Itinerari

La notte porta luce nella storica New Orleans

Posted by on apr 24, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

New Orleans, Canal Street

New Orleans, Canal Street

Più grande di Pennsylvania Avenue a Washington, o del Mall a Londra. Canal Street, nel cuore di New Orleans, è la più ampia strada commerciale d’America. Alla fine degli anni ’20 il nuovo progetto illuminotecnico, che rientrava nell’ambito di un rinnovamento urbanistico della nota arteria cittadina, coinvolse amministratori e potenti uomini d’affari, intenzionati a dar vita a un sistema di illuminazione efficiente, ma anche bello e in grado di trasformare il volto notturno di New Orleans.

Si volevano sostituire i pali di fine Ottocento con nuovi esemplari in acciaio che oltre a illuminare la strada dovevano sostenere i cavi elettrici del tram. Canal Street si componeva di tre corsie per ciascun senso di marcia, con un doppio binario al centro per il passaggio dei tram.

La scelta finale cadde su prodotti della Union Metal Manufacturing Co., società di Canton (Ohio) specializzata nella produzione di pali ornamentali che stavano riscuotendo grande successo in diverse città statunitensi. L’installazione di decine di questi esemplari lungo tutta Canal Street ebbe grande risalto sulla stampa dell’epoca.

Quotidiani e riviste dedicarono ampio spazio all’evento, come conferma anche l’articolo pubblicato il 19 aprile 1930 sul giornale The Saturday Evening Post, di cui la Fondazione Neri conserva una copia originale nel suo archivio. Il pezzo, intitolato “Night brings light to historic New Orleans”, la dice lunga sull’importanza di questo progetto che sfruttava l’altezza dei pali per sostenere alla loro sommità tre lampade moderne ed efficienti prodotte dalla General Electric di Boston.

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

The Saturday Evening Post, 19 aprile 1930, Archivio Fondazione Neri

Mentre di notte Canal Street si accendeva di una miriade di luci brillanti, di giorno i pali contribuivano all’arredo di questo luogo, ma anche a testimoniare la storia più antica della città. Sui quattro lati di ogni basamento, infatti, è riportato, entro un cartiglio floreale, lo stemma di New Orleans: tre gigli che ricordano la sua fondazione avvenuta nel 1718 per opera dei coloni francesi.

I pali sono ancora oggi funzionanti.

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Omaggio a Matera

Posted by on apr 8, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Quei Sassi abbandonati sono stati per troppo tempo il simbolo dell’angoscia di un’intera città. Dal 1952 – anno della Legge Speciale che costrinse più di 15.000 persone ad abbandonare un luogo troppo arretrato, degradato e causa di emarginazione sociale – la situazione è letteralmente cambiata.

Oggi la metamorfosi si può dire compiuta: nel 1993 i Sassi di Matera, finalmente recuperati, sono diventati Patrimonio Mondiale dell’Umanità, primo sito UNESCO a essere definito “Paesaggio Culturale”. E quest’anno Matera, insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura, esibisce i risultati di un lungo percorso di riqualificazione e identificazione del territorio che ne valorizza l’antichissima comunità.

I Sassi di Matera nel 1961

I Sassi di Matera nel 1961

Anche la Fondazione Neri vuole rendere omaggio a Matera e lo fa, dal suo angolo di visuale, tramite alcune cartoline d’epoca conservate in Archivio che ritraggono i lampioni della pubblica illuminazione installati in questa città unica al mondo. Illuminazione che nell’arco di tempo compreso tra fine ’800 e metà ‘900 fu alimentata prima dal gas, poi dall’energia elettrica.

