Itinerari

Cool gas ad Atene

Posted by on giu 25, 2020 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Officine, gassificatori, ciminere, gasometri, sono gli emblemi indiscutibili della rivoluzione industriale. I gasometri assolvevano alle funzioni di stoccaggio, deposito e regolazione della pressione del “gas di città”, ottenuto dalla combustione del carbone fossile – coke – e destinato  all’uso domestico (ad esempio il riscaldamento) e pubblico, per l’ illuminazione delle strade. Fu lo stesso ingegnere scozzese William Murdoch, pioniere negli studi sulla produzione del gas illuminante, a battezzarli nel 1800 con il nome di syngas: strutture a intelaiatura metallica, a forma di silo, capaci di contenere al loro interno una miscela di gas composto da monossido di carbonio e idrogeno, con l’aggiunta di metano e anidride carbonica. Per oltre un secolo interi quartieri delle moderne città europee vennero destinati ad ospitare i gasometri, fino all’inizio della diffusione su grande scala del metano da un lato e dell’energia elettrica dall’altro. Tali depositi, divenuti obsoleti, furono messi in disuso o demoliti.

Atene, il centro culturale Technopolis, nel distretto di Gazi, by G Da, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53249313

Atene, il centro culturale Technopolis, nel distretto di Gazi, by G Da, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53249313

Il destino è stato più benevolo con il gasometro della città di Atene, ubicato nel distretto di Gazi, il sito della ex-centrale del gas,aperta nel 1857, dalla quale prende appunto il nome. Il recupero dell’intera area, che occupa una superficie di oltre 30 mila mq, ha trasformato l’ex quartiere industriale in un centro multiculturale e nel luogo più “cool” della capitale greca. Raggiungibile a piedi dal Ceramico (importante sito archeologico), la direzione è indicata dalle alte ciminiere che introducono a una grande piazza dove ogni sera, soprattutto durante la stagione estiva, va in scena il rito notturno della movida ateniese tra locali, tavoli all’aperto, cinema e musica. Ma ad attirare qui anche i turisti è soprattutto Technopolis, un museo diffuso che occupa gran parte degli edifici recuperati, gasometro compreso. Dedicato alla storia dell’area, ma aperto anche a mostre temporanee e concerti, dal 2013 ospita il Museo Industriale del Gas, che permette di ripercorrere la storia del gas nella città di Atene e dell’antica fabbrica ad esso dedicata.

L'ex gasometro di Atene, by Dimorsitanos - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37202399

L’ex gasometro di Atene, by Dimorsitanos – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37202399

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Triberg: dall’acqua il primato della luce

Posted by on mar 19, 2020 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Sorge alle pendici di una valle incantata nel cuore della Foresta Nera. Il piccolo borgo di Triberg è attraversato dal fiume Gutach, le cui acque danno vita alle cascate più alte della Germania: 163 metri di altezza suddivise in 7 salti che si infrangono su rocce granitiche emettendo rombi assordanti. La visita prevede diversi percorsi, da quelli semplici ai più articolati per camminatori esperti, ma per tutti l’apertura serale, fino alle 22, offre uno spettacolo suggestivo di acqua e luci.

Le cascate di Triberg,  foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

Le cascate di Triberg,
foto by Juan Pablo Guzmán Fernández on pexels.com

A proposito di luce, il paese vanta un altro primato. Si tratta, infatti, del primo centro tedesco ad aver introdotto l’illuminazione elettrica, grazie proprio allo sfruttamento delle acque del fiume. Dai primi anni del ‘900 la nuova rivoluzionaria fonte luminosa sostituisce progressivamente il gas nell’illuminazione pubblica cittadina. Strade e piazze si accendono di una luce bianca e potente, mai vista prima di allora. Le lampade sono sostenute da mensole a muro e, soprattutto, da alti pali in ferro e ghisa con cima a pastorale. L’innovazione tecnologica corrisponde al periodo di maggior sviluppo di Triberg; lungo la strada principale è un susseguirsi di case con facciate affrescate e attività commerciali caratterizzate da insegne in ferro lavorato.

