il suo stabilimento di Longiano. L’oggetto, o meglio la struttura, in questione è la monumentale pensilina metallica realizzata a fine Ottocento per la facciata a mare della signorile residenza dei Florio a Favignana.

A quell’epoca la piccola isola sulla costa occidentale della Sicilia recepì, come pochi altri luoghi, la feconda inventiva di Vincenzo Florio e dei suoi discendenti che ne fecero, grazie alle attività li impiantate, il volano di un’economia alternativa a quella della marina mercantile che già aveva assicurato l’ascesa dei Florio nell’olimpo delle maggiori e più potenti famiglie d’Europa.

Proprio qui fu insediato il meglio delle loro tonnare il cui ciclo di produzione prevedeva la lavorazione, la cottura, la conservazione sott’olio del pescato e la successiva partenza per le rotte destinate a tutti i mercati: il mare di Favignana regalava tonnellate di pesce che valevano immensa ricchezza e posti di lavoro per la popolazione locale.

E così nel 1874, dopo aver acquistato anche tutte le altre isole dell’arcipelago (Egadi), Ignazio Sr. incaricò gli ingegneri Damiani Almeyda e La Porta di costruire nuovi stabilimenti; quello destinato all’inscatolamento, in particolare, molto innovativo dal punto di vista tecnologico, divenne uno dei più grandi complessi di industria alimentare al mondo.

In più l’Almeyda venne invitato a progettare una villa, una signorile residenza in grado di ospitare non solo i padroni durante le loro lunghe permanenze sull’isola, ma anche i loro numerosi e illustri ospiti. La palazzina neogotica, edificata sul luogo dove sorgeva il forte di San Leonardo, si affaccia direttamente sul porto ed è impreziosita da una pensilina metallica sostenuta da eleganti colonne.

Allo stesso architetto palermitano si deve il progetto di quest’opera, molto probabilmente realizzata nell’ambito della stessa famiglia Florio da un’industria nata per fungere da supporto alla costruzione dei rinomati piroscafi, ma dotata anche di un reparto artistico destinato alla creazione di oggetti per l’arredo urbano: la fonderia Oretea.

Su questa fonderia abbiamo già condotto in passato una ricerca confluita su Arredo & Città n. 1 – 2007 http://www.arredoecitta.it/upl/numeri/A&C%201_2007.pdf

Favignana, la pensilina metallica di Villa Florio

Favignana, la pensilina metallica di Villa Florio

Villa Florio dal mare

Villa Florio dal mare

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Casa Vicens: nel segno di Gaudì

Posted by on gen 15, 2018 in Arredo Urbano | 0 comments

Casa Vicens a Barcellona

Casa Vicens a Barcellona

Ottavo edificio di Gaudì a essere dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, Casa Vicens a Barcellona è stata di recente aperta al pubblico dopo che Andorra MoraBanc l’ha acquistata nel 2014 e si è accollata i 4 milioni di euro necessari per il restauro e per il successivo progetto di rivitalizzazione di uno spazio che sia fruibile da tutti e da  destinarsi ad esposizioni sia permanenti che temporanee.

Nel 1883 l’impresario barcellonese Manuel Vicens incarica il giovane Gaudí, appena laureato, di realizzare la casa di vacanza della famiglia. L’opera rappresenta il primo progetto residenziale dell’artista con il quale getta le basi di quello che sarà il suo modo di intendere l’architettura, intrinsecamente legato alle arti plastiche e all’attenta osservazione della natura.

L’architetto catalano, pur restando ancorato alle tecniche costruttive tradizionali, introduce un personalissimo mix stilistico mai visto fino a quel momento dove l’ornamento è protagonista. Spettacolare la riproduzione del tagete giallo (garofano indiano) sulla ceramica che riveste le facciate esterne, così come i cespugli di more e la passiflora a decorazione sia dei soffitti che delle pareti.

La sua incredibile e fantasiosa abilità si esprime anche nei ferri battuti che impreziosiscono i balconi e, soprattutto, il monumentale cancello sormontato da una coppia di lanterne in cui è la foglia di palma la protagonista indiscussa. Il massiccio impiego di ceramica decorata costò al committente ben 14 mila pesetas, una vera fortuna per quei tempi.

Il tagete giallo (garofano indiano) riprodotto sulle ceramiche e i ferri battuti della facciata esterna

Il tagete giallo (garofano indiano) riprodotto sulle ceramiche e i ferri battuti della facciata esterna

Il cancello monumentale in ferro battuto

Il cancello monumentale in ferro battuto

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Parigi all’ombra del Vesuvio

Posted by on dic 12, 2017 in Arredo Urbano | 0 comments

G. De Nittis, strada di Parigi con carrozze, 1875

G. De Nittis, strada di Parigi con carrozze, 1875

Gli artisti napoletani presenti a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, fisicamente o attraverso le opere inviate ai Salon e alle Esposizioni Universali, sono stati nettamente più numerosi di quelli provenienti da qualsiasi altra parte d’Italia. Il capoluogo francese esercitò in quegli anni un’attrazione irresistibile anche sotto il profilo dell’aggiornamento e del confronto con l’arte europea.

La mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’impressionismo, in corso alle Gallerie d’Italia a Napoli, vuole ripercorrere lo sviluppo della pittura partenopea alla luce di questo fenomeno che ha interessato i generi più amati di quel periodo: il paesaggio, la veduta urbana e soprattutto la cosiddetta “pittura della vita moderna” di cui proprio gli impressionisti sono stati i maggiori interpreti.

Con una trentina di opere esposte, De Nittis, pugliese di origine ma napoletano di formazione, rappresenta la figura più emblematica della mostra. Nel suo celebre salotto parigino, dove erano ospiti abituali personaggi come Edgar Degas, Edmond de Goncourt e Charles François, accoglieva e istruiva i numerosi “colleghi” italiani che accorrevano nella Ville Lumière.

È proprio a Parigi che si registra in quegli anni, e per la prima volta, grazie agli interventi del barone Haussmann (Prefetto della Senna), la progressiva sostituzione del legno e della pietra con il metallo – ghisa in particolare – con cui si realizzano tutti i manufatti destinati all’arredo urbano. Tali oggetti non sono sfuggiti all’occhio vigile e indagatore di De Nittis che li ha splendidamente immortalati nei suoi dipinti.

Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’impressionismo
Napoli, Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano
Via Toledo 185
6 dicembre 2017 – 8 aprile 2018

G. De Nittis, Lungo la Senna, 1876

G. De Nittis, Lungo la Senna, 1876

 

G. De Nittis, Sulla panchiana degli Champs-Elyses

G. De Nittis, Sulla panchiana degli Champs-Elyses

 

 

 

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NAPOLI, LA VIA SUL GOLFO

Posted by on ott 30, 2017 in Arredo Urbano | 0 comments

Napoli, via Litoranea

Napoli, via Litoranea, anni ’30

L’idea di un nuovo asse di collegamento tra la parte orientale e quella occidentale della città Napoli ha rappresentato, fin dalla seconda metà del XIX secolo, uno dei temi più dibattuti e ricorrenti, fino al 1925 quando la situazione di stallo in cui era caduta la vicenda offre all’amministrazione fascista l’occasione per dimostrare la sua efficienza.

Ignorati gli esiti di tre concorsi, banditi proprio con lo scopo di trovare la soluzione più idonea, prende corpo un progetto volto a trasformare radicalmente un tratto del celebre lungomare, tra piazza del Plebiscito e Castel Nuovo, mediante la creazione di una nuova strada, la cosiddetta Via Litoranea. Un progetto che si allontana dalla visione “igienista” di un restauro urbano, preso in considerazione in precedenza, e che impone, invece, un’idea più moderna e funzionale di città.

Il tracciato, lungo 860 metri, parte da via Nazario Sauro e scende al piano della banchina fino a lambire un nuovo giardino progettato a ridosso del Molosiglio; prosegue poi parallelamente alla facciata meridionale di Palazzo Reale fino alla darsena, passando tra questa e il bastione borbonico, costeggia Castel Nuovo, lungo la calata Beverello, per giungere infine a piazza Municipio.

La nuova arteria è destinata sia al traffico veicolare che a quello pedonale essendo dotata di marciapiedi laterali e balaustre delimitanti spazi verdi, aiuole con fiori e piante per il passeggio. Proprio sulle balaustre si decide di collocare pali in ghisa di piccole dimensioni a sostegno di una cima a forma di “T” caratterizzata dall’inserimento di tre globi in vetro opalino. A parte la cima, disegnata ad hoc per questo specifico contesto, è molto probabile l’impiego, o meglio il riadattamento, di pali fusi dalla fonderia fiorentina del Pignone già precedentemente utilizzati per illuminare altre zone del capoluogo campano.

Tre cartoline storiche (datate agli anni Trenta) conservate nell’archivio della Fondazione Neri, permettono di documentare questi esemplari a decoro dell’elegante strade litoranea.

 

I pali in ghisa sulla balaustra di via Litoranea

I pali in ghisa sulla balaustra di via Litoranea

 

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Una terrazza sul mare

Posted by on ott 9, 2017 in Arredo Urbano | 0 comments

Dalla terrazza si gode un incantevole panorama e nelle giornate limpide si riescono a scorgere le isole di Gorgona e Capraia. L’idea di trasformare un tratto di costa in una piazza aperta sul mare risale al 1925, eppure ancora oggi questo progetto architettonico, sia per il candore delle superfici che per l’eleganza degli arredi impiegati,  rimane tra i più belli e suggestivi di Livorno.

