Arredo Urbano

Triberg: dall’acqua il primato della luce

Posted by on mar 19, 2020 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Sorge alle pendici di una valle incantata nel cuore della Foresta Nera. Il piccolo borgo di Triberg è attraversato dal fiume Gutach, le cui acque danno vita alle cascate più alte della Germania: 163 metri di altezza suddivise in 7 salti che si infrangono su rocce granitiche emettendo rombi assordanti. La visita prevede diversi percorsi, da quelli semplici ai più articolati per camminatori esperti, ma per tutti l’apertura serale, fino alle 22, offre uno spettacolo suggestivo di acqua e luci.

Le cascate di Triberg,  foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

Le cascate di Triberg,
foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

A proposito di luce, il paese vanta un altro primato. Si tratta, infatti, del primo centro tedesco ad aver introdotto l’illuminazione elettrica, grazie proprio allo sfruttamento delle acque del fiume. Dai primi anni del ‘900 la nuova rivoluzionaria fonte luminosa sostituisce progressivamente il gas nell’illuminazione pubblica cittadina. Strade e piazze si accendono di una luce bianca e potente, mai vista prima di allora. Le lampade sono sostenute da mensole a muro e, soprattutto, da alti pali in ferro e ghisa con cima a pastorale. L’innovazione tecnologica corrisponde al periodo di maggior sviluppo di Triberg; lungo la strada principale è un susseguirsi di case con facciate affrescate e attività commerciali caratterizzate da insegne in ferro lavorato.

Triberg, 1912

Triberg, 1912

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Molti sono i suoi laboratori artigianali che attirano ancora oggi migliaia di turisti per poter ammirare, o acquistare, un prodotto tipico della zona: gli orologi a cucù.  Triberg è collocata sulla Strada degli orologi della Foresta Nera, un itinerario ad anello di ca. 110 km che può essere percorso in auto, moto, o ancora meglio in bicicletta. A partire dal XVII secolo la Foresta Nera si impone in Europa come il più importante luogo di produzione di questi particolari oggetti. All’attività artigianale vera e propria si affiancano oggi infrastrutture turistiche come musei, negozi, locande che sorgono nei tipici villaggi dalle case con i tetti spioventi di pietra.

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

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Trieste, sul molo la storia dell’illuminazione

Posted by on mar 11, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Trieste è tra le poche fortunate città che sono riuscite a salvare gran parte del proprio patrimonio storico di arredo urbano in ghisa. Mirati interventi di restauro, compiuti in anni recenti, hanno riguardato anche i pali destinati all’illuminazione delle banchine portuali, in particolare quelli collocati sul molo Audace, a pochi passi dalla centralissima piazza Unità d’Italia.

Rivoluzionari per l’epoca, considerato il fatto che funzionavano elettricamente (l’illuminazione elettrica appare la prima volta a Trieste nel 1898) essi vennero dapprima montati su di un basamento in pietra per poi subire alcune modifiche a partire grosso modo dagli anni ’20. La più rilevante consistette nell’inserimento di una nuova base in sostituzione del precedente piedistallo, questa volta realizzata, come il resto del manufatto, completamente in ghisa. La cima, invece, non solo restava sempre la stessa, ma diventava l’elemento caratterizzante, capace di contraddistinguere un elevato numero di esemplari triestini presenti in altre importanti zone del centro storico.

Trieste, i lampioni a pastorale recuperati del molo Audace

Trieste, molo Audace, gli originali lampioni a pastorale oggi recuperati

 

La sua caratteristica forma a “pastorale”, termine che deriva dal fatto di assomigliare al bastone ricurvo impiegato dai vescovi nelle principali cerimonie liturgiche, ritorna anche sui pali di piazza Unità d’Italia, così come su quelli delle piazze Goldoni e della Borsa, davanti alla facciata del Teatro Verdi o lungo il Corso. Sullo stelo verticale, chiuso da una pigna alla sommità, si innesta dunque questo braccio a volute, dalle linee armoniche ed eleganti, che funge da sostegno per il corpo luce vero e proprio costituito da un cilindro in rame a cui è avvitata una grande lampada a sfera.

