Itinerari

Elettricità e street art. Il “doppio servizio” delle cabine elettriche

Posted by on feb 10, 2021 in Installazioni artistiche, Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

La tendenza, oggi, è quella di sostituirle con box parallelepipedi in lamiera d’acciaio. Eppure le vecchie cabine elettriche sono ancora diffuse su tutto il territorio nazionale. Di forma per lo più a torretta, realizzate in cemento, sono individuabili ovunque all’interno del panorama urbano e da sempre svolgono la funzione di trasformare l’energia elettrica da media a bassa tensione, perché possa poi essere impiegata in quasi tutti gli impianti elettrici, sia in ambito civile che industriale.

Cabina elettrica ubicata in prossimità del MIG - Museo Italiano della Ghisa

Cabina elettrica ubicata in prossimità del MIG – Museo Italiano della Ghisa

Da alcuni anni E-Distribuzione, la più grande società italiana nel settore della distribuzione e misura dell’energia elettrica, ha pensato di utilizzare le loro anonime superfici come grandi “tele all’aperto” sulle quali liberare l’estro creativo di talentuosi artisti e writer, interpreti, di una corrente sempre più in espansione: la street art. A questi si sono aggiunti artisti alle prime armi e anche studenti delle scuole elementari e medie inferiori invitati a immaginare e a realizzare su carta i disegni che avrebbero poi successivamente desiderato vedere sulle pareti delle cabine.

Il progetto ha interessato 170 cabine e l’intento è quello di espanderlo ancora di più. La rete elettrica diventa in questo modo una rete di opere d’arte con l’obiettivo di vivacizzare e riqualificare quegli angoli, spesso grigi e anonimi delle città, nei quali si registra la maggiore concentrazione di questi particolari manufatti. Le migliori interpretazioni sono state raccolte nel book fotografico Cabine d’Autore che è possibile consultare, e gustare, sul sito di E-Distribuzione. Riportiamo qui di seguito il link:

https://www.e-distribuzione.it/content/dam/e-distribuzione/documenti/news/CABINE_D%27AUTORE_BOOK.pdf

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Luci dall’antichità

Posted by on gen 13, 2021 in Itinerari, Luce | 0 comments

Lo scavo del Grande tumulo funerario di Verghìna (Grecia settentrionale) condotto nel 1977 dal professore Manolis Andronikos dell’Università di Salonicco, ha portato al rinvenimento di tre sensazionali tombe reali macedoni. La scoperta archeologica – in assoluto una delle più importanti del secolo scorso e che è valsa l’inserimento nel 1996 del sito nella lista UNESCO – sta appassionando da alcuni decenni la comunità scientifica internazionale e il grande pubblico per la  probabilità, assai fondata, che proprio una di queste sepolture possa ospitare i resti cremati di Filippo II (382-336 a.C.) il grande sovrano macedone padre di Alessandro Magno.

Tra i ricchissimi oggetti che componevano il suo corredo funebre ne sono stati ritrovati due che avevano la funzione di illuminare, di “fare luce”. Il primo consiste in un lucerniere di bronzo decorato da una meravigliosa testa di Pan e dotato di manici nella parte superiore e zampe leonine in quella inferiore. Ma l’elemento più caratterizzante è la presenza, sui 2/3 della sua superficie, di centinaia di piccoli fori (diametro 0,2 cm) disposti per lo più in gruppi diritti paralleli. La sua forma e la sua collocazione nella tomba, vicino ad altri contenitori per l’acqua impiegati per il lavaggio e la cura del corpo, spingono a ipotizzare che il lucerniere servisse proprio durante il bagno con la funzione di proteggere la fiamma della lucerna dall’acqua, che poteva ricadere su di essa e spegnerla. La lucerna era collocata al suo interno su una base metallica e tramite i numerosi fori doveva diffondere all’esterno suggestivi riverberi.

