Il mondo della ghisa

Ghisa in stile barocco a Potsdam

Posted by on nov 23, 2018 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

“Siamo di nuovo qualcuno!”  Con questa frase Federico II di Prussia inaugurava all’interno del parco Sanssouci di Potsdam  il Neues Palais (Palazzo Nuovo), prestigioso edificio costruito al termine della “guerra dei sette anni” (1756-1763)[1] per dimostrare a tutti, soprattutto ai nemici, il potere raggiunto dalla Prussia e la sua supremazia anche in campo architettonico.

Il palazzo, in stile barocco-rococò, si compone di tre ali con un fronte principale lungo 220 metri coronato da una possente cupola al centro. In origine era adibito a ricevere gli ospiti di riguardo del sovrano con duecento camere loro riservate, quattro sale per le feste e un bellissimo teatro che nei decenni successivi, precisamente nel 1843, avrebbe ospitato la prima assoluta dell’opera shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate con le musiche scritte appositamente dal compositore tedesco Mendelssohn.

Dalla metà dell’Ottocento il palazzo fu oggetto di trasformazioni avviate dal successore Federico III  e proseguite con l’imperatore Guglielmo II che vi introdusse addirittura il riscaldamento a vapore, i servizi igienici e, soprattutto, a partire dai primi del ‘900, l’elettricità con la quale  illuminare tutti gli ambienti dell’edificio, comprese le numerose lampade fissate ai muri esterni. Per l’occasione vennero “riadattati” anche gli straordinari candelabri artistici, funzionati fino a quel momento a gas, collocati sulla balaustra della monumentale terrazza-belvedere aperta sul parco.

Proprio per quanto riguarda questi manufatti si tratta di una singolare ed elegante tipologia che riprende nella forme la statuaria davvero scenografica – oltre 400 sculture! – posta a impreziosire la facciata principale. Ciascun candelabro si compone di una o più statue raffiguranti personaggi mitologici, divinità, eroi, condottieri, amorini, realizzate in pietra arenaria, lo stesso materiale utilizzato anche per la plastica colonna, a cui sono avvinghiate le statue, che ha la funzione di sostenere alla sommità una cima in ghisa ricca di decori floreali e vegetali. Da questa sorta di “chioma metallica” emerge un gruppo di 3, o nei casi più monumentali, di 5 luci. Alcuni candelabri oltre alla cima presentano in fusione anche la colonna.

Questa attenzione per il dettaglio, anche su oggetti funzionali e di servizio come appunto i lampioni, sono l’ulteriore riprova di come questo luogo sia stato giustamente inserito nell’elenco del Patrimonio UNESCO.  Il paesaggio culturale di Potsdam e della vicina Berlino (le due località distano tra loro appena 30 km) rappresenta un insieme di incomparabile bellezza e armonia. A rivelarlo è lo stesso nome che conserva ancora oggi: “Arcadia Prussiana”.

[1] Definita la prima vera guerra mondiale da Winston Churchill, poiché combattuta non solo in Europa ma anche negli altri continenti dove i principali stati europei avevano i loro possedimenti coloniali, essa vide il successo della Gran Bretagna, che si assicurò i maggiori guadagni territoriali e politici, e dell’alleata Prussia che con la ricca provincia della Slesia si affermò anch’essa come grande potenza europea.

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Firenze, la “nuova” balaustra di Piazzale Michelangelo

Posted by on ott 17, 2018 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Il museo della ghisa | 0 comments

La balaustra metallica di Piazzale Michelangelo a Firenze tornata al suo antico splendore dopo il restauro compiuto da Neri Spa

La balaustra metallica di Piazzale Michelangelo a Firenze tornata al suo antico splendore dopo il restauro compiuto da Neri Spa