Cartoline e foto d’epoca documentano ampiamente la presenza di questi arredi sul molo e tra queste, quelle più antiche, ci svelano un’altra curiosità: nella seconda metà dell’800 il luogo era illuminato da paletti artistici in ghisa di piccole dimensioni, montati sempre su basamenti lapidei, ma sormontati da una lanterna funzionante a gas. A proposito del gas e della sua iniziale “convivenza” con l’elettricità, si apprende che alla vigilia della Grande Guerra le nuove lampade elettriche erano solo 150, e fuori dal centro continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.

I lampioni del molo su basamento, 1910 ca.

I lampioni del molo su basamento, 1910 ca.

Il molo Audace con i lampioni a pastorale su basamento

Il molo Audace con i lampioni a pastorale su basamento

Nel 1900 il molo è illuminato da pali funzionanti a gas

Nel 1900 il molo è illuminato da pali funzionanti a gas

Un ultimissimo aspetto riguarda il nome del molo Audace. In origine si chiamava San Carlo e nell’800 fungeva da attracco per i piroscafi e le imbarcazioni mercantili.  Il 3 novembre 1918, alla fine della guerra, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu il cacciatorpediniere Audace.  In ricordo di questo avvenimento nel marzo del 1922 venne cambiato nome al molo, chiamandolo appunto Audace. Col trascorrere del tempo e lo spostamento del traffico marittimo in altre zone, il molo si è trasformato in un luogo di passeggio molto amato dai triestini, una passerella di grande fascino protesa sul mare.

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Tutti i colori della ghisa

Posted by on feb 18, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Applicata sulla ghisa la verniciatura svolge fondamentalmente due funzioni. La prima, la più importante, è quella di proteggerla dall’ossidazione. Essendo una lega metallica composta in prevalenza di ferro (97% ca.) e carbonio, la ghisa subisce in modo inevitabile l’attacco degli ossidi che si formano per azione dell’ossigeno sulla sua superficie, con il contributo dell’acqua sotto forma di umidità atmosferica o di pioggia. A differenza delle alterazioni causate da altri tipi di materiali, la ruggine si stacca facilmente dalla superficie del metallo, si sbriciola, e lascia esposta la parte sana sottostante, pronta per essere a sua volta aggredita dagli agenti esterni. Se non si interviene ciò può determinare col tempo la rottura completa del pezzo.

Al gusto e all’estetica risponde, invece, la seconda funzione. Noi siamo soliti pensare alla ghisa impiegata per l’arredo urbano e l’illuminazione del “tradizionale” colore grigio scuro, molto simile all’antracite. In realtà nell’Ottocento, e per buona parte del Novecento, era diffusissima la prassi di verniciare i manufatti in ghisa con diversi colori: i più utilizzati, oltre ovviamente al grigio, erano il bianco, il verde, il blu, il rosso, il nero e l’oro. Spesso i colori identificavano una città o addirittura una specifica area geografica. Emblematico è il caso di Venezia e dell’intera Laguna dove per i lampioni, le panchine, i chioschi e i numerosi ponti, si ricorreva – ma ciò continua ancora oggi – a utilizzare il cosiddetto “verde Venezia” o, appunto, “verde Laguna”.

I caratteristici candelabri di Venezia verniciati di "verde Laguna"

I caratteristici candelabri di Venezia verniciati di “verde Laguna”

 

Nell’Europa settentrionale, soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda, a dominare è invece il colore bianco col quale sono verniciate le grandi strutture metalliche: serre, verande, gallerie coperte, pensiline, gazebo, chioschi per la musica, balaustre per ponti e pontili. Si tratta di un colore che contribuisce a far risaltare l’eleganza e la raffinatezza dei particolari architettonici e dei decori di cui spesso sono rivestite. Oggi si sta registrando un recupero e un nuovo forte interesse per questo colore applicato alla ghisa.

Un’altra caratteristica tipicamente britannica, diffusasi poi col tempo anche nel territori asiatici delle ex colonie, è quella di applicare sullo stesso manufatto più colori insieme. Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto, ma non solo, le grandi fontane. Capita così di imbattersi, passeggiando per le strade o nei parchi, in veri e propri monumenti acquatici che attirano la nostra attenzione non solo per la qualità artistica o il gioco scenico della caduta dell’acqua dall’alto, ma anche per la vivacità offerta dai diversi colori scelti per rivestirli.