Triberg, 1912

Triberg, 1912

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Una delle insegne artistiche metalliche nel centro di Triberg

Molti sono i suoi laboratori artigianali che attirano ancora oggi migliaia di turisti per poter ammirare, o acquistare, un prodotto tipico della zona: gli orologi a cucù.  Triberg è collocata sulla Strada degli orologi della Foresta Nera, un itinerario ad anello di ca. 110 km che può essere percorso in auto, moto, o ancora meglio in bicicletta. A partire dal XVII secolo la Foresta Nera si impone in Europa come il più importante luogo di produzione di questi particolari oggetti. All’attività artigianale vera e propria si affiancano oggi infrastrutture turistiche come musei, negozi, locande che sorgono nei tipici villaggi dalle case con i tetti spioventi di pietra.

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

Un grande orologio a cucù sulla facciata di un edificio di Triberg, foto by JuergenG – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7786624

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Trieste, sul molo la storia dell’illuminazione

Posted by on mar 11, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Trieste è tra le poche fortunate città che sono riuscite a salvare gran parte del proprio patrimonio storico di arredo urbano in ghisa. Mirati interventi di restauro, compiuti in anni recenti, hanno riguardato anche i pali destinati all’illuminazione delle banchine portuali, in particolare quelli collocati sul molo Audace, a pochi passi dalla centralissima piazza Unità d’Italia.

Rivoluzionari per l’epoca, considerato il fatto che funzionavano elettricamente (l’illuminazione elettrica appare la prima volta a Trieste nel 1898) essi vennero dapprima montati su di un basamento in pietra per poi subire alcune modifiche a partire grosso modo dagli anni ’20. La più rilevante consistette nell’inserimento di una nuova base in sostituzione del precedente piedistallo, questa volta realizzata, come il resto del manufatto, completamente in ghisa. La cima, invece, non solo restava sempre la stessa, ma diventava l’elemento caratterizzante, capace di contraddistinguere un elevato numero di esemplari triestini presenti in altre importanti zone del centro storico.

Trieste, i lampioni a pastorale recuperati del molo Audace

Trieste, molo Audace, gli originali lampioni a pastorale oggi recuperati

 

La sua caratteristica forma a “pastorale”, termine che deriva dal fatto di assomigliare al bastone ricurvo impiegato dai vescovi nelle principali cerimonie liturgiche, ritorna anche sui pali di piazza Unità d’Italia, così come su quelli delle piazze Goldoni e della Borsa, davanti alla facciata del Teatro Verdi o lungo il Corso. Sullo stelo verticale, chiuso da una pigna alla sommità, si innesta dunque questo braccio a volute, dalle linee armoniche ed eleganti, che funge da sostegno per il corpo luce vero e proprio costituito da un cilindro in rame a cui è avvitata una grande lampada a sfera.

Cartoline e foto d’epoca documentano ampiamente la presenza di questi arredi sul molo e tra queste, quelle più antiche, ci svelano un’altra curiosità: nella seconda metà dell’800 il luogo era illuminato da paletti artistici in ghisa di piccole dimensioni, montati sempre su basamenti lapidei, ma sormontati da una lanterna funzionante a gas. A proposito del gas e della sua iniziale “convivenza” con l’elettricità, si apprende che alla vigilia della Grande Guerra le nuove lampade elettriche erano solo 150, e fuori dal centro continuavano ad ardere le fioche luci dei fanali a gas.

I lampioni del molo su basamento, 1910 ca.

I lampioni del molo su basamento, 1910 ca.

Il molo Audace con i lampioni a pastorale su basamento

Il molo Audace con i lampioni a pastorale su basamento

Nel 1900 il molo è illuminato da pali funzionanti a gas

Nel 1900 il molo è illuminato da pali funzionanti a gas

Un ultimissimo aspetto riguarda il nome del molo Audace. In origine si chiamava San Carlo e nell’800 fungeva da attracco per i piroscafi e le imbarcazioni mercantili.  Il 3 novembre 1918, alla fine della guerra, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu il cacciatorpediniere Audace.  In ricordo di questo avvenimento nel marzo del 1922 venne cambiato nome al molo, chiamandolo appunto Audace. Col trascorrere del tempo e lo spostamento del traffico marittimo in altre zone, il molo si è trasformato in un luogo di passeggio molto amato dai triestini, una passerella di grande fascino protesa sul mare.