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, veduta sul Sasso Caveoso, 1955

Matera, 1939

Matera, 1939

Matera, piazza Vittorio Veneto

Matera, piazza Vittorio Veneto

Sempre in Archivio, una sezione è dedicata a fotografie scattate negli ultimi vent’anni, utili a documentare la sopravvivenza nelle vari regioni di lampioni in ghisa.  Nel centro storico di Matera sono documentate tre tipologie di manufatti in stile neoclassico. La prima, installata in via XX Settembre, consiste di una colonna scanalata di ridotte dimensioni che ospita decori vegetali alla base e un capitello floreale sulla cima con funzione di sostegno per una cetra reggi-lampada.  In piazza Duomo, fa bella mostra di sé una coppia di lampioni ad una sola luce caratterizzati da un’imponente basamento artistico, mentre in via Ridola, di fronte all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale, tre esili e slanciati paletti posti su basamenti in pietra colpiscono per la raffinatezza dei decori, in particolare le plastiche zampe leonine che compongono la base e la sfinge alata, eretta sulle zampe anteriori, che sostiene una lanterna.

Matera, via XX Settembre

Matera, via XX Settembre

Matera, piazza Duomo

Matera, piazza Duomo

Matera, via Ridola

Matera, via Ridola

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Al di là della Foresta

Posted by on mar 25, 2019 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Il pifferaio magico, per vendetta verso la città tedesca di Hamelin che non lo aveva pagato dopo essere riuscito a liberarla da un’invasione di topi, rinchiuse tutti i bambini in una grotta dalla quale non sarebbero mai più tornati. Eppure esiste una versione meno conosciuta di questa celebre fiaba che introduce un lieto fine: i piccoli avrebbero seguito il protagonista all’interno della cavità per poi uscire dall’altra parte, nel lontano paese di Almas in Romania diventando, addirittura, i primi colonizzatori sassoni di quella regione chiamata dagli antichi romani Transilvania, ovvero la terra “al di là della foresta”.

Ogni leggenda che si rispetti porta con sé un fondo di verità. È noto che furono proprio i sassoni tedeschi, con l’apporto dei rumeni, a trasformare dal XII secolo la Transilvania, già splendida per il suo paesaggio, in un prezioso scrigno d’arte e di cultura. Tra le sue perle si segnala il centro di Sibiu, capitale europea della cultura 2007.  La città  – dove i palazzi che si affacciano su Piazza Grande (Patrimonio Unesco) hanno sui tetti delle particolari fessure che sembrano dei grandi occhi – è stata all’avanguardia in ogni epoca: nel 1896 fu una delle prime città europee e la prima in Romania, a utilizzare l’energia elettrica per l’illuminazione notturna di tutto il centro storico. Solo qualche anno più tardi, precisamente nel 1904, inaugurò, prima in Europa, una linea di tram urbani elettrici.

Sibiu, piazza Grande

Sibiu, piazza Grande

Ma le sue eccellenze non si esauriscono qui: a parte la bellezza dell’impianto urbanistico e l’atmosfera bohemienne che si respira negli splendidi caffè, negli edifici barocchi di ispirazione viennese, nei numerosi festival animati da artisti di strada, Sibiu può vantare l’esistenza del primo ponte in ghisa della Romania, che rappresenta un vero e proprio simbolo cittadino. All’inizio il Ponte delle Bugie, questo il suo nome, era in legno, poi, nel 1859, si decise di ricostruirlo utilizzando la rivoluzionaria lega metallica. Seppure più piccolo e meno monumentale, ricorda molto da vicino l’antenato più illustre, l’Iron Bridge nella località inglese di Coalbrookdale. A illuminarlo provvedono ancora oggi quattro eleganti candelabri in fusione collocati, in coppia, su entrambi gli ingressi.

Sibiu, ponte delle Bugie

Sibiu, ponte delle Bugie

A circa tre ore d’auto da Sibiu, lungo un esistente percorso medievale che collega la Transilvania alla Valacchia, sorge su un’altura dei Carpazi il Castello Peles, residenza estiva di re Carlo I di Romania. L’edificio, costruito tra il 1873 e il 1914, sembra appena uscito dalle fiabe e attira turisti da tutto il mondo, affascinati dalla sua bellezza. Oltre alle splendide sale (170 camere) riccamente arredate e affrescate, sono presenti tutta una serie di corpi di fabbrica ausiliari: tra questi una vera e propria centrale elettrica di inizio ‘900 che ha permesso a questa residenza di diventare il primo castello al mondo completamente alimentato da energia elettrica prodotta localmente.

Altro che vampiri e notte buie!

