Arredo Urbano

Omaggio a Matera

Posted by on apr 8, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Quei Sassi abbandonati sono stati per troppo tempo il simbolo dell’angoscia di un’intera città. Dal 1952 – anno della Legge Speciale che costrinse più di 15.000 persone ad abbandonare un luogo troppo arretrato, degradato e causa di emarginazione sociale – la situazione è letteralmente cambiata.

Oggi la metamorfosi si può dire compiuta: nel 1993 i Sassi di Matera, finalmente recuperati, sono diventati Patrimonio Mondiale dell’Umanità, primo sito UNESCO a essere definito “Paesaggio Culturale”. E quest’anno Matera, insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura, esibisce i risultati di un lungo percorso di riqualificazione e identificazione del territorio che ne valorizza l’antichissima comunità.

I Sassi di Matera nel 1961

I Sassi di Matera nel 1961

Anche la Fondazione Neri vuole rendere omaggio a Matera e lo fa, dal suo angolo di visuale, tramite alcune cartoline d’epoca conservate in Archivio che ritraggono i lampioni della pubblica illuminazione installati in questa città unica al mondo. Illuminazione che nell’arco di tempo compreso tra fine ’800 e metà ‘900 fu alimentata prima dal gas, poi dall’energia elettrica.

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, 1939

Matera, 1939

Matera, piazza Vittorio Veneto

Matera, piazza Vittorio Veneto

Sempre in Archivio, una sezione è dedicata a fotografie scattate negli ultimi vent’anni, utili a documentare la sopravvivenza nelle vari regioni di lampioni in ghisa.  Nel centro storico di Matera sono documentate tre tipologie di manufatti in stile neoclassico. La prima, installata in via XX Settembre, consiste di una colonna scanalata di ridotte dimensioni che ospita decori vegetali alla base e un capitello floreale sulla cima con funzione di sostegno per una cetra reggi-lampada.  In piazza Duomo, fa bella mostra di sé una coppia di lampioni ad una sola luce caratterizzati da un’imponente basamento artistico, mentre in via Ridola, di fronte all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale, tre esili e slanciati paletti posti su basamenti in pietra colpiscono per la raffinatezza dei decori, in particolare le plastiche zampe leonine che compongono la base e la sfinge alata, eretta sulle zampe anteriori, che sostiene una lanterna.

Matera, via XX Settembre

Matera, via XX Settembre

Matera, piazza Duomo

Matera, piazza Duomo

Matera, via Ridola

Matera, via Ridola

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Dalla ghisa all’acciaio

Posted by on mar 13, 2019 in Arredo Urbano | 0 comments

Il palo in acciaio senza saldatura, impiegato anche nel campo dell’illuminazione pubblica con funzione di sostegno per le luci, è un’invenzione nata in Germania a fine Ottocento, che ha reso possibile per la prima volta la produzione di manufatti in grado di resistere anche a pressioni meccaniche elevate. Oltre ad essere molto più leggeri, i pali in acciaio offrono ottime garanzie di compattezza e resistenza perché realizzati in un unico pezzo, mentre quelli in ferro e ghisa, sono spesso prodotti in sezioni, di varie misure e dimensioni, le quali debbono poi necessariamente raccordarsi tramite fissaggi o saldature.

Prima che la nuova tecnologia si diffonda in Europa, e poi successivamente in tutto il mondo, bisogna attendere almeno una cinquantina d’anni. Non mancarono tuttavia, anche negli anni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale, nuovi progetti di illuminazione pubblica che prevedevano l’impiego di tubolari in acciaio. In Italia tale opportunità viene sfruttata appieno dalla Società Anonima Stabilimenti di Dalmine (Bergamo) che utilizza l’acciaio già nel 1932 per realizzare gli inediti candelabri di piazza Saffi a Forlì.

Un catalogo, entrato recentemente a far parte della collezione dell’Archivio della Fondazione Neri, mostra un intervento analogo in Belgio, nella città di Bruxelles, a partire dal 1930.  Poteax en Acier, è il titolo del piccolo ma interessantissimo volume (36 pagine in tutto) attraverso il quale è possibile ripercorrere la produzione della Sociéte Anonyme des Usines a Tubes de la Meuse, stabilimento belga specializzato nella fabbricazione di condutture in acciaio per l’acqua e il gas, oltre che di pali per l’illuminazione urbana. Quest’ultima sezione, ampiamente documentata, è suddivisa in due parti.

