Arredo Urbano

L’età d’oro di Portici

Posted by on nov 20, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Ma perché il primo tratto di strada ferrata italiana fu proprio quello che collegava Napoli a Portici?  Fu inaugurato esattamente 180 anni fa alla presenza di Ferdinando II di Borbone che salutò l’arrivo del convoglio dalla sua villa del Carrione al Granatello http://www.arredodesigncitta.it/compie-180-anni-la-prima-ferrovia-italiana/

Reggia di Portici

Reggia di Portici

Il piccolo centro vesuviano ospitava ormai da un secolo la residenza reale estiva, un’elegante reggia voluta da Carlo di Borbone[1] e divenuta nel tempo un polo di attrazione non solo per letterati e musicisti, ma anche per gli studiosi delle antichità classiche. Dopo la ripresa degli scavi di Ercolano, nel 1750, a fianco dell’edificio era stato costruito il Museo Ercolanese per ospitare i numerosi reperti rinvenuti nella città romana. L’intera area, considerata “sito reale” beneficiava di varie esenzioni fiscali che invogliarono ancora di più i cortigiani ad erigere a loro volta fastose residenze: ciò determinò un importante fenomeno urbanistico-architettonico noto con il termine di “Miglio d’Oro”.

La presenza in loco della nobiltà, con le sue innumerevoli esigenze, finì anche con l’agevolare la nascita di tutta una serie di attività tra cui si distinsero l’artigianato di grande pregio e lo sviluppo dell’industria del ferro, impiegato non solo in ambito ferroviario e militare, ma anche per produrre oggetti artistici per l’arredo urbano. Dalla metà dell’800 l’utilizzo della ghisa, in particolare, non poté mancare nel processo di rinnovamento urbanistico di Portici come dimostra l’installazione di candelabri per l’illuminazione pubblica di alcune zone centrali quali piazza San Ciro o davanti all’imponente facciata di Palazzo Buono Exedra.

Portici palazzo Buono

Esemplari della stessa tipologia, caratterizzati da un basamento riccamente ornato, illuminavano anche la città  di Napoli (Villa Comunale, piazze del Municipio, Plebiscito, San Domenico, Dante e Repubblica) dove, per la loro considerevole altezza, vennero anche sfruttati agli inizi del ‘900 per sostenere i fili sospesi della linea tranviaria.

Napoli, Villa comunale, 1937

Napoli, Villa comunale, 1937

 

L’argomento è stato da noi trattato in maniera più approfondita su alcuni numeri della rivista Arredo & Città:

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/vestite-di-storia/  (pp.6-14)

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/made-in-southern-italy/ (pp.7-17; 22-23)

http://www.arredoecitta.it/it/riviste/linfluenza-dellornato-classico-sulle-arti-applicate/ (pp.86-87)

 

[1] La casa reale lasciò la residenza di Portici dopo l’eruzione del Vesuvio del 1767, per trasferirsi nella grande Reggia di Caserta

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Gli orologi di Berlino

Posted by on ott 24, 2019 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

 

Il primo orologio pubblico con indicazione e misurazione dell’ora su base astronomica, fece la sua comparsa a Berlino sulla facciata del vecchio edificio che ospitava l’Accademia delle Arti, lungo il viale Unter den Linden. Era stato costruito dall’orologiaio di corte, il signor Möllinger.  Il secondo venne installato a terra nel 1869 davanti alla Corte Suprema e riscontrò un tale apprezzamento da spingere il magistrato preposto a replicare l’intervento con apparecchi simili in altri luoghi del centro.

Il crescente aumento dei trasporti, e la conseguente necessità di poter disporre in città di orologi pubblici che indicassero l’ora esatta, portò l’amministrazione comunale a stipulare sul finire dell’800 un contratto con una ditta privata per la fornitura di 100 colonne, le cosiddette Uraniasäulen (colonne Urania). Alte 4,5 m. e realizzate in ghisa, presentavano in cima un orologio con quattro quadranti illuminati dall’interno, mentre il fusto era destinato a ospitare annunci pubblicitari, ma anche informazioni di carattere generale (su alcune era esposta la pianta della città). Purtroppo l’azienda produttrice, che riteneva di potersi in parte finanziare con le entrate pubblicitarie, non raggiunse il successo sperato, anzi dopo la consegna delle prime 30 colonne dichiarò il fallimento.

