Itinerari

Il Villaggio Breda e i suoi arredi

Posted by on apr 14, 2021 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

Riceviamo di frequente dall’Italia e dall’estero segnalazioni, curiosità, domande, riguardanti i manufatti impiegati per l’arredo urbano e capita spesso che questi contatti si trasformino in opportunità di scambi reciproci di informazioni tra la Fondazione Neri e i suoi numerosi interlocutori. É il caso, ad esempio, dell’articolo presentato oggi, pubblicato grazie al prezioso materiale (notizie storiche e immagini) gentilmente inviatoci dal signor Adriano Biticchi che da decenni, e con grande passione, si occupa dell’archivio fotografico del Villaggio Breda.

Il Villaggio Breda è un modesto quartiere di case popolari nella periferia sud di Roma. Fu costruito dall’Istituto Fascista per le Case Popolari per gli operai dell’allora nuovo stabilimento Armi Breda ad esso adiacente. La prima pietra di fondazione fu posata il 29 maggio 1939 da Mussolini stesso. Le famiglie degli operai, a quei tempi assai prolifiche di figli, nonostante la guerra, ma forse proprio per le necessità che questa imponeva, vivevano di mutua assistenza e cordialità: i figli dei primi abitanti che ancora vivono qui hanno bellissimi ricordi di quel faticoso ma sereno modo di vivere.

Il quartiere ha la struttura tipica dell’edilizia popolare di quel periodo: piccoli appartamenti distribuiti geometricamente in palazzine non alte e con una grande piazza alberata progettata per favorire gli incontri tra famiglie nei momenti di svago. La strada principale di accesso dalla Via Casilina, larga e con marciapiedi ampi su entrambi i lati, fu subito dotata di illuminazione e in seguito completamente alberata. Immagini degli anni ’40 e 50′ ci restituiscono le forme e i materiali impiegati per la realizzazione di questi lampioni. Si tratta di sobri tubolari in ferro rastremati verso l’alto con una cima a pastorale – decorata da due semplici volute – a sostegno di una lampada elettrica a forma di piattello rovesciato. Illuminavano, numerosi, i principali luoghi urbani tra cui la facciata della Chiesa parrocchiale che occupa il punto più alto del quartiere, a sottolinearne  l’importanza, allora molto più sentita. Lungo la strada  nel 1955 venne installata anche una coppia di “nasoni”, le note e caratteristiche fontanelle in ghisa romane, così chiamate per la forma ricurva e allungata dei loro rubinetti. Le fontane sono opera della fonderia Spadaccino, in attività sicuramente già dalla fine del XIX sec. e autrice anche di numerosi lampioni progettati per la città di Roma. Le fontanelle sono state recentemente restaurate.

 

Una delle fontanelle in ghisa "nasone" del Villaggio Breda

Una delle fontanelle in ghisa “nasone” del Villaggio Breda

Apprendiamo inoltre che il Villaggio Breda è in qualche modo legato anche al mondo del cinema. Proprio in questo quartiere, infatti, nel 1947 Lamberto Maggiorani, uno degli attori non professionisti più conosciuti del Neorealismo italiano, fu scelto dal regista Vittorio De Sica quale attore protagonista del film “Ladri di Biciclette” e ancora lo stesso Alberto Sordi, nel 1960,  ha girato al Villaggio Breda alcune scene del film “Tutti a Casa”.

Nel 2017 abbiamo pubblicato sulle pagine di Arredo & Città gli esiti di una nostra ricerca sull’illuminazione pubblica tra le due guerre, con particolare riferimento alle città italiane di nuova  fondazione in Agro Pontino e nell’arcipelago del Docecanneso (Grecia). Per chi fosse interessato:

https://www.arredoecitta.it/it/riviste/lilluminazione-pubblica-tra-le-due-guerre-1922-43/

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Il gasometro di Old Kent Road

Posted by on feb 24, 2021 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

C’è chi vorrebbe trasformarlo in un giardino verticale di vetro a più piani, aperto al pubblico e con tanto di vasca profonda dove ospitare addirittura gli alligatori. Il destino del gasometro londinese di Old Kent Road, al pari di tante altre strutture simili non più in funzione, pone, come si evince anche da questa notizia trapelata di recente, una grossa sfida al suo riutilizzo. Da decenni il gas per le città non è più prodotto nelle numerose officine locali e la sua fornitura dipende esclusivamente dalla nuova tecnologia dei gasdotti, motivo per cui questi enormi serbatoi di stoccaggio non sono più necessari. Eppure restano luoghi iconici da salvare, e se possibile da rivitalizzare e da pensare come spazi per nuovi usi, in quanto testimoni delle trasformazioni che hanno modificato il paesaggio urbano, soprattutto a cavallo tra la fine dell’800 e la metà del 900.

