Arte e Luce

Transatlantici, quando la nave si fa stile

Posted by on giu 19, 2017 in Arte e Luce | 0 comments

Prima che nelle metropoli, molti progressi della scienza e della tecnica sono stati sperimentati e perfezionati a bordo delle grandi navi da crociera. Già a partire dal 1879 è l’americano Thomas Edison, padre della lampadina elettrica, a mettere in scena la prima dimostrazione pratica di questo rivoluzionario sistema di illuminazione – con l’ausilio di ben 150 lampade –  non in una piazza cittadina o all’interno di un edificio, bensì sul piroscafo Columbia.

È nel corso degli anni Trenta che il più lungimirante dei mezzi di trasporto storici vive la sua parabola ascendente. A quell’epoca gli idrovolanti transoceanici non hanno ancora iniziato il servizio di linea fra le Americhe e l’Europa: unica alternativa rimane la motonave da crociera. E una volta imbarcati su questi giganti del mare è necessario far passare il lungo tempo del tragitto nel miglior modo possibile.

Il ballo sul transatlantico Saturnia, fine anni Trenta

Il ballo sul transatlantico Saturnia, fine anni Trenta

Nella prima classe del Saturnia, così come su ogni “città galleggiante” che si rispetti, il ballo nel salone delle feste diventa quindi un rito quasi obbligatorio a cui è difficile sottrarsi. Il ponte del Rex, invece, si presta ad ospitare una piscina di proporzioni gigantesche con tanto di ringhiera in ghisa a delimitarne il perimetro. Questo luogo è frequentato anche di notte: alle seppur numerose stelle in cielo corre in soccorso la luce artificiale fornita da eleganti paletti, anch’essi in fusione di ghisa, che sostengono sulla cima una sfera luminosa.

Sui transatlantici c’è anche spazio a volontà, motivo per cui sul ponte superiore del Conte Rosso, tra una scialuppa e un fumaiolo, si improvvisa il gioco del volano con tanto di rete e di spettatori a godersi lo spettacolo.

Transatlantico Rex, la grande piscina scoperta, fine anni Trenta

Transatlantico Rex, la grande piscina scoperta, fine anni Trenta

Gioco del volano sul ponte superiore del Conte Rosso

Gioco del volano sul ponte superiore del Conte Rosso

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La bellezza scolpita di Donna Franca

Posted by on mag 22, 2017 in Arte e Luce | 0 comments

P. Canonica, Donna Franca, 1904-1907

P. Canonica, Donna Franca, 1904-1907

Il restauro, finanziato dalla Fondazione Paola Droghetti Onlus, è appena terminato. La scultura è stata realizzata tra il 1904 e il 1907 da Pietro Canonica e costituisce uno dei più noti capolavori custoditi nel museo dell’artista a Villa Borghese (Roma). Grazie alla sua abilità di ritrattista egli è riuscito a trasferire nel marmo il carattere forte e orgoglioso di Donna Franca, immortalandola in una posa di altera e aristocratica eleganza.

Donna Franca era lamoglie di Ignazio Florio, discendente di una delle famiglie più illustri e influenti d’Italia, una casata che ha indissolubilmente legato il proprio nome alla città di Palermo e a quanto di meglio il capoluogo siciliano ha conosciuto in imprenditoria, filantropia, iniziative culturali e sociali.

Donna Florio, alias Franca Paola Jacona di San Giuliano, anche lei nobile e bellissima, assidua frequentatrice dei più importanti salotti dell’aristocrazia europea e delle corti reali, era adulata e amata da numerosi artisti come D’Annunzio e Boldini.

La scultura in marmo che la raffigura, tornata al suo antico splendore, verrà esposta al Complesso del Vittoriano dove dal 29 maggio al 16 luglio prossimi andrà in scena una grande mostra dedicata proprio a Giovanni Boldini; tra i tanti lavori esposti ci sarà la possibilità di ammirare, vicino all’opera del Canonica, anche il famoso ritratto a figura intera che il pittore ferrarese dedicò a Donna Franca nel 1914.