Castello Peles, Romania

Castello Peles, Romania

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Acqua e fuoco sulle rive del Reno romantico

Posted by on mar 4, 2019 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Fin dal medioevo l’uomo ha attraversato la stretta vallata del Reno per raggiungere da Francoforte le città di Magonza e Colonia. Spinto soprattutto da motivazioni di carattere commerciale non ha mai dedicato troppa attenzione all’ambiente naturale che doveva sembrargli molto pericoloso, in quanto aspro e selvaggio. Solo a partire dall’800 i poeti tedeschi iniziarono a celebrare le bellezze dei luoghi provvedendo a diffondere il sentire romantico in gran parte d’Europa e contribuendo così a gettare le basi della futura scoperta turistica del Reno. Dal 2002 questo tratto di fiume è riconosciuto dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. Un susseguirsi di paesaggi mozzafiato – con antichi castelli arroccati ed eleganti borghi adagiati lungo le sponde – danno vita  a un percorso circolare che trova in Magonza e Coblenza i principali riferimenti.

Lo stabilimento Sayner Hütte, 1830, Sayner Hütte © bendorf-geschichte

Lo stabilimento Sayner Hütte, 1830, Sayner Hütte © bendorf-geschichte

Proprio dal centro di Coblenza si può raggiungere in appena 12 km, dopo aver guadagnato la riva opposta del fiume su uno dei tanti ponti che caratterizzano il territorio, la cittadina di  Bendorf.  Non tutti sanno che questo centro vanta il privilegio di aver ospitato uno stabilimento della Sayner Hütte, oltre a quelli di Gleiwitz (1796) e Berlino (1804). Parliamo della più importante fonderia di ghisa di tutta la Prussia, che faceva capo alla corona del potente stato mitteleuropeo.

La sua costruzione risale al 1824 per opera di Carl Ludwig Althans, ingegnere meccanico e geologo che diede vita a una struttura in ferro e ghisa davvero affascinante, le cui forme si ispirano a quelle di una basilica a tre navate. Nonostante le imponenti dimensioni, l’uso combinato di metallo e vetro  crea un effetto di leggerezza che sembra sconfiggere addirittura la forza di gravità. Oggi, a restauro ultimato, l’edificio della fonderia rappresenta un importante monumento di archeologia industriale, riconosciuto a livello internazionale.

Sayner Hutte, la facciata dopo l'intervento di restauro

Sayner Hutte, la facciata dopo l’intervento di restauro

La produzione si distinse per la sua impronta decisamente artistica con la quale si realizzarono scale, lampade, stoviglie, vasi, stufe e, addirittura, gioielli in ghisa – una delle peculiarità che diede fama alla Prussia http://www.arredodesigncitta.it/il-mondo-della-ghisa/

Tutti gli oggetti venivano presentati sulle tavole di prestigiosi cataloghi di vendita. Un’usanza singolare dello stabilimento consisteva nel regalare a Capodanno, non solo alla comunità locale, ma anche a committenti provenienti da fuori, targhe commemorative a rilievo che recavano solitamente impressi i monumenti più importanti della Renania e della Westfalia: tra questi il Duomo di Colonia aveva sempre un posto privilegiato.

La fonderia restò in attività fino al termine del secondo conflitto bellico mondiale, quando la grave crisi economica che investì la Germania costrinse anche questo stabilimento a chiudere definitivamente i battenti. Tutti gli edifici di cui si componeva diventarono di proprietà della città di Bendorf.

A poche centinaia di metri dalla fonderia, all’interno del suggestivo Schloss Sayn, il castello barocco dimora dal 1850 dei principi di Sayn-Wittgenstein, è oggi ospitato il Museo della Ghisa della Renania che raccoglie molti pezzi prodotti dal celebre stabilimento. Si possono ammirare gioielli, arredi da giardino, macchine utensili da cucina, una collezioni di stufe e una splendida scala a chiocciola del 1900. Un’interessante plastico mostra inoltre una dettagliata riproduzione della Sayner Hütte, mentre la ricostruzione di un atelier dei XIX secolo permette di documentare e illustrare le varie tecniche di produzione della fonderia.

