Il mondo della ghisa

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Posted by on apr 26, 2017 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Dettaglio della grande scala interna del Titanic ricostruita in occasione della mostra in corso a Torino

Dettaglio della grande scala interna del Titanic ricostruita in occasione della mostra di Torino

15 aprile 1912 – 15 aprile 2017. Esattamente a centocinque anni dall’affondamento del più celebre transatlantico di tutti i tempi è stata inaugurata a Torino, presso la sede della Società Promotrice delle Belle Arti, la mostra “TITANIC. The artifact exhibition”.

Tra il rombo delle caldaie e una vera parete di ghiaccio, che fa ben comprendere le condizioni di freddo di quel tragico mattino, il visitatore ripercorre tutta la storia del Titanic fin nei minimi dettagli grazie alla presentazione di una significativa parte di quegli oggetti “di bordo” che sono stati restaurati dopo il recupero dal fondo del mare.

La leggendaria nave rivive anche attraverso immagini, racconti, filmati d’epoca e, soprattutto, una ricostruzione accurata dei vari ambienti tra i quali si distinguono la grande scala con l’orologio, le suite di prima classe, le cuccette di seconda e terza, il ponte principale destinato alla passeggiata esterna.

Le panchine in legno e ghisa sul ponte del Titanic, 1912

Le panchine in legno e ghisa sul ponte del Titanic, 1912

Restando in tema di ponti – il Titanic ne aveva addirittura nove – le numerose spedizioni sul fondo dell’oceano, compiute ad oltre 3000 metri di profondità, hanno documentato la presenza di una serie di panchine collocate sugli ampi spazi aperti della nave. Oggetti che erano composti di una struttura in legno, che fungeva da seduta e spalliera, sostenuta da montanti laterali in ghisa impreziositi da decori vegetali che rispetto al legno si sono in gran parte conservati.

A questa tipologia appartiene anche la coppia di panchine, molto simili a quelle del Titanic, esposte al Museo Italiano della Ghisa e provenienti da un altro transatlantico che agli inizi del ‘900 faceva rotta tra Liverpool e Bombay. In entrambi i casi le fonderie produttrici sono britanniche. Per il suo stretto legame con il verde, e in generale con la natura, è proprio la cultura anglosassone che per questi manufatti ha studiato una quantità infinita di forme favorendone il largo impiego non solo nei parchi pubblici o nei giardini privati, ma in tutti quei contesti nei quali si potesse ammirare il panorama restando comodamente seduti.  Tra questi c’era sicuramente la possibilità di osservare l’infinità dell’oceano dal ponte del grandioso Titanic.

Montante in ghisa di una panchina del Titani fotografato sul fondo del mare nel 2010

Montante in ghisa di una panchina del Titanic fotografato sul fondo del mare nel 2010

Una panchina del Titanic sul fondo dell'oceano

Una panchina del Titanic sul fondo dell’oceano

Coppia di panchine esposte al MIG

Coppia di panchine esposte al MIG

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Architettura gotica: pietra e ferro a braccetto!

Posted by on gen 11, 2017 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Un nuovo capitolo si è aperto in merito alle nostre conoscenze sulle tecniche costruttive delle grandi cattedrali gotiche. Un’équipe interdisciplinare di ricercatori francesi ha dimostrato come l’architettura gotica, fiorita a Parigi fin dalla metà del XII secolo, abbia utilizzato il ferro, a rinforzo della pietra, già nella prima fase di costruzione. E’ stato infatti datato in maniera affidabile, mediante misurazione al radiocarbonio (o carbonio 14), il ferro presente all’interno di queste straordinarie architetture.

Il procedimento è consistito nell’estrarre dal metallo alcune “rimanenze” di carbone. Sappiamo che in Europa, durante tutto il periodo del medioevo, il minerale veniva ridotto in metallo nei forni che utilizzavano come combustibile il carbone di legna, rimasto poi per secoli intrappolato nel metallo sotto forma di lamelle di carburi di ferro. Estratto il carbone, è stato possibile risalire alla datazione dell’albero impiegato per ottenerlo e stimare di conseguenza l’età stessa del metallo.