Di aspetto quasi metafisico, la Terrazza Ciano, oggi piazza Mascagni, è delimitata verso il mare da uno sinuosa balaustra, composta da 4000 colonnine in conglomerato cementizio, sulla quale sono installati numerosi pali per l’illuminazione prodotti dalla rinomata Fonderia del Pignone di Firenze.   Rispetto agli esemplari della stessa tipologia riprodotti sui cataloghi presentano una particolarità: per assecondare le esigenze della piazza sono stati “riadattati” in altezza tramite l’inserimento di uno stelo metallico posizionato al di sopra del capitello mentre al posto della tradizionale lanterna sostengono una sfera di vetro sormontata da una corona.

Su uno straordinario pavimento a scacchiera, costituito da 35 mila piastrelle bianche e nere, poggiano le basi di altri pali decorati, più alti di quelli posizionati sulla balaustra e caratterizzati dalla presenza di tre mensole reggi lampada sulla cima. Anche questi sono stati fusi dalla Fonderia del Pignone come documentano i cataloghi di vendita della prima metà del Novecento. A impreziosire ulteriormente lo slargo, nel 1935 viene realizzato un gazebo per la musica in muratura che riprende le forme dei suoi “illustri predecessori” in metallo, ampiamente diffusi  un po’ in tutto il mondo tra la seconda metà del XIX secolo e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

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Magia! Il tubo è senza saldatura

Posted by on set 1, 2017 in Arredo Urbano | 0 comments

Un oggetto che passa quasi inosservato, ma che gioca ancora oggi un ruolo molto importante in diversi ambiti, dai sistemi di estrazione del petrolio ai gasdotti, dagli acquedotti alle costruzioni, dall’industria alle infrastrutture fino all’arredo urbano. Il tubo in acciaio senza saldatura è stato inventato alla fine dell’Ottocento dai fratelli Mannesmann che hanno così reso possibile la realizzazione di manufatti in grado di resistere a pressioni e stress meccanici elevati.

A prescindere dalla tipologia di acciaio impiegato, offre ottime garanzie di compattezza per il fatto di essere composto da un unico pezzo. Precedentemente i tubi, soprattutto in ferro e ghisa, erano invece prodotti in sezioni di varie misure e dimensioni che poi dovevano essere raccordate mediante fissaggio con viti o con saldature: tecniche che si rivelavano spesso insoddisfacenti tanto che i tubi così assemblati erano spesso soggetti a deformazioni.

Il processo Mannesmann si compone di due fasi principali: la produzione del forato e la laminazione “a passo di pellegrino”. Nella prima la barra di acciaio pieno viene scaldata nel forno e immessa nel laminatoio dove scorre tra due cilindri rotanti che la comprimono fino a creare al suo interno una cavità longitudinale. Si ottiene così il forato di acciaio che avrà una lunghezza assai maggiore della barra iniziale. Nella seconda fase, all’interno del forato viene inserito un mandrino (componente che trasmette il moto rotatorio al pezzo in lavorazione) che lo sospinge tra due cilindri sovrapposti e rotanti in senso opposto tra loro. I cilindri premono sul forato esercitando a ogni giro una forza che lamina il forato. Dopo questa seconda fase il tubo raggiunge una lunghezza da 5 a 10 volte maggiore del forato di partenza.

Processo di laminazione Mannesmann per tubi in acciaio senza saldatura

Processo di laminazione Mannesmann per tubi in acciaio senza saldatura

Oggi con questa tecnica si possono ottenere tubi senza saldatura in acciaio sino a diametri di 70 cm con una lunghezza di 15 m, e fino a 30 m per tubi di 40 cm di diametro. Nell’ambito dell’arredo urbano l’impiego di questo materiale ha registrato un’impennata al termine della seconda guerra mondiale; in particolare negli anni 50’ e 60’ molti pali per l’illuminazione pubblica in tubolare d’acciaio sostituiscono i precedenti in fusione di ghisa nei centri storici e diventano la prima scelta nelle istallazioni che riguardano i nuovi quartieri e le nascenti periferie urbane.

Oltre ai vantaggi menzionati sopra, questa tipologia di lampione risulta più veloce da realizzare e dunque anche più economica. Infine non va tralasciato neppure l’aspetto stilistico: le sue superfici lisce e sobrie si rifanno al gusto minimal, protagonista indiscusso del radicale cambiamento del clima artistico avvenuto negli anni Sessanta.

Pali in acciaio sul lungomare di Rimini, anni Sessanta

Lampioni in acciaio sul lungomare di Rimini, anni Sessanta

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