Il mondo della ghisa

La fontana Liénard fa il giro del mondo

Posted by on apr 9, 2015 in Il mondo della ghisa | 0 comments

All’Esposizione Universale di Parigi del 1855 la Fonderia Val D’Osne, tra le più rinomate d’Europa, presenta una fontana monumentale progettata dall’architetto Liénard che viene premiata con la medaglia d’oro. Si tratta di un’opera grandiosa, impreziosita alla base da quattro statue marine, realizzate dallo scultore Mathurin Moreau, che si ispirano alla mitologia greca e rappresentano Nettuno, Anfitrite, Acis, Galatea.

La prima installazione risale alla fine di quello stesso anno, nella città  francese di Angers (Jardin du Mail). Ma è nel tempo che la fortuna dell’opera si rivela straordinaria tanto che modelli uguali, o molto simili, fusi anche da altre fonderie, sono stati documentati in varie città, non solo europee.

Ci concentriamo qui su tre diverse istallazioni di cui possiamo con certezza documentare a oggi l’esistenza: Boston, Liverpool e Quebec City (Canada).

 

La fontana di Boston, in fusione di bronzo, è stata donata alla città nel 1868 da Gardner Brewer, un ricco commerciante da cui prende appunto il nome. Precedentemente l’opera era stata collocata presso la sua residenza che sorgeva lungo Beacon Street, ma al momento della donazione si decise   di installarla all’interno del più antico ed esteso parco pubblico cittadino, Boston Common, dove ancora possiamo vederla.

 

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Boston, Brewer Fountain

Identica tipologia anche per la fontana inglese di Liverpool offerta alla città questa volta da un ex-sindaco, il colonnello Steble (di cui pure rimane traccia nel nome) allo scopo di colmare un’area rimasta vuota accanto alla Colonna di Wellington. Nel 1879, all’epoca dell’inaugurazione, si racconta che la pressione dell’acqua che usciva dalla fontana fosse così bassa da rovinare in parte la festa. L’acqua veniva fornita infatti tramite una pompa a vapore la cui potenza non era sufficiente e il cui rumore assordante risultava alquanto fastidioso. Successivamente il problema fu risolto con l’introduzione di una nuova pompa ad energia elettrica.

 

 

Liverpool, Steble Fountain

Liverpool, Steble Fountain in una foto d’epoca

Liverpool, Steble Fountain

Liverpool, Steble Fountain

 

Curiosa la vicenda della Tourny Fountain di Quebec City che è stata inaugurata il 3 luglio 2007 per festeggiare i 400 anni di vita della città canadese. Dal 1857 al 1960 due esemplari avevano abbellito le estremità delle navate (una spianata) Tourny, a Bordeaux, volute dal sindaco per celebrare l’arrivo dell’acqua in città; erano poi state rimosse causa gli eccessivi costi di manutenzione. Peter Simons, il quale stava accarezzando l’idea di fare un regalo importante alla città di Quebec per il sostegno che aveva dato alla sua attività commerciale nel campo della moda,  la rinvenne presso un antiquario parigino che l’aveva acquistata dal Comune di Bordeaux agli inizi del 2000. Simons si accollò sia le spese del trasporto che del restauro mentre la città di Québec pensò all’istallazione e all’illuminazione Di fronte al Parlamento, con i suoi 43 getti d’acqua, le aggraziate figure, attira inevitabilmente lo sguardo. Alta quasi 7 metri per quattro di diametro, diventa incantata quando si accende: è così che la vedono i cittadini di Québec; da tutti è molto amata e considerata con orgoglio.

Bordeaux, Tourny Fountain

Bordeaux, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

Quebec City, Tourny Fountain

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La fucina di Efesto. Buio fuoco e sudore

Posted by on set 17, 2014 in Il mondo della ghisa | 0 comments

A osservare molti degli oggetti esposti al MIG, spesso così perfetti, eleganti, impreziositi di decori, puliti sia nelle superfici che nelle forme armoniose, verrebbe da pensare che siano il risultato di un intervento appena realizzato in una piccola bottega artigianale, in un laboratorio d’arte nel quale si aggirano, in un silenzio quasi contemplativo, raffinati creatori.

La realtà dei fatti è ben diversa: dietro a questi manufatti, e soprattutto oltre alle abili figure di disegnatori, intagliatori, scultori, modellisti si cela la “fucina di Efesto”, “l’ingresso all’inferno” (terminologia in uso nel corso XIX sec.), ovvero la fonderia.

E’ in questo stabilimento siderurgico, erede ottocentesco delle antiche ferriere, che si concentra durante la prima rivoluzione industriale buona parte della manodopera proveniente dalle campagne (gli altri principali bacini di occupazione sono rappresentati dalle miniere e dagli opifici tessili).