I primi orologi stradali di Berlino

Berlino, le "colonne Urania"

Berlino, le “colonne Urania”

Nel 1904 il Comune si adoperò per realizzare nuovi orologi alla cui gestione venne preposta la società “Normalzeit GmbH”. Tutti questi arredi, comprese le colonne Urania, divennero col tempo vittime dell’inflazione dilagante. I costi della manutenzione erano troppo alti e, in base al nuovo contratto che la città aveva stipulato nel 1922 con l’azienda Heinrichs & Klauder, si decise di rimuoverli e di sostituirli con 80 colonne pubblicitarie porta-orologio dalle forme più semplici ed  economiche. Siccome erano vuote all’interno, lo spazio poteva essere sfruttato per scopi differenti, il più singolare dei quali era senza dubbio il ricovero di barelle e medicamenti utili a prestare il primo soccorso alle vittime di incidenti stradali.

A partire dal 1930 fecero la loro comparsa altri modelli di orologi pubblici, sempre a colonna, alcuni dei quali hanno contribuito con il loro design a caratterizzare il paesaggio urbano di Berlino fino agli anni ’60 del Novecento.

Berlino, tipologia di colonna orologio in funzione fino agli anni Sessanta del '900

Berlino, tipologia di colonna orologio in funzione fino agli anni Sessanta del ’900

 

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Un incontro inaspettato!

Posted by on set 9, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari, Luce | 0 comments

Oggi è considerato un mestiere estinto, eppure bastano pochi passi nella Città Vecchia per constatare con i propri occhi che un esponente di questo lavoro, un tempo rispettabilissimo, esiste ancora. La città è la polacca Breslavia e il protagonista è il lampionaio, un omone alto e grosso che, alle dipendenze del Comune, ogni giorno accende e spegne da solo 103 lampioni funzionanti, come nell’Ottocento, a gas.

È affascinante osservarlo in azione avvolto nella sua livrea – mantello nero e cappello in testa -  mentre stringe in mano il lungo bastone che ha la doppia funzione di spostare la leva di apertura del flusso del gas, posta alla base delle lanterne, e di accendere le fiammelle al loro interno. Cammina a passo deciso e si ferma solo pochi secondi sotto ogni lampione; poiché sono più di cento, il lavoro deve essere terminato prima che faccia completamente buio.

Negli ultimi anni la sua fama e popolarità sono andate aumentando al punto da diventare una delle principali attrazioni turistiche di Breslavia (Wroclaw in polacco), capitale storica della Slesia.

Ostrów Tumski, antica isola sul fiume Oder, oggi saldata alla terraferma, è il quartiere più antico, pittoresco e tranquillo della città. Qui si concentrano alcuni dei monumenti simbolo, come la Cattedrale di San Giovanni Battista, ma è tutta l’area a conservare l’aspetto e il fascino del borgo medievale con la sua atmosfera incantata e le strade acciottolate.

Per godere appieno della sua magia non si può mancare la passeggiata serale in ulica (via) Idziego, illuminata da una miriade di luci a gas, le stesse che si ritrovano anche alle due entrate del Ponte Tumsky, costruito in ferro e rinomato per lo scorcio romantico sul fiume.  A quest’ora il lampionaio è già rincasato, ma qua sono tutti certi che riprenderà la sua attività alle prime luci del nuovo giorno.

 

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Le fontane “gemelle”

Posted by on lug 31, 2019 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Nel 1863, in occasione delle celebrazioni per il matrimonio del principe Alberto (divenuto successivamente re con il nome di Edoardo VII), venne eretta a Northampton, nella centralissima Market Square, una fontana monumentale in fusione di ghisa, alta ben 14 metri.

L’opera, straordinaria, si componeva di un grande basamento artistico che fungeva sia da supporto alle quattro vasche per la raccolta dell’acqua, sia da sostegno a un’elaborata e slanciata colonna terminante con una lanterna alimentata a gas e impiegata per illuminare l’intero manufatto. La fontana è rimasta in piedi per un secolo dopo di che, causa l’incuria, il degrado e anche gravi atti vandalici, è stata demolita  nel 1962 perchè ritenuta non più sicura.