Analisi al microscopio di un ferro archeologico ricco di carburi

Analisi al microscopio di un ferro archeologico ricco di carburi

I risultati emersi dalle indagini condotte sulle cattedrali di Beauvais e Bourges sono sensazionali e hanno confermato come gli elementi metallici siano stati utilizzati in corso di costruzione (Bourges) o addirittura previsti già nella progettazione degli edifici (Beauvais). Proprio in quest’ultimo caso i diversi tiranti in ferro che sostengono i contrafforti portano impressi graffiti risalenti al XVIII secolo che hanno fatto sempre pensare a un’aggiunta postuma  del  metallo. In realtà si è potuto dimostrare come alcune di queste parti risalgano al periodo iniziale della costruzione, verso il 1225-40, suggerendo che per riuscire a costruire il più alto coro gotico del mondo (46 metri), il ferro sia stato pensato come un alleato della pietra fin dalla sua concezione.

Tiranti metallici tra i contrafforti della Cattedrale di Beauvais

Tiranti metallici tra i contrafforti della Cattedrale di Beauvais

Le analisi ribadiscono ulteriormente il ruolo fondamentale esercitato dai cantieri delle cattedrali, veri e propri laboratori dove si sperimentavano nuove e ardite tecniche costruttive. Quando parliamo di gotico siamo soliti pensare a grandi abilità nella lavorazione della pietra e ciò è assolutamente vero, ma da oggi sappiamo che un altro materiale fin dalle origini è corso in aiuto della pietra per rendere possibili quelle altezze vertiginose, quasi “soprannaturali”: il ferro.

Cattedrale di Bourges

Cattedrale di Bourges

 

Cattedrale di Beauvais

Cattedrale di Beauvais

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Calabria, nuova vita per le antiche fonderie borboniche di Mongiana

Posted by on apr 19, 2016 in Il mondo della ghisa | 0 comments

È di poche settimane fa la notizia dell’avvio di un ambizioso progetto volto al recupero delle antiche ferriere e fonderie borboniche di Mongiana. Un milione e 800 mila euro per 135 giorni di lavoro: questi  i dati annunciati dal sindaco del piccolo comune delle Serre Calabre per trasformare l’intero complesso in un attrezzato polo turistico. L’intervento prevede la creazione di un sito archeologico-museale attraverso l’installazione di una moderna struttura da realizzarsi interamente in ferro – e non poteva essere altrimenti considerando il contesto specifico – nonché l’avvio di scavi archeologici finalizzati a riportarne in luce la conformazione originaria. I lavori saranno estesi anche al restauro degli altiforni, al recupero di tutto ciò che ancora sopravvive, come muri e strutture, alla realizzazione di percorsi interattivi e alla creazione di una galleria espositiva a scopo didattico.

Mongiana, resti dell'antica fonderia

Mongiana, resti dell’antica fonderia

Volendo fare un veloce viaggio a ritroso nel tempo non tutti sanno che le origini della siderurgia meridionale risalgono alla metà del Settecento, quando Carlo di Borbone incaricò un gruppo di esperti ufficiali sassoni e ungheresi a recarsi proprio in terra di Calabria per studiare la possibilità di estrarre ferro dalle numerose miniere locali. Tale iniziativa costituirà il passo decisivo per l’apertura, avvenuta nel 1771, della Fonderia di Mongiana (Vibo Valentia), specializzata nella produzione di componenti metallici da impiegare, soprattutto, nella costruzione dei primi ponti sospesi e nella fabbricazione di armi (cannoni e fucili) in dotazione all’esercito borbonico.

Mongiana, cannoni e fucili per l'esercito borbonico

Mongiana, cannoni e fucili per l’esercito borbonico

Mongiana raggiunse grande notorietà poiché proprio nel suo stabilimento, davvero all’avanguardia per l’epoca, vennero assemblati anche “i ferri” per il ponte Real Ferdinando costruito sul fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania. L’imponente opera – sospesa a catenaria di ferro – rappresentava in ordine di tempo la seconda architettura di questo tipo di tutta Europa, preceduto solo dall’ Iron Bridge in Inghilterra.