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Poseidone a New York

Posted by on feb 11, 2020 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Probabilmente a New York non esiste nessun altro oggetto ornamentale in ghisa che possa competere in bellezza con il decoro della recinzione esterna del Dakota Building. Straordinario prodotto dell’arte fusoria in ghisa del XIX secolo, è stato realizzato dalla Hecla Iron Works, importante stabilimento americano specializzato in complementi per l’architettura. Il gruppo scultoreo, che ritorna più volte a impreziosire la balaustra, consiste di un volto umano barbuto dai tratti realistici particolarmente severi, spalleggiato da “fantastici assistenti”: una coppia di mostruose creature animali intente a stringere tra le fauci il tubolare poggiamano della balaustra stessa.

Per gli abitanti della Grande Mela non c’è alcun dubbio: il volto rappresentato è quello di Poseidone. In effetti per gli antichi greci il dio del mare era noto per il carattere cupo e litigioso, bastava un niente per irritarlo e spingerlo a scatenare disastri lungo le coste. Per punire i mortali oltre alle calamità naturali faceva risalire in superficie dagli abissi i suoi fidati mostri marini capaci di distruggere ogni cosa.

Dakota Building, balaustra in ghisa, Ingfbruno - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29692419

Dakota Building, balaustra in ghisa, Ingfbruno – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29692419

Il repertorio in ghisa che arricchisce gli esterni dell’edificio non finisce però qui: fanno bella mostra di sé anche mensole reggi lampada, candelabri, vasi ornamentali, cancelli, in particolare quello monumentale dell’ingresso principale. Trattandosi del Dakota Building (1884) si può dunque affermare che per questo palazzo, rivoluzionario sotto molti aspetti, si sia fatto largo utilizzo del materiale ritenuto a sua volta il più rivoluzionario e moderno di quegli anni, non solo dal punto di vista tecnico-strutturale, ma anche, e soprattutto, ornamentale.

A rendere ancora oggi famosa questa costruzione è il fatto che si tratta del primo condominio residenziale della storia. Per l’epoca il concetto di condominio rappresenta un’assoluta novità poiché a vivere in singoli appartamenti, spesso malsani e sovraffollati, erano soltanto le classi inferiori; l’alta società era solita risiedere in grandi abitazioni unifamiliari. Il Dakota, invece, a discapito della sua originaria posizione isolata[1] e distante dalla frenesia del centro di Manhattan, era un lussuosissimo condominio dotato di ogni comfort: grandi ambienti, materiali e finiture di pregio, attrezzature moderne per le cucine e i bagni, luce elettrica ovunque. Per questo ebbe un grande successo di pubblico, basti pensare che tutti gli appartamenti furono assegnati prima del suo completamento. Il Dakota divenne ben presto sinonimo di status sociale, il nuovo simbolo per l’alta società di New York, dove acquistare, o quanto meno affittare, un appartamento come residenza di città.

[1] Una leggenda metropolitana  vuole che il suo nome derivi dal fatto che al tempo in cui l’edificio venne costruito, l’Upper West Side di Manhattan era scarsamente abitato e quindi considerato remoto quanto il territorio del Dakota.

Dakota Building, New York, Ajay Suresh from New York, NY, USA - The Dakota, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475406

Dakota Building, New York, Ajay Suresh from New York, NY, USA – The Dakota, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475406

 

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La ghisa a “supporto” dello spirito

Posted by on gen 27, 2020 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Yangon, Pagoda di Shwedagon

Yangon, Pagoda di Shwedagon

Marco Polo, Kipling, Orwell, hanno scritto delle sue bellezze. Oggi che si è aperto al turismo, per fortuna ancora piuttosto circoscritto e rispettoso, continua a stupire per i suoi colori e, soprattutto, per la spiritualità che si respira ovunque, tra le numerose etnie che lo popolano e gli infiniti templi: tutto ruota attorno a Buddha.  Il Myanmar è una terra dorata del Sudest asiatico, in passato conosciuto come Birmania durante il periodo della dominazione inglese protrattasi fino al 1948. Una recente visita a una delle sue perle, la Pagoda di Shwedagon, ubicata presso l’ex capitale Yangon, ci ha permesso di fare una “scoperta” inattesa davvero molto interessante.