All’interno delle fonderie, in cui regnano buio, fuoco, polvere, fatica, lavorano, in condizioni spesso disumane,  uomini, donne e purtroppo anche bambini, spesso impegnati in turni massacranti. La forza fisica dell’uomo, schiavo della nuova macchina industriale, si rivela oggi a noi in tutta la sua drammaticità attraverso testimonianze scritte, dipinti e fotografie d’epoca: resoconti che ci permettono di dare un volto a centinaia di testimoni anonimi, veri esecutori materiali di oggetti, oggi considerati artistici e perciò collocati nei musei.

A. Von Menzel, La fornace col laminatoio, 1875

A. Von Menzel, La fornace col laminatoio, 1875

 

Operai al lavoro nella fonderia Durenne (Sommevoire, Francia), Archivio Fondazione Neri

Operai al lavoro nella fonderia Durenne (Sommevoire, Francia), Archivio Fondazione Neri

 

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Vienna-Istanbul-MIG: ghisa senza confini

Posted by on lug 30, 2014 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Lo sapevate che la chiesa di Santo Stefano dei Bulgari a Istanbul è costruita interamente in ghisa e acciaio? Eretta sulle rive del Corno d’Oro si compone di parti prefabbricate in metallo per un peso complessivo di 500 tonnellate, fuse a Vienna tra il 1893 e il 1896 e trasportate su nave a Istanbul attraverso il Danubio e il Mar Nero. L’edificio rappresenta una delle pochissime tipologie di chiese in metallo ancora esistenti al mondo e che trovano nell’ingegnere francese Gustave Eiffel il loro principale creatore.

 

Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari
Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari
Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari, dettaglio della fiancata
Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari, dettaglio della fiancata
Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari, dettaglio con iscrizione della fonderia produttrice
Istanbul, chiesa di Santo Stefano dei Bulgari, dettaglio con iscrizione della fonderia produttrice

Un’ulteriore notizia nella notizia è la scoperta che la chiesa di Santo Stefano ci riporta incredibilmente a un pezzo della nostra collezione: la ditta austriaca R. PH. Waagner , autrice delle fusioni, ha firmato infatti anche un elegante lampione a gas esposto al MIG impreziosito da un curioso stemma al di sopra della base che rimanda alla città di Arco (TN) da cui proviene.

Il palo di Arco esposto al MIG
Il palo di Arco esposto al MIG

 

 

Lampione di Arco, dettaglio dello stemma di base

Lampione di Arco, dettaglio dello stemma
Lampione di Arco, dettaglio dello stemma

 

 

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Moda femminile: i gioielli in ghisa

Posted by on lug 30, 2014 in Il mondo della ghisa | 0 comments

Nel 1806 le truppe napoleoniche conquistano e occupano militarmente la Prussia. La reazione del popolo oppresso sfocia in un forte sentimento di patriottismo, cresciuto a dismisura in seguito alla prematura scomparsa dell’amata regina Luisa, divenuta simbolo di resistenza e coraggio. Proprio in suo onore le donne prussiane iniziano a indossare particolari “gioielli da lutto” chiamati per l’appunto Luisen: si tratta di cammei in ghisa, con filamenti d’oro applicati sul bordo, montati su croci, spille, anelli, medaglioni, braccialetti che riproducono spesso al loro interno il volto della regina.

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L’artefice di questi capolavori è Leonhard Posch (1750-1831), celebre medaglista berlinese appartenente a un gruppo di artisti talentuosi che in collaborazione con le più importanti fonderie dell’Europa centrale riesce a dare vita, sul finire del ‘700, ad una feconda e prosperosa produzione di ghisa d’arte ancora oggi ricercata dai collezionisti ed esposta nei musei.

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Dopo il Congresso di Vienna del 1815, e fino alla metà del secolo, la produzione di gioielli in ghisa, tipica dell’area prussiana, riesce a conquistare gran parte dell’Europa e gli Stati Uniti d’America, grazie soprattutto alla circolazione di numerosi giornali che iniziano a trattare argomenti riguardanti la moda femminile.

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I battenti o picchiotti: tra storia e leggende

Posted by on mag 25, 2013 in Il mondo della ghisa | 0 comments

picchiotto1Da quando l’uomo ha sentito l’esigenza di proteggere sé ed i propri beni all’interno di una casa, è nato non solo il bisogno di chiudere, ma anche l’esigenza opposta: quella di accorgersi di chi volesse segnalare la sua presenza al di fuori della abitazione e permettergli così di entrare. Ciò ha portato l’invenzione di un apposito strumento perfezionato nel tempo e chiamato battente o picchiotto (ma anche a seconda del luogo di origine battaglio,  mazzapicchio, o bussarello).