In occasione dei lavori di ampliamento e abbellimento di Firenze divenuta capitale d’Italia, tra gli anni 1865 e 1877 l’architetto Giuseppe Poggi proponeva per l’arredo di Piazzale Michelangelo – straordinario belvedere sulla città posizionato al culmine dell’alberato Viale dei Colli – l’impiego del ferro, oltre che per i lampioni pubblici, anche per la monumentale balaustra che lo circondava su ogni lato con una lunghezza complessiva di oltre 400 metri. La presenza del ferro nella realizzazione di quest’opera doveva “mimetizzarsi” tramite la sovrapposizione di uno strato di vernice che lo rendesse somigliante alle decorazioni in pietra della Loggia adiacente. Per la sua esecuzione si incaricavano le Regie Fonderie di Follonica[1] come testimonia la sigla R.F.F posta sulla base di alcune delle colonne che compongono la balaustra.

Oggi, a oltre 150 anni di distanza, grazie a una preziosa sponsorizzazione di Starhotels, l’intera struttura in ghisa, composta da ben 700 colonnine, è tornata al suo antico splendore a seguito di un importante restauro conservativo affidato a Neri Spa.

Piazzale Michelangelo, veduta di Firenze, 1957

Piazzale Michelangelo, veduta di Firenze, 1957

Stato della balaustra prima dell'intervento di restauro

Stato della balaustra prima dell’intervento di restauro

L’intervento è consistito nello smontaggio di tutti gli elementi al fine di poter effettuare, presso lo stabilimento di Longiano (FC), un radicale risanamento. Fondamentale si è rivelata l’operazione di sabbiatura che ha permesso di asportare non solo le numerose ossidazioni formatesi in oltre un secolo di vita, ma anche di individuare i punti più degradati sui quali intervenire mediante saldature e integrazioni delle parti mancanti, compresa la creazione del modello da impiegare in fonderia per riprodurre dieci esemplari di colonna andati irrimediabilmente perduti. Tutte le colonne sono state successivamente immerse in un sottofondo di zinco allo scopo di proteggerle dall’ossidazione, comprese le superfici interne ugualmente aggredibili dalla ruggine. La stuccatura delle singole fusioni e l’applicazione finale della vernice, di un colore concordato con la Soprintendenza, hanno preceduto la ricollocazione sul luogo originario dell’intera struttura che cinge come una “perfetta corona” la grande piazza panoramica con veduta su Firenze.

Le colonnine originali non più utilizzabili sono oggi esposte al MIG dove è possibile ammirare una porzione di balaustra identica a quella di Firenze.

 

Porzione di balaustra con colonnine originali, MIG

Porzione di balaustra con colonnine originali, MIG

 

https://www.youtube.com/watch?v=hxTonPtfsXE&feature=youtu.be

Video del restauro della balaustra di Piazzale Michelangelo

 

[1] Lo stabilimento, in assoluto uno dei più importanti in epoca preunitaria, venne inaugurato dal Granduca di Toscana Leopoldo II nel 1831 ed era dotato di un reparto di fonderia artistica coadiuvato da una scuola di disegno e di scultura sotto la guida di tecnici altamente qualificati tra i quali il celebre architetto dei Lorena Carlo Reishammer. Per oltre un ventennio realizzò oggetti di ornamento e di arredo urbano di pregio che comprendono tra l’altro la balaustra di recinzione del Duomo di Firenze, le opere per la cinta daziaria di Livorno, il monumentale cancello dello stabilimento siderurgico e la chiesa di San Leopoldo a Follonica, una dei pochi edifici religiosi al mondo ad essere stato costruito ricorrendo in buona parte all’uso della ghisa.