Per i buddisti questo monumento è considerato un luogo sacro, da visitare almeno una volta nella vita. Si tratta di un’architettura scintillante, unica nel suo genere, con uno stupa di 98 metri d’altezza posto al centro visibile da ogni angolo della città. La sua superficie è interamente ricoperta da foglie d’oro. Intorno ad esso sorgono luoghi di culto minori e tutte queste strutture creano nell’insieme un complesso spettacolare che riflette la luce del sole, in particolare all’alba e al tramonto, rendendo il contesto quasi surreale.

È proprio in questo luogo che abbiamo potuto osservare come diversi elementi, sia strutturali che decorativi, sono stati realizzati in fusione di ghisa. Di questo materiale sono le colonne che reggono i templi minori e che si dividono in due tipologie differenti: una più semplice e snella, verniciata di verde, e una più monumentale, a pianta circolare, con finitura in foglie d’oro sul fusto e sul capitello. Di ghisa sono pure le eleganti balaustre che delimitano le scalinate di accesso ai luoghi di culto, così come le piccole sculture, umane e animali, a decoro delle tante campane presenti nella spianata della pagoda e i paletti segnaletici posti accanto alle fontane.

Ma come si spiega la presenza di elementi in ghisa, riconducibili alla seconda metà dell’800, in un sito originario del VI-X sec., poi ricostruito interamente nel ‘500? La riposta va probabilmente cercata all’epoca dell’ultimo grande intervento di restauro della pagoda (1871), quando la Birmania si apprestava ad essere annessa all’Impero britannico. In quel periodo dall’Inghilterra, ma anche dalla Scozia, partivano per le colonie i prodotti della rivoluzione industriale: quelli in ghisa rappresentavano, per tecnologia e modernità, l’eccellenza nell’ambito dei complementi per l’architettura.

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NON SOLO STELE

Posted by on gen 21, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Pontremoli, piazza Unità d’Italia. Appaiono ubicate sullo stesso lato della piazza, a pochi metri di distanza, e l’una sembra ricordare all’altra il perché della loro presenza in un paese forestiero. In entrambi i casi si tratta, infatti, di un omaggio alla città natale da parte di coloro che nel secolo scorso sono emigrati  in cerca di fortuna in Inghilterra e in Francia.

Da Londra proviene un esemplare di cabina telefonica la cui tipologia ha rappresentato, e continua a rappresentare tutt’oggi, un’icona del Regno Unito. Quando a partire dagli anni ’90 l’ascesa inesorabile della telefonia mobile ha costretto anche la British Telecom a procedere alla rimozione dalle strade e dalle piazze di Londra di questi famosi  “parallelepipedi scarlatti”, la comunità pontremolese ha pensato bene di acquistarne una e di spedirla in patria.

Anche l’altro oggetto della piazza è  un simbolo del paesaggio urbano ottocentesco, questa volta però di Parigi. Si tratta di una fontana “Wallace”, dal nome del filantropo inglese, Sir Richard Wallace, che donò un centinaio di manufatti come questo a Parigi in un periodo molto buio per la città (sconfitta contro i prussiani e disordini pubblici durante la Comune). In quegli anni  molti acquedotti erano andati distrutti e l’acqua da bere aveva costi esorbitanti. Si può ben immaginare come la popolazione accolse questo prezioso e inaspettato regalo. Il modello della fontana è opera dello scultore Lebourg e le fusioni furono affidate a una delle più importanti fonderie al mondo di ghisa d’arte: la francese Val D’Osne.

Il disegno, invece, è dello stesso Wallace che ha attribuito molta importanza all’aspetto estetico. Le fontane hanno alcuni tratti specifici che le rendono inconfondibili: il caratteristico colore verde che si armonizza con la natura, il piedistallo a croce greca, le quattro eleganti cariatidi superiori che sostengono una cupola sormontata da delfini. L’acqua che fuoriusciva dalla fontana poteva essere bevuta mediante bicchieri di latta fissati con catenelle alla cupola.

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Pontremoli, dettaglio della fontana Wallace

Dalla piazza un breve tragitto a piedi conduce, attraverso il ponte della Cresa, al borgo murato di Pontremoli, centro medievale di grande interesse sorto sulla Via Francigena. All’interno del castello del Piagnaro sono conservate in un’ambientazione suggestiva le famose Statue Stele, sculture antropomorfe in pietra (IV-I millennio a.C.) di guerrieri e donne di rango dalla tipica testa a mezzaluna che sono il simbolo dell’intero territorio della Lunigiana.

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