La fontana collocata al centro di Market Square a Northampton (Inghilterra), cartolina storica

La fontana collocata al centro di Market Square a Northampton (Inghilterra), cartolina storica

Di recente ci è giunta notizia che in India, per la precisione a Mumbai, sopravvive un esemplare gemello realizzato nel 1867 in onore di Sir William Robert Seymour Vesey-Fitzgerald, ex governatore britannico di Bombay, e per questo conosciuta anche con l’appellativo di “Fontana Fizgerald”. Originariamente era collocata all’incrocio di Metro HINOX Cinema, mentre oggi si trova nell’area prospiciente il Dr. Bhau Daji Lad Museum, il Museo dedicato alla storia della città di Mumbai.

Lo stretto legame che intercorre tra i due monumenti è stato svelato qualche anno fa quando il team di restauratori incaricati del recupero si è avvalso della collaborazione dell’archeologo industriale Peter Perkins le cui indagini hanno permesso di risalire alla fonderia produttrice: la Eagle Foundry, la stessa che ha realizzato il modello identico di Northampton, e che, tra l’altro, era originaria proprio della città inglese.

La fontana indiana di Mumbai - © Dr. Bhau Daji Lad Museum

La fontana indiana di Mumbay – © Dr. Bhau Daji Lad Museum

Nel frattempo i lavori di restauro avviati sulla fontana di Mumbay stanno procedendo e si prevede di poterla ricollocare entro la fine dell’anno sul luogo d’origine. Per quanto riguarda quella di Northampton, invece, cresce da parte della cittadinanza il desiderio – che per ora rimane solo un sogno – di poterla ancora ammirare nella principale piazza cittadina. Oggi al suo posto sorge un semplice e anonimo bacino circolare in pietra, mentre a ricordo del pregevole manufatto in ghisa resta solo una targa in fusione conservata presso il locale Park Museum.

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A&C 1-2019: L’ABRUZZO DELLE FONTANE IN GHISA

Posted by on giu 4, 2019 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Pratola Peligna (AQ), un dettaglio della fontana di piazza Madonna della Libera

Pratola Peligna (AQ), un dettaglio della fontana di piazza Madonna della Libera

Dall’analisi del materiale fotografico raccolto in occasione di vari sopralluoghi, e successivamente catalogato nell’archivio della Fondazione Neri, è emersa una sorprendente scoperta: la presenza, in Abruzzo, di numerose fontane monumentali in ghisa concentrate in un’area circoscritta, di modeste dimensioni. Fontane ubicate anche nei centri più piccoli, compresi quelli difficilmente raggiungibili per le asperità del territorio, in prevalenza montuoso.  Prodotte tra metà ‘800 e inizi ‘900, esse rappresentano un patrimonio unico, che non ha eguali in Italia e che rischia di andare perduto in assenza di adeguati interventi conservativi.

I risultati delle attività di ricognizione, confronto e analisi dei dati informativi disponibili, si possono trovare sull’ultimo numero di Arredo & Città (1-2019) che presenta: la mappatura dei manufatti; una ricca documentazione fotografica che ne evidenzia la figura e i dettagli di rara bellezza, la descrizione di ogni fontana, con i riferimenti storico-culturali che ne sono stati l’ispirazione.  http://www.arredoecitta.it/it/

Le fontane d’Abruzzo sono l’espressione artistica, e industriale, di un’epoca, poiché furono realizzate dalle più grandi e famose fonderie europee, fatto che allinea questa regione d’Italia a molte altre città, anche del Sudamerica e dell’Asia. Protagonista indiscussa è la fonderia francese della Val D’Osne che ha legato il suo nome a opere straordinarie ampiamente documentate sulla rivista come, ad esempio, i due esemplari di Pratola Peligna, ricchi di sculture antropomorfe e animali, le “fontane di giugno” (o meglio de l’Été ) installate a San Demetrio, Magliano e Ortona dei Marsi, o ancora la fontana situata, nel centro di Scurcola Marsicana, che ha per protagonista un’aggraziata statua di Venere.