Nella prima la nuova lega metallica risulta al servizio di una produzione ancora in parte ispirata alla tradizione neoclassica tardo-ottocentesca: sulla superficie liscia del palo persistono infatti decori di tipo floreale e vegetale, maggiormente concentrati sulla base e sulle mensole che compongono la cima. Una tipologia di lampioni destinata a illuminare diverse zone di Bruxelles, compreso il centro storico.

Molto più lineari, geometriche e minimaliste risultano le forme, in particolare dei bracci reggi-lampade, visibili su un altro gruppo di tavole che rispondono alla ricerca di modernità tipica del déco, lo stile affermatosi in Europa nel 1925 in seguito all’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali di Parigi. La pubblicazione del catalogo conservato al MIG è successiva a questo straordinario evento di appena cinque anni.

 

 

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SEDUTI SULLA STORIA

Posted by on feb 12, 2019 in Arredo Urbano | 0 comments

Panchina liberty esposta al MIG, 1920 ca.

Panchina liberty esposta al MIG, 1920 ca.

Recentemente la collezione del MIG si è arricchita di un nuovo pezzo. Si tratta di una panchina liberty (1920 ca.) collocata originariamente nel giardino di Piazza Cavour ad Ancona. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale questo spazio fu oggetto di un intervento di riqualificazione che coincise anche con l’inserimento di tutta una serie di elementi d’arredo, tra cui un gruppo di panchine in ferro e ghisa identiche all’esemplare oggi esposto in Museo.

La sua particolarità consiste nel fatto che riporta impressa per tutta la lunghezza dello schienale un’iscrizione davvero curiosa e insolita, e che comunque non ci aspetteremmo certo di ritrovare su una panchina: il Bollettino della Vittoria, ovvero il documento ufficiale col quale il generale Armando Diaz annunciava, il 4 novembre 1918, la vittoria dell’Italia nel primo conflitto bellico mondiale.

Tale trattato, in vigore solo il giorno seguente, celebra il valore italiano sottolineando la complessiva inferiorità numerica delle truppe alleate (Inghilterra, Francia, America e Cecoslovacchia) rispetto a quelle austro-ungariche, e rende gloria ai corpi d’armata effettivamente impegnati. Sono inoltre ricordate le perdite umane austriache che furono elevatissime (30.000 tra morti e feriti; 400.000 prigionieri) e che si sommarono a un ingente quantitativo di rifornimenti lasciati abbandonati dai soldati in ritirata.

 

Testo integrale del Bollettino della Vittoria riportato sulla panchina:

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.  La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, dell’VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.  Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Armando Diaz

Ancona, bambini seduti su una delle panchine di piazza Cavour, 1929

Ancona, bambini seduti su una delle panchine di piazza Cavour, 1929

Le panchine di piazza Cavour ad Ancona restaurate da Neri Spa

Le panchine di piazza Cavour ad Ancona restaurate da Neri Spa

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“Olio lampante” Il primato di Gallipoli

Posted by on feb 5, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari, Luce | 0 comments

C’è stato un tempo, a partire dal XVII secolo, nel quale l’olio di Gallipoli era considerato il migliore del Mediterraneo. Ottenuto dalla spremitura delle olive, non era usato per l’alimentazione, bensì per illuminare le case, ma, soprattutto, le strade e le piazze cittadine. Da qui il termine “olio lampante” per indicare un prodotto che serviva appunto ad alimentare le lampade.

Il suo prezzo veniva battuto da Napoli a Londra (oggi sarebbe stato quotato in borsa!). Navi e bastimenti provvedevano a trasportarlo dal porto della città salentina verso i principali scali italiani e del Nord Europa; da questi ultimi raggiungeva addirittura gli Stati Uniti e le steppe russe. Era impiegato nelle lanerie della Gran Bretagna e grazie alla sua purezza illuminava le icone venerate nelle chiese ortodosse di Mosca. Anche il Palazzo d’Inverno di Pietroburgo si accendeva con l’olio gallipolino che faceva risaltare gli ampi saloni ricchi di specchi e marmi policromi. Pare che la stessa zarina Caterina avesse più volte inviato emissari a Gallipoli per cercare di scoprirne il segreto.

Il porto di Gallipoli nel XVIII secolo

Il porto di Gallipoli nel XVIII secolo

Segreto che nasceva negli antichi frantoi ipogei disseminati per la città, una trentina di questi localizzati solo nel centro storico.  Il suo successo era infatti favorito dalle particolari condizioni ambientali: le vasche sotterranee e le pietre di decantazione, così come la temperatura sempre fresca, l’umidità e la salsedine marina, hanno permesso la creazione di un prodotto vincente.