 

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CALZONI: LA FABBRICA “PROIBITA”

Posted by on apr 17, 2018 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Conosciuta per essersi dedicata, prima in Italia, alla realizzazione di turbine idrauliche in grado di soddisfare la crescente domanda di impianti idroelettrici da parte del Paese (era il lontano 1867), l’Officina Calzoni di Bologna ha esercitato un ruolo importante anche nell’ambito delle fusioni in ghisa per la produzione di oggetti destinati all’arredo urbano, attività già ampiamente documentata sulla rivista Arredo & Città n. 1, 2013. http://www.arredoecitta.it/it/riviste/le-fonderie-del-nord-italia/

Turbina idraulica, Calzoni 1902

Turbina idraulica, Calzoni 1902

Solo di recente sono emerse fotografie e documenti del periodo 1942-1945 i quali attestano che la fabbrica, requisita dai tedeschi e dichiarata off-limits, fu uno dei laboratori in cui si sperimentavano e producevano nuove tecnologie belliche naziste. Proprio al maggio del ’42 risale una relazione dell’allora dirigente Renzo Anau, già “circondato” da funzionari e ingegneri tedeschi, dove si apprende che all’interno della ex fonderia si realizzavano diverse tipologie di macchine utensili e costruzioni speciali tra cui apparecchiature nautiche, materiali in fibro-cemento e pezzi per i carri armati – i famigerati “Panther tank” della Wehrmacht – in aggiunta alla produzione di bombe e proiettili da cannone.

Tutto questo è potuto accadere perché, a seguito dell’unione con le fonderie Parenti, pure di Bologna, la Calzoni era diventata in quegli anni una delle fabbriche più qualificate nella lavorazione dei metalli, particolarmente esperta nelle costruzioni speciali. Dalle testimonianze di alcuni lavoratori è emerso che nello stabilimento venivano assemblate molte parti del sistema di puntamento delle “V1”, i primi missili della storia militare; addirittura era stata ricavata una vasca lunga 20 m e profonda 4 nella quale erano testati i sistemi di sganciamento dei siluri che armavano i temibili U-boat della marina tedesca.

Ecco perché i bombardieri alleati si accanirono con tanta violenza proprio sulla Calzoni costringendo i tedeschi, fuggiti in gran fretta nella primavera del ’45, a lasciare incustodite molte testimonianze di ciò che era stato prodotto per un triennio all’interno della “fabbrica proibita”.

Produzione di armamenti nella Fabbrica Calzoni, 1942-45

Produzione di armamenti nella Fabbrica Calzoni, 1942-45

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BENVENUTI A BORDO

Posted by on apr 26, 2017 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Dettaglio della grande scala interna del Titanic ricostruita in occasione della mostra in corso a Torino

Dettaglio della grande scala interna del Titanic ricostruita in occasione della mostra di Torino

15 aprile 1912 – 15 aprile 2017. Esattamente a centocinque anni dall’affondamento del più celebre transatlantico di tutti i tempi è stata inaugurata a Torino, presso la sede della Società Promotrice delle Belle Arti, la mostra “TITANIC. The artifact exhibition”.

Tra il rombo delle caldaie e una vera parete di ghiaccio, che fa ben comprendere le condizioni di freddo di quel tragico mattino, il visitatore ripercorre tutta la storia del Titanic fin nei minimi dettagli grazie alla presentazione di una significativa parte di quegli oggetti “di bordo” che sono stati restaurati dopo il recupero dal fondo del mare.

La leggendaria nave rivive anche attraverso immagini, racconti, filmati d’epoca e, soprattutto, una ricostruzione accurata dei vari ambienti tra i quali si distinguono la grande scala con l’orologio, le suite di prima classe, le cuccette di seconda e terza, il ponte principale destinato alla passeggiata esterna.

Le panchine in legno e ghisa sul ponte del Titanic, 1912

Le panchine in legno e ghisa sul ponte del Titanic, 1912

Restando in tema di ponti – il Titanic ne aveva addirittura nove – le numerose spedizioni sul fondo dell’oceano, compiute ad oltre 3000 metri di profondità, hanno documentato la presenza di una serie di panchine collocate sugli ampi spazi aperti della nave. Oggetti che erano composti di una struttura in legno, che fungeva da seduta e spalliera, sostenuta da montanti laterali in ghisa impreziositi da decori vegetali che rispetto al legno si sono in gran parte conservati.