Brighton, UK, il chiosco per la musica, 1884, Txllxt TxllxT - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63819264

Brighton, UK, il chiosco per la musica, 1884, Txllxt TxllxT – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63819264

Interno della grande serra di Syon House, Middlesex, UK

Interno della grande serra di Syon House, Middlesex, UK

Ross Fountain, Edimburgo, Kleinzach - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71451308

Ross Fountain, Edimburgo, Kleinzach – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71451308

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NON SOLO STELE

Posted by on gen 21, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Pontremoli, piazza Unità d’Italia. Appaiono ubicate sullo stesso lato della piazza, a pochi metri di distanza, e l’una sembra ricordare all’altra il perché della loro presenza in un paese forestiero. In entrambi i casi si tratta, infatti, di un omaggio alla città natale da parte di coloro che nel secolo scorso sono emigrati  in cerca di fortuna in Inghilterra e in Francia.

Da Londra proviene un esemplare di cabina telefonica la cui tipologia ha rappresentato, e continua a rappresentare tutt’oggi, un’icona del Regno Unito. Quando a partire dagli anni ’90 l’ascesa inesorabile della telefonia mobile ha costretto anche la British Telecom a procedere alla rimozione dalle strade e dalle piazze di Londra di questi famosi  “parallelepipedi scarlatti”, la comunità pontremolese ha pensato bene di acquistarne una e di spedirla in patria.

Anche l’altro oggetto della piazza è  un simbolo del paesaggio urbano ottocentesco, questa volta però di Parigi. Si tratta di una fontana “Wallace”, dal nome del filantropo inglese, Sir Richard Wallace, che donò un centinaio di manufatti come questo a Parigi in un periodo molto buio per la città (sconfitta contro i prussiani e disordini pubblici durante la Comune). In quegli anni  molti acquedotti erano andati distrutti e l’acqua da bere aveva costi esorbitanti. Si può ben immaginare come la popolazione accolse questo prezioso e inaspettato regalo. Il modello della fontana è opera dello scultore Lebourg e le fusioni furono affidate a una delle più importanti fonderie al mondo di ghisa d’arte: la francese Val D’Osne.

Il disegno, invece, è dello stesso Wallace che ha attribuito molta importanza all’aspetto estetico. Le fontane hanno alcuni tratti specifici che le rendono inconfondibili: il caratteristico colore verde che si armonizza con la natura, il piedistallo a croce greca, le quattro eleganti cariatidi superiori che sostengono una cupola sormontata da delfini. L’acqua che fuoriusciva dalla fontana poteva essere bevuta mediante bicchieri di latta fissati con catenelle alla cupola.

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Dalla piazza un breve tragitto a piedi conduce, attraverso il ponte della Cresa, al borgo murato di Pontremoli, centro medievale di grande interesse sorto sulla Via Francigena. All’interno del castello del Piagnaro sono conservate in un’ambientazione suggestiva le famose Statue Stele, sculture antropomorfe in pietra (IV-I millennio a.C.) di guerrieri e donne di rango dalla tipica testa a mezzaluna che sono il simbolo dell’intero territorio della Lunigiana.

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Riaperti i Giardini Reali di Venezia

Posted by on dic 17, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 3 comments

Venezia, martedì 17 dicembre 2019, ore 12:15. Dopo anni di lavori riapre un angolo affascinante della città. Si tratta dei Giardini Reali, un parco verde dietro l’antica Zecca della Serenissima, a pochi metri dal campanile di San Marco.

A fare gli onori di casa il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro alla presenza del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e di Philippe Donnet, CEO di Generali, main partner, che ha contribuito al recupero di questo spazio. Il restauro è stato promosso e realizzato da Venice Gardens Foundation, presieduta da Adele Re Rebaudengo.

Prezioso l’apporto di Neri Spa cui è stato affidato il prestigioso compito di restaurare tutti i lampioni ottocenteschi che da sempre hanno illuminato, prima con il gas e successivamente con la luce elettrica, l’intera area del giardino. A questi si è aggiunto il recupero di una delle strutture più interessanti della seconda metà del XIX secolo, vale a dire l’elegante pergola in ferro e ghisa, che, con le sue 23 campate della lunghezza di tre metri ciascuna, sorrette da artistiche colonne, è nuovamente, da oggi, l’elemento caratterizzante l’architettura del luogo.