Si trattava, quindi, di un complesso industriale altamente tecnologico capace di sfruttare il combustibile proveniente dalle immense risorse boschive della zona: per oltre mezzo secolo contribuì, assieme al polo metalmeccanico attivo nella capitale del Regno (Napoli), a trasformare il meridione in un centro produttivo di importanza “nazionale”. Il termine nazionale è volutamente virgolettato in quanto si fa riferimento ad un periodo precedente il 1860: ironia della sorte sarà proprio l’unificazione della Penisola a sancire il lento ma inesorabile tracollo dell’intero sistema.

Fonderia di Mongiana, il ponte in ferro sospeso sul fiume Garigliano

Fonderia di Mongiana, il ponte in ferro sospeso sul fiume Garigliano

Il governo unitario, infatti, finì, col negare il suo appoggio all’industria nata e sviluppata nel mezzogiorno, comportandosi in maniera del tutto opposta a quella del Regno borbonico che nei momenti di difficoltà, quando si allargava il divario con i concorrenti stranieri, si adoperava affinché non si perdesse il contatto con le industrie europee più ricche e potenti. Un sistema nato e vissuto fino a quel momento all’ombra dello stato non poteva di certo reggere la lotta di mercato e dunque fu destinato a soccombere. In questo panorama anche lo stabilimento di Mongiana si avviò al declino, con il conseguente definitivo abbandono del luogo che ha comportato nei decenni a seguire gravissimi problemi di conservazione, causa l’incuria cui è stata sottoposta l’intera area.

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A Pietrarsa la seconda edizione degli Stati Generali del Turismo

Posted by on apr 7, 2016 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Nelle giornate del 7, 8 e 9 aprile gli Stati Generali del Turismo si daranno appuntamento a Pietrarsa (NA) per discutere delle “visioni e strategie di sostenibilità”. Presenti tutti i principali attori del settore: albergatori, associazioni, istituzioni, università, enti locali, direttori dei principali musei statali, che insieme a Enit (Ente Nazionale per il Turismo) avranno l’occasione di discutere congiuntamente sulla struttura, le dinamiche competitive, le relazioni e le tendenze evolutive della filiera turistica. Come sede dell’incontro è stata scelta ancora una volta la suggestiva cornice del Museo Nazionale Ferroviario, luogo prestigioso che testimonia l’importanza raggiunta da questo luogo in campo industriale (metallurgico) già in età borbonica.

Pietrarsa, Museo Nazionale Ferroviario

Pietrarsa, Museo Nazionale Ferroviario

Per la precisione è a partire dagli anni ’40 dell’Ottocento che, in un’area di 34mila metri quadrati adibita a ospitare fucine, ferriere e fonderie di ferro, si sviluppa un complesso industriale che aveva come obiettivo la costruzione di macchine a vapore e l’addestramento di macchinisti navali al fine di dotare lo stato di collegamenti moderni ed efficienti: “è volere di Sua Maestà che lo Stabilimento di Pietrarsa si occupi della costruzione delle locomotive stesse, degli accessori e dei wagons che percorrere devono la nuova strada ferrata Napoli-Capua” (passaggio contenuto in un decreto reale del 1842).

Nel 1853 il Reale Opificio Meccanico di Pietrarsa era ormai completo in tutti i suoi reparti di lavorazione e rappresentava il massimo sforzo dell’industria metallurgica borbonica. Con 660 operai e 200 soldati artificieri si apprestava a divenire il primo nucleo industriale della Penisola, precedendo di oltre 40 anni la fondazione di Breda e di ben 57 quella della Fiat.

Pietrarsa, Officina delle locomotive

Pietrarsa, Officina delle locomotive

 

Nello stesso periodo, oltre alla grande produzione ferroviaria e militare, per la quale veniva  impiegato il ferro calabrese di Mongiana, a Pietrarsa si realizzavano anche opere di notevole pregio artistico come statue e candelabri di cui due esemplari, di elegante fattura, illuminano tuttora lo scalone principale del Palazzo Reale di Napoli.