Il gasometro in questione, costruito nel 1879-81 presso l’ex officina del gas di Old Kent Road dall’ingegnere George Livesey, poteva vantare una serie di primati sia storici, essendo il più grande del mondo, sia strutturali in quanto realizzato secondo un nuovo concetto che per la prima volta “trattava” il telaio, l’ossatura portante, come un guscio metallico a traliccio cilindrico. A questi si aggiunge l’interesse tecnico poiché ogni componente era frutto della moderna tecnologia: gli elementi in ferro e acciaio, ad esempio, appaiono eccezionalmente resistenti anche se molto sottili. Al suo interno il gasometro era del tipo a campana costituito da un contenitore cilindrico chiuso superiormente e aperto sul fondo, dove risultava immerso in una vasca d’acqua (la più profonda di tutte). La presenza di acqua impediva al gas di uscire dal serbatoio che veniva poi prelevato o immesso medianti tubi. Da considerare era inoltre anche l’aspetto architettonico. Il telaio progettato da Livesey rappresentò una sorta di frattura col passato dal momento che prendeva le distanze da qualsiasi tipo di decorativismo applicato, facendo affidamento solo sulla purezza e sobrietà delle forme. Novità presa poi a modello in tutto il paese per numerosi altri gasometri.

Il gasometro di Odl Kent Road in una cartolina storica

Il gasometro di Odl Kent Road in una cartolina storica

Una nota curiosa riguarda lo stesso Livesey. Il ricorso alle sue prestazioni non fu solo motivata dall’innegabile talento ingegneristico, ma anche dall’esperienza che aveva maturato in prima persona proprio nel campo della produzione  e della distribuzione del gas. In quegli anni ricopriva infatti la carica di segretario delle officine del gas della South Metropolitan Gas Company, azienda che aveva come presidente proprio il padre Thomas. All’ingegnere, che fu anche filantropo, si deve la nascita della Camberwell Public Library (in seguito divenuta Livesey Children’s Museum), ubicata proprio di fronte alla fabbrica del gas. Si racconta anche di un suo impegno sociale volto a estendere la distribuzione del gas illuminante e da cucina anche alle famiglie delle classi operaie meno abbienti.

Al tema dei gasometri abbiamo dedicato un altro articolo pubblicato sempre sul nostro blog. Riportiamo qui di seguito il link: http://www.arredodesigncitta.it/?s=Gazi

 

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Elettricità e street art. Il “doppio servizio” delle cabine elettriche

Posted by on feb 10, 2021 in Installazioni artistiche, Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

La tendenza, oggi, è quella di sostituirle con box parallelepipedi in lamiera d’acciaio. Eppure le vecchie cabine elettriche sono ancora diffuse su tutto il territorio nazionale. Di forma per lo più a torretta, realizzate in cemento, sono individuabili ovunque all’interno del panorama urbano e da sempre svolgono la funzione di trasformare l’energia elettrica da media a bassa tensione, perché possa poi essere impiegata in quasi tutti gli impianti elettrici, sia in ambito civile che industriale.

Cabina elettrica ubicata in prossimità del MIG - Museo Italiano della Ghisa

Cabina elettrica ubicata in prossimità del MIG – Museo Italiano della Ghisa

Da alcuni anni E-Distribuzione, la più grande società italiana nel settore della distribuzione e misura dell’energia elettrica, ha pensato di utilizzare le loro anonime superfici come grandi “tele all’aperto” sulle quali liberare l’estro creativo di talentuosi artisti e writer, interpreti, di una corrente sempre più in espansione: la street art. A questi si sono aggiunti artisti alle prime armi e anche studenti delle scuole elementari e medie inferiori invitati a immaginare e a realizzare su carta i disegni che avrebbero poi successivamente desiderato vedere sulle pareti delle cabine.