I pali ottocenteschi tornati al loro antico splendore

I pali ottocenteschi tornati al loro antico splendore

 

La pergola in ferro e ghisa restaurata da Neri Spa

La pergola in ferro e ghisa restaurata da Neri Spa

La pergola prima dell'intervento di recupero

La pergola prima dell’intervento di recupero

I Giardini furono voluti da Napoleone che intendeva usare come Palazzo Reale le Procuratìe (edifici che avvolgono Piazza San Marco su tre lati) anziché il Palazzo Ducale. Il passaggio di Venezia all’Austria bloccò il progetto imperiale; ciononostante si procedette, dopo l’abbattimento dei granai trecenteschi, a creare un’area verde di oltre 5.000 mq, in pratica un vero e proprio parco per Venezia, che come tale è sempre stato vissuto  dalla cittadinanza, anche se in anni più recenti è andato sempre più degradando.

Il progetto di recupero dei Giardini Reali ne rispetta e valorizza la storia e apporta alcune novità, tra le quali il fatto che risultino più aperti, e dunque più accessibili, verso il bacino di San Marco. Inoltre possono beneficiare del ripristino del ponte levatoio che conduce al Palazzo della Zecca e alle Procuratìe, passando per il Museo Correr fino a Piazza San Marco.

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L’età d’oro di Portici

Posted by on nov 20, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Ma perché il primo tratto di strada ferrata italiana fu proprio quello che collegava Napoli a Portici?  Fu inaugurato esattamente 180 anni fa alla presenza di Ferdinando II di Borbone che salutò l’arrivo del convoglio dalla sua villa del Carrione al Granatello http://www.arredodesigncitta.it/compie-180-anni-la-prima-ferrovia-italiana/

Reggia di Portici

Reggia di Portici

Il piccolo centro vesuviano ospitava ormai da un secolo la residenza reale estiva, un’elegante reggia voluta da Carlo di Borbone[1] e divenuta nel tempo un polo di attrazione non solo per letterati e musicisti, ma anche per gli studiosi delle antichità classiche. Dopo la ripresa degli scavi di Ercolano, nel 1750, a fianco dell’edificio era stato costruito il Museo Ercolanese per ospitare i numerosi reperti rinvenuti nella città romana. L’intera area, considerata “sito reale” beneficiava di varie esenzioni fiscali che invogliarono ancora di più i cortigiani ad erigere a loro volta fastose residenze: ciò determinò un importante fenomeno urbanistico-architettonico noto con il termine di “Miglio d’Oro”.

La presenza in loco della nobiltà, con le sue innumerevoli esigenze, finì anche con l’agevolare la nascita di tutta una serie di attività tra cui si distinsero l’artigianato di grande pregio e lo sviluppo dell’industria del ferro, impiegato non solo in ambito ferroviario e militare, ma anche per produrre oggetti artistici per l’arredo urbano. Dalla metà dell’800 l’utilizzo della ghisa, in particolare, non poté mancare nel processo di rinnovamento urbanistico di Portici come dimostra l’installazione di candelabri per l’illuminazione pubblica di alcune zone centrali quali piazza San Ciro o davanti all’imponente facciata di Palazzo Buono Exedra.

Portici palazzo Buono

Esemplari della stessa tipologia, caratterizzati da un basamento riccamente ornato, illuminavano anche la città  di Napoli (Villa Comunale, piazze del Municipio, Plebiscito, San Domenico, Dante e Repubblica) dove, per la loro considerevole altezza, vennero anche sfruttati agli inizi del ‘900 per sostenere i fili sospesi della linea tranviaria.

Napoli, Villa comunale, 1937

Napoli, Villa comunale, 1937

 

L’argomento è stato da noi trattato in maniera più approfondita su alcuni numeri della rivista Arredo & Città:

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/vestite-di-storia/  (pp.6-14)

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/made-in-southern-italy/ (pp.7-17; 22-23)

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/linfluenza-dellornato-classico-sulle-arti-applicate/ (pp.86-87)

 

[1] La casa reale lasciò la residenza di Portici dopo l’eruzione del Vesuvio del 1767, per trasferirsi nella grande Reggia di Caserta

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