Il Museo della Ghisa della Renania ospitato a Bendorf presso il castello di Sayn

Il Museo della Ghisa della Renania ospitato a Bendorf presso il castello di Sayn

Collana in ghisa

Collana in ghisa

Scala a chiocciola, 1830 ca.

Scala a chiocciola, 1830 ca.

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“Olio lampante” Il primato di Gallipoli

Posted by on feb 5, 2019 in Arredo Urbano, Itinerari, Luce | 0 comments

C’è stato un tempo, a partire dal XVII secolo, nel quale l’olio di Gallipoli era considerato il migliore del Mediterraneo. Ottenuto dalla spremitura delle olive, non era usato per l’alimentazione, bensì per illuminare le case, ma, soprattutto, le strade e le piazze cittadine. Da qui il termine “olio lampante” per indicare un prodotto che serviva appunto ad alimentare le lampade.

Il suo prezzo veniva battuto da Napoli a Londra (oggi sarebbe stato quotato in borsa!). Navi e bastimenti provvedevano a trasportarlo dal porto della città salentina verso i principali scali italiani e del Nord Europa; da questi ultimi raggiungeva addirittura gli Stati Uniti e le steppe russe. Era impiegato nelle lanerie della Gran Bretagna e grazie alla sua purezza illuminava le icone venerate nelle chiese ortodosse di Mosca. Anche il Palazzo d’Inverno di Pietroburgo si accendeva con l’olio gallipolino che faceva risaltare gli ampi saloni ricchi di specchi e marmi policromi. Pare che la stessa zarina Caterina avesse più volte inviato emissari a Gallipoli per cercare di scoprirne il segreto.

Il porto di Gallipoli nel XVIII secolo

Il porto di Gallipoli nel XVIII secolo

Segreto che nasceva negli antichi frantoi ipogei disseminati per la città, una trentina di questi localizzati solo nel centro storico.  Il suo successo era infatti favorito dalle particolari condizioni ambientali: le vasche sotterranee e le pietre di decantazione, così come la temperatura sempre fresca, l’umidità e la salsedine marina, hanno permesso la creazione di un prodotto vincente.

La sua gradevolezza era dovuta in primis alla lucentezza e alla purezza, qualità fondamentali se si considera che tutti gli altri olii fornivano poca luce ed erano caratterizzati da un perenne alone opaco; per di più facevano molto fumo e l’odore sgradevole impregnava a lungo gli ambienti. Inoltre le lampade cittadine erano chiuse da vetri che a causa del fumo si annerivano velocemente  e la loro pulizia era molto costosa. Tutto ciò rende facilmente comprensibile l’altissima richiesta di quest’olio da parte delle principali città e capitali d’Europa che potevano finalmente disporre di un prodotto illuminante privo di fumo e molto lucente.

Gallipoli, frantoio ipogeo, @LaStampa.it

Gallipoli, frantoio ipogeo, @LaStampa.it

Lo sapevano bene gli stessi “accenditori”, addetti municipali che provvidero a rifornire le lampade e le lanterne di mezzo mondo di questo prezioso oro liquido. Poi, a partire dalla metà dell’800, una importante innovazione inflisse prima un duro colpo e poi successivamente condannò all’oblio l’olio salentino. Dopo oltre due secoli di predominio incontrastato nasceva e si stava diffondendo ovunque il gas-luce!

All’olio lampante sarà dedicata una mostra all’interno del Castello di Gallipoli dal titolo “Lampante. Gallipoli, città dell’olio” in programma dal 25 aprile al 3 novembre 2019.  Anche il Museo Italiano della Ghisa parteciperà all’evento con un pezzo della sua collezione: un lampione ottocentesco per l’illuminazione pubblica funzionante originariamente ad olio.

Un "accenditore" per le strade di Milano

Un “accenditore” per le strade di Milano

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100 anni di Bauhaus: principali iniziative

Posted by on gen 28, 2019 in Architettura e Design, Itinerari | 0 comments

Le celebrazioni per il centenario del Bauhaus prevedono oltre 500 eventi, accomunati dall’obbiettivo di recuperarne la memoria storica e ripensarne le influenze nel presente e i possibili sviluppi nell’immediato futuro.