G. Boldini, Ritratto di Donna Franca, 1914

G. Boldini, Ritratto di Donna Franca, 1914

Le attività svolte dai Florio, che raggiunsero l’apogeo economico con Ignazio senior, padre di Ignazio junior (marito di Donna Franca) furono davvero numerose: da grandi armatori, a proprietari di tonnare e produttori del celebre vino Marsala, da deputati a fondatori della celeberrima corsa automobilistica Targa Florio. Non tutti sanno però che i Florio aprirono a Palermo anche una grande fonderia – l’Oretea – rimasta a lungo il più importante polo metalmeccanico della Sicilia. Dal reparto artistico dello stabilimento sono usciti quei manufatti in fusione di ghisa (soprattutto lampioni) che hanno arredato e abbellito tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo non solo le piazze di Palermo ma anche quelle di tante altre città del Mezzogiorno.

Franca Florio appena diciottenne

Franca Florio appena diciottenne

Palermo, piazza Villena, candelabro artistico per illuminazione pubblica fuso dalla Fonderia Oretea di proprietà dei Florio, 1900 ca.

Palermo, piazza Villena, candelabro artistico per illuminazione pubblica fuso dalla Fonderia Oretea di proprietà dei Florio, 1900 ca.

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“Quei giganti che facevano luce”

Posted by on gen 11, 2017 in Arte e Luce | 0 comments

Centrale termoelettrica di Monfalcone (foto F. Rodino, 2016)

Centrale termoelettrica di Monfalcone (foto F. Radino, 2016)

Dalle centrali della Valtellina a quelle del Friuli, dai termovalorizzatori lombardi agli splendidi invasi della Calabria. Alla Casa dell’Energia e dell’Ambiente di Milano prosegue fino al 27 gennaio la mostra “Le cattedrali dell’energia. Architettura, industria e paesaggio nelle immagini di Francesco Radino e degli Archivi Storici Aem”.

Oltre 100 immagini raccontano i luoghi, gli edifici, le architetture dediti alla produzione italiana di energia: l’itinerario espositivo si articola in due sezioni che ripercorrono la storia di questi siti dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri.

Scatti fotografici in bianco e nero, conservati negli archivi dell’Azienda energetica municipale milanese (Aem) ritraggono le imponenti centrali storiche, così come le officine, le ricevitrici, i monumenti elettrici, oltre a dettagli dei macchinari, dei quadri di manovra per le linee elettriche o per il servizio tramviario.

Spesso queste strutture sono state progettate da grandi architetti come Piero Portaluppi (centrale idroelettrica del Roasco) o Giovanni Muzio (centrale di Calausia in Calabria), uno degli esponenti più rappresentativi del Monumentalismo e autore, tra l’altro, dei paletti in rame, a forma di stelo cilindrico, installati nel Parco Sempione di Milano per illuminare i giardini della Triennale del 1933.

A queste immagini si aggiunge la campagna fotografica a colori realizzata da Radino nel 2016 che illustra gli edifici simbolo dell’Aem e le nuove architetture del Gruppo A2A che uniscono funzionalità e tecnologia all’estetica costruttiva.

Centrale idroelettrica di Fraele, Valtellina (foto di F. Rodino,2016)

Centrale idroelettrica di Fraele, Valtellina (foto di F. Radino,2016)

Centrale termoelettrica di Monfalcone (foto di F. Rodino, 2016)

Centrale termoelettrica di Monfalcone (foto di F. Radino, 2016)

Centrale idroelettrica di Calausia, Calabria (foto di F. Rodino, 2016)

Centrale idroelettrica di Calausia, Calabria (foto di F. Radino, 2016)

 

 

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LOOK AFAR, la magica luce di Babbo Natale

Posted by on dic 12, 2016 in Arte e Luce | 0 comments

Look Afar è un progetto espositivo nato da un viaggio, sia fisico che mentale, compiuto in Lapponia dall’artista italiana Chiara Dynys. La mostra, aperta a Milano dal 13 dicembre fino al 12 marzo del prossimo anno presso la Galleria M77, trae origine dal fenomeno dell’aurora boreale che riempie il paesaggio metafisico di questa terra di una luce ineguagliabile, magica: la luce del nord.