A questa tipologia appartiene anche la coppia di panchine, molto simili a quelle del Titanic, esposte al Museo Italiano della Ghisa e provenienti da un altro transatlantico che agli inizi del ‘900 faceva rotta tra Liverpool e Bombay. In entrambi i casi le fonderie produttrici sono britanniche. Per il suo stretto legame con il verde, e in generale con la natura, è proprio la cultura anglosassone che per questi manufatti ha studiato una quantità infinita di forme favorendone il largo impiego non solo nei parchi pubblici o nei giardini privati, ma in tutti quei contesti nei quali si potesse ammirare il panorama restando comodamente seduti.  Tra questi c’era sicuramente la possibilità di osservare l’infinità dell’oceano dal ponte del grandioso Titanic.

Montante in ghisa di una panchina del Titani fotografato sul fondo del mare nel 2010

Montante in ghisa di una panchina del Titanic fotografato sul fondo del mare nel 2010

Una panchina del Titanic sul fondo dell'oceano

Una panchina del Titanic sul fondo dell’oceano

Coppia di panchine esposte al MIG

Coppia di panchine esposte al MIG

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Architettura gotica: pietra e ferro a braccetto!

Posted by on gen 11, 2017 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Un nuovo capitolo si è aperto in merito alle nostre conoscenze sulle tecniche costruttive delle grandi cattedrali gotiche. Un’équipe interdisciplinare di ricercatori francesi ha dimostrato come l’architettura gotica, fiorita a Parigi fin dalla metà del XII secolo, abbia utilizzato il ferro, a rinforzo della pietra, già nella prima fase di costruzione. E’ stato infatti datato in maniera affidabile, mediante misurazione al radiocarbonio (o carbonio 14), il ferro presente all’interno di queste straordinarie architetture.

Il procedimento è consistito nell’estrarre dal metallo alcune “rimanenze” di carbone. Sappiamo che in Europa, durante tutto il periodo del medioevo, il minerale veniva ridotto in metallo nei forni che utilizzavano come combustibile il carbone di legna, rimasto poi per secoli intrappolato nel metallo sotto forma di lamelle di carburi di ferro. Estratto il carbone, è stato possibile risalire alla datazione dell’albero impiegato per ottenerlo e stimare di conseguenza l’età stessa del metallo.

Analisi al microscopio di un ferro archeologico ricco di carburi

Analisi al microscopio di un ferro archeologico ricco di carburi

I risultati emersi dalle indagini condotte sulle cattedrali di Beauvais e Bourges sono sensazionali e hanno confermato come gli elementi metallici siano stati utilizzati in corso di costruzione (Bourges) o addirittura previsti già nella progettazione degli edifici (Beauvais). Proprio in quest’ultimo caso i diversi tiranti in ferro che sostengono i contrafforti portano impressi graffiti risalenti al XVIII secolo che hanno fatto sempre pensare a un’aggiunta postuma  del  metallo. In realtà si è potuto dimostrare come alcune di queste parti risalgano al periodo iniziale della costruzione, verso il 1225-40, suggerendo che per riuscire a costruire il più alto coro gotico del mondo (46 metri), il ferro sia stato pensato come un alleato della pietra fin dalla sua concezione.

Tiranti metallici tra i contrafforti della Cattedrale di Beauvais

Tiranti metallici tra i contrafforti della Cattedrale di Beauvais

Le analisi ribadiscono ulteriormente il ruolo fondamentale esercitato dai cantieri delle cattedrali, veri e propri laboratori dove si sperimentavano nuove e ardite tecniche costruttive. Quando parliamo di gotico siamo soliti pensare a grandi abilità nella lavorazione della pietra e ciò è assolutamente vero, ma da oggi sappiamo che un altro materiale fin dalle origini è corso in aiuto della pietra per rendere possibili quelle altezze vertiginose, quasi “soprannaturali”: il ferro.