Le principali iniziative:

Eröffnungsfestival Festival di apertura (Berlino, Akademie der Künste, 16 – 24 gennaio)

In linea con lo spirito delle feste che si tenevano a Weimar e Dessau, la prima settimana ha segnato l’avvio di un anno di celebrazioni in giro per il mondo. Sul palco berlinese è stato riallestito il “Triadisches Ballett” di Oskar Schlemmer accanto all’installazione “Das Totale Tanztheater” www.bauhausfestival.de

Moderne am Main Il Moderno sul Meno (Francoforte, Museum Angewandte Kunst, Historisches Museum, Deutsches Architekturmuseum, 19 gennaio – 14 aprile)

Tre musei della città rendono omaggio alla “Neue Frankfurt” di Ernst May rinata in quegli anni: il racconto di un ambizioso progetto urbano e di edilizia residenziale

Das Bauhaus kommt aus Weimar Il Bauhaus viene da Weimar (Weimar, Klassik Stiftung, 6 aprile 2019 – 1 aprile 2020)

Orgogliosa mostra che celebra la nascita del nuovo museo del Bauhaus di Weimar firmato dalla tedesca Heike Hanada e destinato ad ospitare la più antica collezione Bauhaus del mondo

Weissenhof City (History, Present and Future of a City(Stoccarda, Staatsgalerie, 7 giugno – 20 ottobre)

Una mostra che propone un insolito tour Bauhaus nella città di Stoccarda con interessanti spunti di riflessione

BauhausWocheBerlin la settimana del Bauhaus (Berlino, 31 agosto – 8 settembre)

Un festival per le strade della capitale: spettacoli, installazioni, mostre. In contemporanea, il Bauhaus-Archiv/Museo di Design inaugura la sua mostra “Original Bauhaus” alla Berlinische Galerie  www.kulturprojekte.berlin/projekt/100-jahre-bauhaus-in-berlin/

Versuchsstätte Bauhaus. Die Sammlung (Dessau, dall’8 settembre 2019)

Grande mostra dedicata alla Scuola di Dessau ubicata dal 1925 al 1932 nella mitica cittadina della Sassonia-Anhalt. Bombardata durante la guerra, l’edificio è tornato definitivamente al suo antico splendore solo dopo essere stato riconosciuto patrimonio mondiale UNESCO (1996) e oggi è uno spazio accessibile al pubblico che ospita festival, residenze, mostre e corsi accademici. Il nuovo museo conserva una straordinaria collezione (40.000 pezzi) di disegni, materiali, studi e oggetti prodotti

Drei Orte an drei Wochenenden / Triennale del Moderno (Weimar 26 – 29 settembre, Dessau 4 – 6 ottobre, Berlino 11 – 13 ottobre)

I tre weekend di architettura saranno dedicati al compleanno delle Scuole e alla designazione di Tel Aviv “quarta capitale del Bauhaus” sotto il protettorato UNESCO, che ha iscritto le quattro città nella lista dei siti patrimonio dell’umanità www.facebook.com/TriennaleDerModerne

Grand Tour der Moderne (tutto l’anno, in tutta la Germania)

Viaggio nelle architetture poco note, o addirittura sconosciute, individuate da artisti di tutte le discipline per una lista di oltre 100 significativi edifici Bauhaus in Germania. Un progetto straordinario suddiviso in 7 singoli tour  www.grandtourdermoderne.de

Infine, è stato creato un autobus, copia esatta dell’edificio di Dessau, bianco e con enormi finestre. In 15 mq di spazio sono ospitate una mostra, un’area riservata ai workshops e una piccola sala lettura piena di libri sulla storia del Bahaus. È previsto un tour di 10 mesi, che è iniziato il 4 gennaio da Dessau, per passare poi a Berlino in coincidenza con il festival del 16-24 gennaio. L’idea è di contattare le realtà che sono sempre state tenute ai margini del discorso sul design, motivo per cui la prima tappa fuori dalla Germania sarà Kinshasa, capitale del Congo, e quella successiva Hong Kong.

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