La sua gradevolezza era dovuta in primis alla lucentezza e alla purezza, qualità fondamentali se si considera che tutti gli altri olii fornivano poca luce ed erano caratterizzati da un perenne alone opaco; per di più facevano molto fumo e l’odore sgradevole impregnava a lungo gli ambienti. Inoltre le lampade cittadine erano chiuse da vetri che a causa del fumo si annerivano velocemente  e la loro pulizia era molto costosa. Tutto ciò rende facilmente comprensibile l’altissima richiesta di quest’olio da parte delle principali città e capitali d’Europa che potevano finalmente disporre di un prodotto illuminante privo di fumo e molto lucente.

Gallipoli, frantoio ipogeo, @LaStampa.it

Gallipoli, frantoio ipogeo, @LaStampa.it

Lo sapevano bene gli stessi “accenditori”, addetti municipali che provvidero a rifornire le lampade e le lanterne di mezzo mondo di questo prezioso oro liquido. Poi, a partire dalla metà dell’800, una importante innovazione inflisse prima un duro colpo e poi successivamente condannò all’oblio l’olio salentino. Dopo oltre due secoli di predominio incontrastato nasceva e si stava diffondendo ovunque il gas-luce!

All’olio lampante sarà dedicata una mostra all’interno del Castello di Gallipoli dal titolo “Lampante. Gallipoli, città dell’olio” in programma dal 25 aprile al 3 novembre 2019.  Anche il Museo Italiano della Ghisa parteciperà all’evento con un pezzo della sua collezione: un lampione ottocentesco per l’illuminazione pubblica funzionante originariamente ad olio.

Un "accenditore" per le strade di Milano

Un “accenditore” per le strade di Milano

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Cambiano le luci, restano i pali!

Posted by on gen 8, 2019 in Arredo Urbano, Arte e Luce, Il mondo della ghisa | 0 comments

Corso Umberto I, conosciuto anche come “Rettifilo”è un importante viale di Napoli inaugurato nel 1894 con la funzione di collegare il centro cittadino alla Stazione ferroviaria di piazza Garibaldi. All’inizio del XX sec., pochi anni dopo la sua apertura, si decise di illuminarlo in maniera adeguata – e con esso gran parte dei nuovi e moderni palazzi che vi si affacciavano – mediante l’installazione di una singolare tipologia di pali in fusione di ghisa prodotti dall’opificio napoletano E. Treichler.

Si trattò di un progetto di illuminazione all’avanguardia per quei tempi: una strada larga 18m per oltre un chilometro di lunghezza con i punti luce posizionati a 10,50m da terra e a un’interdistanza di 50m su ogni lato con disposizione a quinconce. Alla monumentalità del progetto si affiancava l’eleganza dei sostegni in cui spiccava un imponente basamento (238 cm di altezza per 860 kg di peso) impreziosito da decori floreali e animali di squisita fattura e un’originale cima che culminava con una statua femminile reggi lampada.

Corso Umberto I agli inizi del '900. I pali sostengono lampade a incandescenza

Corso Umberto I agli inizi del ’900. I pali sostengono lampade a incandescenza

Proprio l’eleganza è stata uno dei principali fattori che ha permesso a questi manufatti, diversamente da tanti altri, di sopravvivere per oltre un secolo sul luogo originario; ciò che è cambiato nel corso del tempo è la tecnologia applicata alla luce. Foto e cartoline d’epoca ci mostrano due delle trasformazioni più significative che consistettero nella sostituzione delle vecchie lampade a incandescenza con bulbi fluorescenti (2 lampade da 400 W l’una) avvenuta a metà degli anni Cinquanta e la successiva introduzione di lampade ancora più potenti a vapori di mercurio da 1000 W, in considerazione del sensibile incremento del traffico automobilistico, realizzate su licenza dell’americana General Electric a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Napoli, i pali di Corso Umberto I con luci a bulbi fluorescenti, 1957

Napoli, i pali di Corso Umberto I con luci a bulbi fluorescenti, 1957

Napoli, i pali di Corso Umberto I sostengono apparecchi luminosi a vapori di mercurio prodotti su licenza della General Electric, anni ’70

Non si ritenne invece di sostituire i sostegni esistenti con altri più semplici e moderni per non privare Corso Umberto di quegli elementi che avevano notevolmente contribuito alla fama di fastosità dell’importante arteria partenopea.  Oggi al di fuori della città di Napoli solo Catania ospita in piazza Duomo quattro lampioni identici fusi, tra l’altro, dalla stessa fonderia campana. A questi si aggiunge l’esemplare originale conservato al MIG che rappresenta uno dei vanti della sua collezione.