Lucerniere in bronzo della "Tomba di Filippo" (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Lucerniere in bronzo della “Tomba di Filippo” (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Il secondo oggetto è rappresentato da una torcia in bronzo a forma di cilindro cavo (h. 30 cm – diametro 7 cm) impreziosita al centro da una fascia con motivo a spirale e a piccoli cerchi. All’estremità inferiore è attaccato un elemento tubolare in ferro di forma conica che serviva da alloggio per un bastone di legno. Grazie a questo prolungamento essa poteva essere alzata ad una certa altezza al di sopra del portatore. All’interno della torcia sono state individuate tracce di annerimento prodotte dal fumo della combustione.

La presenza di un tale oggetto all’interno di una tomba è un fatto del tutto unico e eccezionale per cui non è possibile conoscerne l’esatta destinazione anche se le fonti antiche possono venirci in soccorso: sappiamo, infatti, che a Sparta il “portatore di fuoco” e la torcia rappresentavano un simbolo sacro di guerra da porre sempre in prima linea insieme al re. Se pensiamo a quanti elementi in comune avevano le usanze spartane e macedoni potrebbe non essere di difficile interpretazione la presenza di questo oggetto nella tomba di un re macedone come Filippo, che per di più fu anche un grande condottiero.

Torcia in bronzo per il "portatore" del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

Torcia in bronzo per il “portatore” del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

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LA BELLEZZA PER IL BENESSERE – Gli arredi in ghisa nelle città termali otto-novecentesche

Posted by on dic 10, 2020 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

 

È il titolo dell’ultima ricerca della Fondazione Neri presentata sul numero 2, 2020 di Arredo & Città. Lo studio non intende ripercorrere la storia delle stazioni termali, in merito alla quale esistono già numerose ed esaurienti pubblicazioni, quanto piuttosto indagare, attraverso alcuni esempi scelti tra quelli più consoni, il tema specifico dell’arredo storico in ghisa e di come la sua progettazione abbia risposto a esigenze sia funzionali che estetiche. Una tipologia di arredo che ha assecondato, tra la fine dell’800 e inizio ‘900, uno sviluppo urbanistico che ha investito queste località rendendole in molti casi uniche e speciali.

Proprio per facilitare l’accesso alle acque, e soprattutto per creare un contesto in cui le persone fossero pienamente a loro agio, è stato fondamentale l’impiego di grandi strutture e di eleganti arredi in ghisa: manufatti artistici e decorativi – alcuni sopravvissuti, altri invece non più esistenti – riprodotti in gran parte nelle cartoline d’epoca conservate nell’Archivio della Fondazione Neri e opportunamente illustrate sulla rivista. Sono immagini che testimoniano come i luoghi di cura fossero in grado di offrire relax e divertimento, favorendo la socialità e cominciando a delineare quello che sarebbe poi diventato il concetto di vacanza.

Dallo studio emerge come tale “bellezza” fosse pensata non solo ad uso esclusivo degli stabilimenti termali, ma spesso estesa, all’interno di un progetto unitario, anche alle altre aree urbane più importanti  in modo da fondersi in un tutt’uno con la città ospitante.

Il numero della rivista può essere consultato e scaricato in formato pdf sul sito: https://www.arredoecitta.it/it/riviste/la-bellezza-per-il-benessere/

 

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ELEGANTE TECNOLOGIA: il ponte di Bagni di Lucca

Posted by on nov 9, 2020 in Itinerari | 0 comments

Il Ponte delle Catene in una cartolina del 1905

Il Ponte delle Catene in una cartolina del 1905

L’impiego del ferro e della ghisa è legato sia alla produzione di manufatti di rara bellezza, per i  raffinati decori che li adornano, sia a strutture portanti molto complesse dal punto di vista ingegneristico. Tra queste ultime si annoverano i ponti, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare sui nostri social, e che continuiamo a trattare.

Nel 1999 era stato inserito dal World Monument Found  tra i 100 monumenti al mondo da salvare. Grazie ai fondi, messi a disposizione anche da questo ente, nel 2006 è stato restaurato e riportato ai suoi antichi splendori. La sua importanza è riconducibile al fatto che il Ponte delle Catene, in località Fornoli, sulla strada per Bagni di Lucca (LU), è uno dei ponti in ferro e pietra più antichi ancora esistenti in Europa.