Lo stabilimento, rimasto attivo per ben 135 anni, è stato successivamente sottoposto ad un intervento di recupero conservativo ed è oggi sede del Museo Nazionale Ferroviario, straordinaria esposizione permanente in cui trovano collocazione le locomotive e i vagoni che hanno fatto la storia del trasporto italiano su rotaia.

 

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Con il naso all’insù. La nascita dei primi grattacieli

Posted by on gen 14, 2016 in Il mondo della ghisa | 0 comments

L’invenzione rivoluzionaria dell’ascensore, da parte dello statunitense Elisha Otis nel 1857,  ha dato un contributo decisivo alla progettazione di una “nuova” tipologia di edificio, il grattacielo, che – se lo si guarda oggi a parecchi decenni di distanza – desta interesse sia per quanto concerne  l’evoluzione delle tecniche costruttive, sia per la diversità delle forme che ha assunto nel corso del tempo. Ma ciò che ancora oggi colpisce in un grattacielo è la sua possibilità di raggiungere altezze vertiginose, generando una continua gara al primato che dall’inizio del terzo millennio si è spostata dagli Stati Uniti d’America alle nazioni del Medio Oriente.

I primi Buildings con l’armatura in ghisa sorsero alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento a New York, dove ancora oggi sopravvivono nel quartiere di SoHo con il nome di Cast-Irons. La possibilità di impiegare materiali, all’epoca considerati nuovi, come la ghisa, l’acciaio e il vetro offrì ad ingegneri e architetti prospettive prima impensabili.

SoHo, New York, i primi Buildings con armatura in ghisa

SoHo, New York, i primi Buildings con armatura in ghisa

I grattacieli dotati di ossatura in acciaio, più resistente della ghisa, sorsero invece intorno al 1880 a Chicago dopo che un terribile incendio aveva distrutto completamente il centro della città. La ricostruzione che ne seguì fece largo uso di una fitta trama di pilastri e travi metalliche che permisero agli edifici di raggiungere altezze di oltre dieci piani: le facciate, ridotte a pura funzione di chiusura, venivano realizzate quasi interamente in vetro. Le nuove costruzioni multipiano ridisegnarono l’immagine della città che ormai si sviluppava in verticale e non più in senso orizzontale. Questa particolare evenienza storica ha fatto sì che Chicago assumesse il ruolo di città/patria del grattacielo, luogo in cui le prime vere e proprie tecniche costruttive furono messe a punto.

Il più antico grattacielo della storia è l’ Home Insurance Building, realizzato da William Le Baron Jenney nel 1885: alto 10 piani con la struttura portante totalmente in acciaio, anche se ancora inserita nella muratura e quindi invisibile all’esterno. Dieci anni dopo Daniel Burnham progettò il Reliance Building, alto 15 piani con struttura in acciaio, questa volta visibile dall’esterno e chiusa da grandi vetrate. L’architetto più noto della “Scuola di Chicago” Louis Sullivan, fu capace di coniugare arte e tecnica costruttiva, rivolgendo particolare attenzione alle proporzioni e ai particolari decorativi: veri capolavori risultarono il Wainwright Building  costruito a St. Louis, Missouri (1891) e il Guaranty Building  di Buffalo, N.Y. (1895).

Home Insurance Building

Chicago, Home Insurance Building

Reliance Building

Chicago, Reliance Building

Guaranty Building

Buffalo (N.Y.), Guaranty Building

A cavallo tra il XIX e il XX secolo venne invece costruito a New York il Flatiron Building (“ferro da stiro”) che con i suoi 87 metri di altezza diede il via alla corsa mondiale al gigantismo.