Il progetto ha interessato 170 cabine e l’intento è quello di espanderlo ancora di più. La rete elettrica diventa in questo modo una rete di opere d’arte con l’obiettivo di vivacizzare e riqualificare quegli angoli, spesso grigi e anonimi delle città, nei quali si registra la maggiore concentrazione di questi particolari manufatti. Le migliori interpretazioni sono state raccolte nel book fotografico Cabine d’Autore che è possibile consultare, e gustare, sul sito di E-Distribuzione. Riportiamo qui di seguito il link:

https://www.e-distribuzione.it/content/dam/e-distribuzione/documenti/news/CABINE_D%27AUTORE_BOOK.pdf

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Luci dall’antichità

Posted by on gen 13, 2021 in Itinerari, Luce | 0 comments

Lo scavo del Grande tumulo funerario di Verghìna (Grecia settentrionale) condotto nel 1977 dal professore Manolis Andronikos dell’Università di Salonicco, ha portato al rinvenimento di tre sensazionali tombe reali macedoni. La scoperta archeologica – in assoluto una delle più importanti del secolo scorso e che è valsa l’inserimento nel 1996 del sito nella lista UNESCO – sta appassionando da alcuni decenni la comunità scientifica internazionale e il grande pubblico per la  probabilità, assai fondata, che proprio una di queste sepolture possa ospitare i resti cremati di Filippo II (382-336 a.C.) il grande sovrano macedone padre di Alessandro Magno.

Tra i ricchissimi oggetti che componevano il suo corredo funebre ne sono stati ritrovati due che avevano la funzione di illuminare, di “fare luce”. Il primo consiste in un lucerniere di bronzo decorato da una meravigliosa testa di Pan e dotato di manici nella parte superiore e zampe leonine in quella inferiore. Ma l’elemento più caratterizzante è la presenza, sui 2/3 della sua superficie, di centinaia di piccoli fori (diametro 0,2 cm) disposti per lo più in gruppi diritti paralleli. La sua forma e la sua collocazione nella tomba, vicino ad altri contenitori per l’acqua impiegati per il lavaggio e la cura del corpo, spingono a ipotizzare che il lucerniere servisse proprio durante il bagno con la funzione di proteggere la fiamma della lucerna dall’acqua, che poteva ricadere su di essa e spegnerla. La lucerna era collocata al suo interno su una base metallica e tramite i numerosi fori doveva diffondere all’esterno suggestivi riverberi.

Lucerniere in bronzo della "Tomba di Filippo" (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Lucerniere in bronzo della “Tomba di Filippo” (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Il secondo oggetto è rappresentato da una torcia in bronzo a forma di cilindro cavo (h. 30 cm – diametro 7 cm) impreziosita al centro da una fascia con motivo a spirale e a piccoli cerchi. All’estremità inferiore è attaccato un elemento tubolare in ferro di forma conica che serviva da alloggio per un bastone di legno. Grazie a questo prolungamento essa poteva essere alzata ad una certa altezza al di sopra del portatore. All’interno della torcia sono state individuate tracce di annerimento prodotte dal fumo della combustione.

La presenza di un tale oggetto all’interno di una tomba è un fatto del tutto unico e eccezionale per cui non è possibile conoscerne l’esatta destinazione anche se le fonti antiche possono venirci in soccorso: sappiamo, infatti, che a Sparta il “portatore di fuoco” e la torcia rappresentavano un simbolo sacro di guerra da porre sempre in prima linea insieme al re. Se pensiamo a quanti elementi in comune avevano le usanze spartane e macedoni potrebbe non essere di difficile interpretazione la presenza di questo oggetto nella tomba di un re macedone come Filippo, che per di più fu anche un grande condottiero.