Al rientro dal confronto con la natura estrema, Chiara Dynys ha lavorato sulla documentazione raccolta e sui suoi ricordi; il risultato è consistito in una serie di lavori pittorici, in cui la suggestione e la forza evocativa diventano allo stesso tempo testimonianza e narrazione, in una forma che l’artista stessa definisce “liquida”.

Originalissime creazioni tendono a espandersi oltre il perimetro del quadro, simulando la ricaduta spontanea delle particelle cosmiche celesti. Fotografie e visioni pittoriche ritornano in una diversa tipologia di lavori, alternandosi, mischiandosi, per poi dissolversi secondo le logiche proprie del linguaggio utilizzato.

Anche un video contribuisce a selezionare in questo immenso corpus di scatti una serie di vedute montate in sequenza secondo la tecnica del time-lapse (fotografia a intervallo di tempo). L’osservatore si trova catapultato nel cuore dell’esperienza vissuta dall’artista, ripercorrendo le tracce dei suoi appostamenti alla ricerca delle manifestazioni della volta celeste, secondo una sceneggiatura che rievoca metaforicamente la relazione tra uomo e infinito, mediata proprio dalla grande luce del nord.

Look Afar prosegue la lunga ricerca artistica condotta da Chiara Dynys sulla luce in quanto archetipo di un orizzonte da raggiungere, punto focale di un cono ottico che attraverso il linguaggio dell’arte permette di spingersi verso una sempre maggiore condizione di coscienza, tanto da farle affermare: “Quella luce siamo noi. La luce è passaggio, ma anche architettura di un altrove che è dentro di noi”.

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“FUTUR BALLA” Il pittore della luce

Posted by on ott 20, 2016 in Arte e Luce | 0 comments

Pennellate ricche di filamenti luminosi, forte contrasto tra chiari e scuri, scelta di tagli prospettici audaci ed estremi: tutto questo ha rappresentato agli inizi del Novecento, per gli aderenti al Manifesto del Futurismo, un modello unico e straordinario da seguire. L’artefice risponde al nome di Giacomo Balla, figura di fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche.

Dal 29 ottobre prossimo fino al 27 febbraio 2017 la Fondazione Ferrero di Alba rende omaggio  al geniale e poliedrico artista (pittore, scultore, scenografo) con una mostra di risonanza internazionale  dal titolo FUTUR BALLA, curata da Ester Coen, ordinario di Storia dell’arte contemporanea all’Università dell’Aquila, con la collaborazione scientifica della GAM di Torino e della Soprintendenza delle Belle Arti del Piemonte.

Il progetto prevede un’esposizione articolata che ripercorre la lunga carriera di Balla attraverso capolavori straordinari, molti dei quali difficilmente concessi in prestito, dove si può vedere la trasposizione dei principi compositivi delle prime opere nella materia dinamica e astratta delle Compenetrazioni iridescenti, a larghi tasselli cromatici, e nella ricomposizione della nuova realtà in movimento delle Linee di velocità.  Con un progressivo avvicinamento ai segni matematici puri (verticale, diagonale, spirale) il linguaggio dell’artista scopre nuove categorie della rappresentazione nei suoi parametri primari e nell’amplificazione del fenomeno fisico.