Cattedrale di Bourges

Cattedrale di Bourges

 

Cattedrale di Beauvais

Cattedrale di Beauvais

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Calabria, nuova vita per le antiche fonderie borboniche di Mongiana

Posted by on apr 19, 2016 in Il mondo della ghisa | 0 comments

È di poche settimane fa la notizia dell’avvio di un ambizioso progetto volto al recupero delle antiche ferriere e fonderie borboniche di Mongiana. Un milione e 800 mila euro per 135 giorni di lavoro: questi  i dati annunciati dal sindaco del piccolo comune delle Serre Calabre per trasformare l’intero complesso in un attrezzato polo turistico. L’intervento prevede la creazione di un sito archeologico-museale attraverso l’installazione di una moderna struttura da realizzarsi interamente in ferro – e non poteva essere altrimenti considerando il contesto specifico – nonché l’avvio di scavi archeologici finalizzati a riportarne in luce la conformazione originaria. I lavori saranno estesi anche al restauro degli altiforni, al recupero di tutto ciò che ancora sopravvive, come muri e strutture, alla realizzazione di percorsi interattivi e alla creazione di una galleria espositiva a scopo didattico.

Mongiana, resti dell'antica fonderia

Mongiana, resti dell’antica fonderia

Volendo fare un veloce viaggio a ritroso nel tempo non tutti sanno che le origini della siderurgia meridionale risalgono alla metà del Settecento, quando Carlo di Borbone incaricò un gruppo di esperti ufficiali sassoni e ungheresi a recarsi proprio in terra di Calabria per studiare la possibilità di estrarre ferro dalle numerose miniere locali. Tale iniziativa costituirà il passo decisivo per l’apertura, avvenuta nel 1771, della Fonderia di Mongiana (Vibo Valentia), specializzata nella produzione di componenti metallici da impiegare, soprattutto, nella costruzione dei primi ponti sospesi e nella fabbricazione di armi (cannoni e fucili) in dotazione all’esercito borbonico.

Mongiana, cannoni e fucili per l'esercito borbonico

Mongiana, cannoni e fucili per l’esercito borbonico

Mongiana raggiunse grande notorietà poiché proprio nel suo stabilimento, davvero all’avanguardia per l’epoca, vennero assemblati anche “i ferri” per il ponte Real Ferdinando costruito sul fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania. L’imponente opera – sospesa a catenaria di ferro – rappresentava in ordine di tempo la seconda architettura di questo tipo di tutta Europa, preceduto solo dall’ Iron Bridge in Inghilterra.

Si trattava, quindi, di un complesso industriale altamente tecnologico capace di sfruttare il combustibile proveniente dalle immense risorse boschive della zona: per oltre mezzo secolo contribuì, assieme al polo metalmeccanico attivo nella capitale del Regno (Napoli), a trasformare il meridione in un centro produttivo di importanza “nazionale”. Il termine nazionale è volutamente virgolettato in quanto si fa riferimento ad un periodo precedente il 1860: ironia della sorte sarà proprio l’unificazione della Penisola a sancire il lento ma inesorabile tracollo dell’intero sistema.

Fonderia di Mongiana, il ponte in ferro sospeso sul fiume Garigliano

Fonderia di Mongiana, il ponte in ferro sospeso sul fiume Garigliano

Il governo unitario, infatti, finì, col negare il suo appoggio all’industria nata e sviluppata nel mezzogiorno, comportandosi in maniera del tutto opposta a quella del Regno borbonico che nei momenti di difficoltà, quando si allargava il divario con i concorrenti stranieri, si adoperava affinché non si perdesse il contatto con le industrie europee più ricche e potenti. Un sistema nato e vissuto fino a quel momento all’ombra dello stato non poteva di certo reggere la lotta di mercato e dunque fu destinato a soccombere. In questo panorama anche lo stabilimento di Mongiana si avviò al declino, con il conseguente definitivo abbandono del luogo che ha comportato nei decenni a seguire gravissimi problemi di conservazione, causa l’incuria cui è stata sottoposta l’intera area.

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