Torcia in bronzo per il "portatore" del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

Torcia in bronzo per il “portatore” del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

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LA BELLEZZA PER IL BENESSERE – Gli arredi in ghisa nelle città termali otto-novecentesche

Posted by on dic 10, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

 

È il titolo dell’ultima ricerca della Fondazione Neri presentata sul numero 2, 2020 di Arredo & Città. Lo studio non intende ripercorrere la storia delle stazioni termali, in merito alla quale esistono già numerose ed esaurienti pubblicazioni, quanto piuttosto indagare, attraverso alcuni esempi scelti tra quelli più consoni, il tema specifico dell’arredo storico in ghisa e di come la sua progettazione abbia risposto a esigenze sia funzionali che estetiche. Una tipologia di arredo che ha assecondato, tra la fine dell’800 e inizio ‘900, uno sviluppo urbanistico che ha investito queste località rendendole in molti casi uniche e speciali.

Proprio per facilitare l’accesso alle acque, e soprattutto per creare un contesto in cui le persone fossero pienamente a loro agio, è stato fondamentale l’impiego di grandi strutture e di eleganti arredi in ghisa: manufatti artistici e decorativi – alcuni sopravvissuti, altri invece non più esistenti – riprodotti in gran parte nelle cartoline d’epoca conservate nell’Archivio della Fondazione Neri e opportunamente illustrate sulla rivista. Sono immagini che testimoniano come i luoghi di cura fossero in grado di offrire relax e divertimento, favorendo la socialità e cominciando a delineare quello che sarebbe poi diventato il concetto di vacanza.

Dallo studio emerge come tale “bellezza” fosse pensata non solo ad uso esclusivo degli stabilimenti termali, ma spesso estesa, all’interno di un progetto unitario, anche alle altre aree urbane più importanti  in modo da fondersi in un tutt’uno con la città ospitante.

Il numero della rivista può essere consultato e scaricato in formato pdf sul sito: https://www.arredoecitta.it/it/riviste/la-bellezza-per-il-benessere/

 

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ELEGANTE TECNOLOGIA: il ponte di Bagni di Lucca

Posted by on nov 9, 2020 in Itinerari | 0 comments

Il Ponte delle Catene in una cartolina del 1905

Il Ponte delle Catene in una cartolina del 1905

L’impiego del ferro e della ghisa è legato sia alla produzione di manufatti di rara bellezza, per i  raffinati decori che li adornano, sia a strutture portanti molto complesse dal punto di vista ingegneristico. Tra queste ultime si annoverano i ponti, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare sui nostri social, e che continuiamo a trattare.

Nel 1999 era stato inserito dal World Monument Found  tra i 100 monumenti al mondo da salvare. Grazie ai fondi, messi a disposizione anche da questo ente, nel 2006 è stato restaurato e riportato ai suoi antichi splendori. La sua importanza è riconducibile al fatto che il Ponte delle Catene, in località Fornoli, sulla strada per Bagni di Lucca (LU), è uno dei ponti in ferro e pietra più antichi ancora esistenti in Europa.

Avvicinandosi alla struttura si scorge immediatamente il profilo degli archi trionfali sulle due sponde opposte del torrente Lima; attraversare la passerella regala la sensazione di tornare indietro nel tempo, all’epoca della sua edificazione (1844-1860) quando Carlo Ludovico di Borbone ne affidò la progettazione  all’illustre architetto Lorenzo Nottolini. L’esito finale risultò davvero avveniristico per quel periodo: era paragonabile, nel territorio del Granducato di Toscana, solo ai ponti sospesi in ferro voluti da Leopoldo a Firenze  e oggi non più esistenti.

L’opera si basava sull’innovativo sistema della sospensione tramite catene fissate ai due alti basamenti in pietra – per evitare l’utilizzo di piloni poggianti sul letto del fiume la cui stabilità poteva essere compromessa dalla portata delle acque in caso di piena – e su un complesso meccanismo sotterraneo che teneva in tensione le stesse catene in ferro. Soluzioni tecnologiche, queste, che Nottolini aveva perfezionato durante un viaggio in Inghilterra dove esistevano già esempi illustri da studiare, tra questi l’Hammersmith Bridge di Londra e il Menai Bridge di Bangor in Galles. Ma la costruzione del ponte toscano non impedì al tempo stesso di progettare un’opera rispondente al gusto neoclassico allora imperante e riconoscibile, soprattutto, nei due archi alle estremità che riprendono lo stile degli archi di trionfo romani e poi successivamente di quelli di epoca napoleonica.

Foto by Notafly - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41614053

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 Foto by Notafly - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41613796


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