G. Balla, Compenetrazione iridescente n. 4, 1913

G. Balla, Compenetrazione iridescente n. 4, 1913

G. Balla, Linea di velocità, 1913

G. Balla, Linea di velocità, 1913

Per attingere a questa visione capace di raggiungere le massime profondità, ma di sfondare anche “i limiti” della cornice, Balla compie tutta una serie di sperimentazioni sugli effetti della luce sia naturale che artificiale. La sua stessa concezione di dinamismo si basa sulla ripetizione ritmica del movimento luminoso in rapporto allo spazio e in rapporto all’immagine sulla retina e alla conseguente percezione simultanea.

Abbiamo già dato conto sul nostro blog (articolo postato il 4 agosto 2014) circa l’utilizzo della luce in quella che è considerata la prima opera futurista di Balla e cioè Lampada ad Arco del 1910 che rappresenta una decisa risposta all’invito di Marinetti a “uccidere il chiaro di luna”. L’avvento dell’elettricità, simbolo del progresso e del Futurismo, fa impallidire e quasi scomparire la luce naturale della luna, simbolo del passato romantico.

Balla, Lampada ad arco, MoMA, New York, 1909

Balla, Lampada ad arco, MoMA, New York, 1909

Nell’opera sono dunque anticipate le sue ricerche di carattere tecnico-scientifico sulla scomposizione del colore e della stessa luce, attività ben documentata nei dipinti in mostra ad Alba che esprimono sulla tela la forza delle sue idee: “Questi studi sembrano giganteschi fotogrammi captati nello spazio da un immaginario occhio catodico. Scompongono la luce nei suoi colori disposti secondo forme triangolari che corrispondono alla struttura del raggio luminoso”.

http://www.fondazioneferrero.it/i-progetti/

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“Il mito dell’ elettricità”

Posted by on lug 5, 2016 in Arte e Luce | 0 comments

Mai come nel primo Novecento si assiste alla nascita contemporanea di nuovi miti derivanti dallo sviluppo dell’elettricità, le cui applicazioni si susseguono con un ritmo a dir poco impressionate.

Radio, cinematografo, fotografia, automobile: ogni nuova conquista attinge a sorgenti di luce specifiche.  Addio allo stereotipo limitato alla lampadina di casa: i cataloghi dell’epoca mostrano le potenzialità della nuova energia, le sue tecnologie, gli affinamenti e le diversificazioni. Per fare qualche esempio concreto, è da ricordare che già nel 1922 le case produttrici di lampade elettriche hanno in catalogo la bellezza di cinquanta tipi specifici per la proiezione cinematografica i quali arriveranno a una settantina nel 1931. Ancora, la lampada flash si sostituisce in ambito fotografico alla polvere illuminante di magnesio: addio fumo, addio fiamma pericolosa.

 

L’automobile porta invece con sé tutta una serie di accessori elettrici indispensabili al suo ottimale funzionamento in ogni tipo di strada, anche quella più accidentata, e in tutte le condizioni climatiche. Inoltre si muove anche di notte e deve “poter vedere” nel buio e allo stesso tempo essere vista. Così i fari delle auto da oggetti fondamentali diventano spesso vere e proprie opere d’arte. L’auto nella notte è una nuova apparizione e i fari accesi rappresentano il simbolo della pubblicità dell’epoca. Due filamenti a precisione millesimale in un solo corpo fanno della biluce (Bilux è il nome del brevetto Osram) una fonte luminosa capostipite di intere generazioni future, adottata poi anche sulle moto e sulle biciclette.

Per quanto riguarda la radio, dallo studio della lampadina a incandescenza Fleming nel 1904 deposita il brevetto del diodo, un apparecchio a due elettrodi con cui si possono rilevare le onde elettromagnetiche. Due anni dopo è la volta del triodo dell’americano De Forest in grado di amplificare anche segnali di debole intensità. Le grandi aziende iniziano a produrre anche le valvole radio che permetteranno una rivoluzione epocale introducendo alle telecomunicazioni a grande distanza e all’elettronica.

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