Magliano de' Marsi (AQ), la fontana de l’Été

Magliano de’ Marsi (AQ), la fontana de l’Été

Pratola Peligna (AQ), la ninfa Galatea sormonta la fontana di piazza Garibaldi

Pratola Peligna (AQ), la ninfa Galatea sormonta la fontana di piazza Garibaldi

La fontana di Scurcola Marsicana (AQ), dettaglio della Venere

La fontana di Scurcola Marsicana (AQ), dettaglio della Venere

Mentre il lavoro prendeva forma ci si è resi conto che era necessario, considerata l’importanza del materiale, farlo conoscere al grande pubblico. È così che dalle fontane è stato tratto lo spunto per creare un itinerario turistico che intende in primo luogo segnalare la loro presenza, ma nello stesso tempo offrire l’occasione per scoprire le emergenze storico-artistiche e naturalistiche che caratterizzano le 23 località interessate.

 

L'Abruzzo delle fontane in ghisa: itinerario turistico

L’Abruzzo delle fontane in ghisa: itinerario turistico

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Architettura e design: Ignazio Gardella

Posted by on mag 28, 2019 in Architettura e Design, Arredo Urbano | 0 comments

Interno del Padiglione di Arte Contemporanea (PAC) di Milano, Ignazio Gardella, 1954

Interno del Padiglione di Arte Contemporanea (PAC) di Milano, Ignazio Gardella, 1954

Recentemente, in più occasioni, abbiamo avuto modo di parlare della comparsa di nuovi materiali che a partire dalla metà del ‘900 andarono a sostituire la ghisa nella produzione dei pali destinati a sostenere i corpi illuminanti.

Particolarmente interessante è il caso dei lampioni disegnati nel 1964 dall’architetto Ignazio Gardella, appositamente per piazza San Babila a Milano (Arredo & Città 1-2018. http://www.arredoecitta.it/it/riviste/ss9-luce-sulla-via-emilia/)

Si compongono di un basamento sagomato in marmo su cui s’innesta un’originalissima colonna, formata da steli in acciaio agganciati tra loro, che funge da sostegno per un grappolo di globi luminosi posizionati sulla cima. Un progetto che è davvero originale per quegli anni nel tentativo, perfettamente riuscito, di pensare a nuove “forme di luce”, capaci di parlare il linguaggio della modernità, in dialogo con l’architettura e l’urbanistica dell’epoca.

Lampione in acciaio a più globi luminosi, piazza San Babila, Milano

Lampione in acciaio a più globi luminosi, piazza San Babila, Milano

Moderna può essere definita la visione dell’architettura che ha contraddistinto tutta l’attività di Ignazio Gardella (1905-1999). A vent’anni esatti dalla sua morte, il figlio Jacopo ha voluto ricordare il padre con una sorta di reportage che, attraverso richiami storici, critico-estetici e letterari, fornisse una chiave di lettura della cultura architettonica che ha caratterizzato gran parte del Novecento italiano. L’idea di fondo di Gardella consisteva nel combinare innovazione e tradizione in un processo di ricerca che coinvolgesse, oltre alla funzionalità dell’opera, anche i suoi significati e i suoi valori. Nei confronti del progetto d’architettura, ha saputo mantenere un atteggiamento empirico, non dogmatico ma duttile, per tenere nella massima considerazione le esigenze del committente, i caratteri del luogo e le tradizioni costruttive locali.

Tra le opere che recano la sua firma, e che hanno segnato la storia dell’architettura italiana, sono da ricordare l’edificio del Dispensario antitubercolare di Alessandria (1936), esempio di razionalismo rigoroso ma non scolastico; la Casa degli impiegati della ditta Borsalino, sempre ad Alessandria (1948), progetto che mostra un rinnovato interesse per la tradizione e per il recupero della storia; il Padiglione di Arte contemporanea di Milano (1954).

 

Nella sua lunga carriera Gardella si è occupato anche di design, applicato sia all’arredo urbano –  i lampioni di piazza San Babila ne rappresentano l’espressione più significativa – sia alla produzione di mobili e oggetti “sperimentali” per interni, innovativi nell’impiego, privo di preconcetti, di materiali tradizionali e nuovi, spesso accostati in modo del tutto insolito. Un esempio le lampade a parete prodotte per la ditta Azucena negli anni ’60, dove l’uso della lacca, dell’ottone cromato lucido e del cristallo, rivelano una costante ricerca di luminosità, brillantezza e trasparenza.

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