Nato come oggetto di uso estremamente pratico, il picchiotto ha assunto poi nei secoli anche una valenza artistica e decorativa. La storia dei battiporta nasce addirittura nel periodo classico (greco-romano) ed arriva fino al ventesimo secolo, quando a seguito della diffusione dell’elettricità nelle città, la loro principale funzione venne meno e tali artistici oggetti vennero presto sostituiti da più prosaici campanelli.

Originariamente il battiporta consisteva in una forma semplice, un martelletto o un anello di ferro. Solo col passare del tempo, esso ha incominciato a divenire un vero e proprio oggetto d’arte, dalla forma ricercata e dalla doppia funzione: avvertire dell’arrivo di un visitatore e decorare ed abbellire le porte.

In particolare dal XV secolo (1400) ne vengono realizzati  moltissimi esemplari sia in ferro battuto finemente scolpito, sia in bronzo. Nell’Ottocento, in epoca neoclassica, si diffusero in Europa molti modelli di battenti in ghisa dalle molteplici forme. In particolare alcuni esemplari sono  ispirati all’antico Egitto, come quelli con le sfingi, altri suggeriti dal mondo animale, come leoni o meduse, ed altri ancora a decoro floreale, con testa di donna o rappresentanti una mano nell’atto stesso di battere alla porta.picchiotto2

Fin dai tempi più antichi, inoltre, ai picchiotti delle porte, oltre alla normale funzionedi segnalare la propria presenza al di fuori dell’abitazione e di ausilio nella chiusura di porte spesso pesantissime, è stata data una funzione magica.  Ad essi viene attribuito il potere prodigioso di allontanare e vanificare le influenze cattive che potessero danneggiare la casa ed i suoi abitanti. Per questo motivo la maggior parte delle raffigurazione dei battenti mostrano facce umane minacciose o animali feroci.

I battenti, così come molti altri elementi decorativi in ghisa, le cancellate, le ringhiere e gli scansaruote, sono un chiarissimo esempio di come l’arredo esterno delle abitazioni e l’arredo urbano fossero elementi inscindibili della stessa realtà: rendere gli spazi abitativi privati o pubblici più belli e funzionali.

[Nelle foto alcuni esemplari di picchiotti del Museo Italiano della Ghisa]

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I “ghisa”: lo strano soprannome dei vigili urbani di Milano

Posted by on mag 10, 2013 in Il mondo della ghisa | 0 comments

curiosita-ghisa1Potrà sembrare davvero strano a chi non è del posto, ma è davvero così: a Milano i vigili urbani vengono tuttora soprannominati  i “ghisa”. Si tratta di un nomignolo nato nella seconda metà dell’ottocento e che nella città lombarda è rimasto un affettuoso appellativo per i tutori dell’ordine cittadino.

Tutto è cominciato nel giugno del 1860 quando l’allora sindaco di Milano, Beretta, indisse un concorso per la creazione del Corpo. Si era concluso il periodo della dominazione austriaca, ma la città aveva grandi problemi di ordine pubblico. Il primo gruppo di vigili che si costituì nella capitale lombarda era composto inizialmente  da 50 sorveglianti a cui fu affidato il compito di vigilare sulle strade e mantenere l’ordine pubblico nella città.

La loro uniforme  prevedeva un cappello di feltro con intarsi di pelle nera a forma di alto cilindro. Questo particolare  copricapo offrì un ottimo spunto per gli abitanti di Milano che lo ribattezzarono immediatamente “canun de stua” che in milanese vuol dire proprio  tubo o “cannone” della stufa. Il nuovo corpo di vigilanti si fece subito apprezzare dai milanesi che grazie a loro si sentirono maggiormente protetti.

Nel 1898, a seguito dei sanguinosi moti di Milano, l’ordine dei vigili urbani fu riformato e cambiò anche la loro divisa. Il cappello a cilindro fu sostituito da un elmo realizzato in sughero, ma ricoperto da un panno nero. Tale nuovo copricapo conferiva ai vigili un aspetto davvero marziale ed imponente: l’obiettivo era proprio quello di rendere la divisa più simile ad un’armatura in modo da incutere timore nei cittadini più facinorosi. E’ proprio il nuovo copricapo di sughero, ritenuto dai milanesi erroneamente di metallo, che fece nascere per i vigili urbani l’appellativo di “ghisa”. Secondo altri invece  questo appellativo deriverebbe dallo stemma metallico che era posizionato sul caschetto.

Qualunque sia stato in realtà l’origine del soprannome, il richiamo alla lega di ferro e carbonio ci fa capire come nell’ ottocento la ghisa fosse ampiamente conosciuta e diffusa. Inoltre erano sicuramente già ben note le sue caratteristiche di robustezza e consistenza che ben si coniugavano con l’aspetto austero dei vigili urbani della Milano di due secoli fa.

[Photo credits: www.museoitalianoghisa.org]

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