Uno dei basamenti originali dei pali di Corso Umberto a Napoli conservato al MIG, 1900 ca.

Uno dei basamenti originali dei pali di Corso Umberto a Napoli conservato al MIG, 1900 ca.

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Firenze, la “nuova” balaustra di Piazzale Michelangelo

Posted by on ott 17, 2018 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Il museo della ghisa | 0 comments

La balaustra metallica di Piazzale Michelangelo a Firenze tornata al suo antico splendore dopo il restauro compiuto da Neri Spa

La balaustra metallica di Piazzale Michelangelo a Firenze tornata al suo antico splendore dopo il restauro compiuto da Neri Spa

In occasione dei lavori di ampliamento e abbellimento di Firenze divenuta capitale d’Italia, tra gli anni 1865 e 1877 l’architetto Giuseppe Poggi proponeva per l’arredo di Piazzale Michelangelo – straordinario belvedere sulla città posizionato al culmine dell’alberato Viale dei Colli – l’impiego del ferro, oltre che per i lampioni pubblici, anche per la monumentale balaustra che lo circondava su ogni lato con una lunghezza complessiva di oltre 400 metri. La presenza del ferro nella realizzazione di quest’opera doveva “mimetizzarsi” tramite la sovrapposizione di uno strato di vernice che lo rendesse somigliante alle decorazioni in pietra della Loggia adiacente. Per la sua esecuzione si incaricavano le Regie Fonderie di Follonica[1] come testimonia la sigla R.F.F posta sulla base di alcune delle colonne che compongono la balaustra.

Oggi, a oltre 150 anni di distanza, grazie a una preziosa sponsorizzazione di Starhotels, l’intera struttura in ghisa, composta da ben 700 colonnine, è tornata al suo antico splendore a seguito di un importante restauro conservativo affidato a Neri Spa.

Piazzale Michelangelo, veduta di Firenze, 1957

Piazzale Michelangelo, veduta di Firenze, 1957

Stato della balaustra prima dell'intervento di restauro

Stato della balaustra prima dell’intervento di restauro

L’intervento è consistito nello smontaggio di tutti gli elementi al fine di poter effettuare, presso lo stabilimento di Longiano (FC), un radicale risanamento. Fondamentale si è rivelata l’operazione di sabbiatura che ha permesso di asportare non solo le numerose ossidazioni formatesi in oltre un secolo di vita, ma anche di individuare i punti più degradati sui quali intervenire mediante saldature e integrazioni delle parti mancanti, compresa la creazione del modello da impiegare in fonderia per riprodurre dieci esemplari di colonna andati irrimediabilmente perduti. Tutte le colonne sono state successivamente immerse in un sottofondo di zinco allo scopo di proteggerle dall’ossidazione, comprese le superfici interne ugualmente aggredibili dalla ruggine. La stuccatura delle singole fusioni e l’applicazione finale della vernice, di un colore concordato con la Soprintendenza, hanno preceduto la ricollocazione sul luogo originario dell’intera struttura che cinge come una “perfetta corona” la grande piazza panoramica con veduta su Firenze.

Le colonnine originali non più utilizzabili sono oggi esposte al MIG dove è possibile ammirare una porzione di balaustra identica a quella di Firenze.

 

Porzione di balaustra con colonnine originali, MIG

Porzione di balaustra con colonnine originali, MIG

 

https://www.youtube.com/watch?v=hxTonPtfsXE&feature=youtu.be

Video del restauro della balaustra di Piazzale Michelangelo

 

[1] Lo stabilimento, in assoluto uno dei più importanti in epoca preunitaria, venne inaugurato dal Granduca di Toscana Leopoldo II nel 1831 ed era dotato di un reparto di fonderia artistica coadiuvato da una scuola di disegno e di scultura sotto la guida di tecnici altamente qualificati tra i quali il celebre architetto dei Lorena Carlo Reishammer. Per oltre un ventennio realizzò oggetti di ornamento e di arredo urbano di pregio che comprendono tra l’altro la balaustra di recinzione del Duomo di Firenze, le opere per la cinta daziaria di Livorno, il monumentale cancello dello stabilimento siderurgico e la chiesa di San Leopoldo a Follonica, una dei pochi edifici religiosi al mondo ad essere stato costruito ricorrendo in buona parte all’uso della ghisa.

 

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