Flatiron Building, "ferro da stiro"

New York, Flatiron Building, “ferro da stiro”

La scelta di realizzare edifici molto alti fu dettata da fattori diversi. Tra questi giocarono un ruolo decisivo l’alto costo delle aree fabbricabili nei centri delle nuove città americane che obbligò a far convivere sotto un unico tetto ambienti destinati a funzioni diverse quali uffici, alberghi, negozi, abitazioni. Nel giro di breve tempo tuttavia anche il prestigio divenne una buona motivazione: avere la propria sede di rappresentanza all’interno di uno di quegli edifici “rivoluzionari”, per tecnologia e proporzioni, costituiva un ottimo biglietto da visita per le società e le imprese che svolgevano la loro attività all’epoca.

Flatiron

New York, Flatiron

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La fontana Liénard fa il giro del mondo

Posted by on apr 9, 2015 in Il mondo della ghisa | 0 comments

All’Esposizione Universale di Parigi del 1855 la Fonderia Val D’Osne, tra le più rinomate d’Europa, presenta una fontana monumentale progettata dall’architetto Liénard che viene premiata con la medaglia d’oro. Si tratta di un’opera grandiosa, impreziosita alla base da quattro statue marine, realizzate dallo scultore Mathurin Moreau, che si ispirano alla mitologia greca e rappresentano Nettuno, Anfitrite, Acis, Galatea.

La prima installazione risale alla fine di quello stesso anno, nella città  francese di Angers (Jardin du Mail). Ma è nel tempo che la fortuna dell’opera si rivela straordinaria tanto che modelli uguali, o molto simili, fusi anche da altre fonderie, sono stati documentati in varie città, non solo europee.

Ci concentriamo qui su tre diverse istallazioni di cui possiamo con certezza documentare a oggi l’esistenza: Boston, Liverpool e Quebec City (Canada).

 

La fontana di Boston, in fusione di bronzo, è stata donata alla città nel 1868 da Gardner Brewer, un ricco commerciante da cui prende appunto il nome. Precedentemente l’opera era stata collocata presso la sua residenza che sorgeva lungo Beacon Street, ma al momento della donazione si decise   di installarla all’interno del più antico ed esteso parco pubblico cittadino, Boston Common, dove ancora possiamo vederla.

 

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Identica tipologia anche per la fontana inglese di Liverpool offerta alla città questa volta da un ex-sindaco, il colonnello Steble (di cui pure rimane traccia nel nome) allo scopo di colmare un’area rimasta vuota accanto alla Colonna di Wellington. Nel 1879, all’epoca dell’inaugurazione, si racconta che la pressione dell’acqua che usciva dalla fontana fosse così bassa da rovinare in parte la festa. L’acqua veniva fornita infatti tramite una pompa a vapore la cui potenza non era sufficiente e il cui rumore assordante risultava alquanto fastidioso. Successivamente il problema fu risolto con l’introduzione di una nuova pompa ad energia elettrica.

 

 

Liverpool, Steble Fountain

Liverpool, Steble Fountain in una foto d’epoca

Liverpool, Steble Fountain

Liverpool, Steble Fountain

 

Curiosa la vicenda della Tourny Fountain di Quebec City che è stata inaugurata il 3 luglio 2007 per festeggiare i 400 anni di vita della città canadese. Dal 1857 al 1960 due esemplari avevano abbellito le estremità delle navate (una spianata) Tourny, a Bordeaux, volute dal sindaco per celebrare l’arrivo dell’acqua in città; erano poi state rimosse causa gli eccessivi costi di manutenzione. Peter Simons, il quale stava accarezzando l’idea di fare un regalo importante alla città di Quebec per il sostegno che aveva dato alla sua attività commerciale nel campo della moda,  la rinvenne presso un antiquario parigino che l’aveva acquistata dal Comune di Bordeaux agli inizi del 2000. Simons si accollò sia le spese del trasporto che del restauro mentre la città di Québec pensò all’istallazione e all’illuminazione Di fronte al Parlamento, con i suoi 43 getti d’acqua, le aggraziate figure, attira inevitabilmente lo sguardo. Alta quasi 7 metri per quattro di diametro, diventa incantata quando si accende: è così che la vedono i cittadini di Québec; da tutti è molto amata e considerata con orgoglio.

Bordeaux, Tourny Fountain

Bordeaux, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

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