Avvicinandosi alla struttura si scorge immediatamente il profilo degli archi trionfali sulle due sponde opposte del torrente Lima; attraversare la passerella regala la sensazione di tornare indietro nel tempo, all’epoca della sua edificazione (1844-1860) quando Carlo Ludovico di Borbone ne affidò la progettazione  all’illustre architetto Lorenzo Nottolini. L’esito finale risultò davvero avveniristico per quel periodo: era paragonabile, nel territorio del Granducato di Toscana, solo ai ponti sospesi in ferro voluti da Leopoldo a Firenze  e oggi non più esistenti.

L’opera si basava sull’innovativo sistema della sospensione tramite catene fissate ai due alti basamenti in pietra – per evitare l’utilizzo di piloni poggianti sul letto del fiume la cui stabilità poteva essere compromessa dalla portata delle acque in caso di piena – e su un complesso meccanismo sotterraneo che teneva in tensione le stesse catene in ferro. Soluzioni tecnologiche, queste, che Nottolini aveva perfezionato durante un viaggio in Inghilterra dove esistevano già esempi illustri da studiare, tra questi l’Hammersmith Bridge di Londra e il Menai Bridge di Bangor in Galles. Ma la costruzione del ponte toscano non impedì al tempo stesso di progettare un’opera rispondente al gusto neoclassico allora imperante e riconoscibile, soprattutto, nei due archi alle estremità che riprendono lo stile degli archi di trionfo romani e poi successivamente di quelli di epoca napoleonica.

Foto by Notafly - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41614053

Foto by Notafly – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41614053

 Foto by Notafly - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41613796


Foto by Notafly – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41613796

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Da Firenze a Città del Messico

Posted by on ott 1, 2020 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

Da oltre un secolo (febbraio 1907) Città del Messico dispone di un vero e proprio gioiello architettonico deputato allo smistamento della posta: Palacio de Correos. Si tratta di un’architettura mista, progettata dall’architetto italiano Adamo Boari, che richiama da un lato il gotico veneziano e dall’altro l’art nouveau. Chi visita la metropoli messicana resta affascinato dal suo esterno grandioso e da un interno che, per eleganza, non è da meno. Lo si deve soprattutto al fatto che Boari pensò di avvalersi del contributo di un prestigioso stabilimento, sempre italiano, per “rivestire” di ghisa artistica bronzata i numerosi marmi impiegati per dar vita alle scale, ai banchi e ai tavoli dell’edificio: la Fonderia del Pignone

Il tutto rivela un’altissima maestria. Colpiscono, soprattutto, gli elementi decorati che compongono le ringhiere dello scalone di rappresentanza e le balaustre del primo piano, così come l’ossatura metallica che accoglie l’ascensore. Un ruolo molto importante dal punto di vista estetico è affidato anche all’illuminazione, che si materializza nella presenza di numerose lampade a forma di sfera, sostenute in parte da mensole a muro e da lampadari, in parte dagli stessi montanti delle ringhiere e delle balaustre.

Palacio de Correos, dett. di interno,  by Diego Delso, "Diego Delso, delso.photo, LicenseCC-BY-SA", CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30839466

Palacio de Correos, dett. di interno, by Diego Delso, “Diego Delso, delso.photo, LicenseCC-BY-SA”, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30839466

La Fonderia del Pignone nasce a Firenze negli anni in cui Leopoldo II apre per la prima volta la Toscana all’Europa, favorendo il mutamento in senso industriale dei metodi di lavorazione fino a quel momento ancora artigianali. Con la realizzazione di ponti sospesi e della moderna chiesa di San Leopoldo a Follonica -  il cui pronao è interamente in ghisa – lo stabilimento fiorentino si impone a livello nazionale, e non solo. Lo dimostra la presenza all’estero di manufatti di sua produzione, come quelli sopra descritti, elementi di arredo così eleganti e finemente rifiniti da fare concorrenza a quelli usciti dalle più famose fonderie europee, come quelle francesi

Alla Fonderia del Pignone abbiamo dato ampio spazio sul n.1|2004 della rivista Arredo & Città https://www.arredoecitta.it/it/riviste/le-fonderie-toscane/

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Cuneo-Napoli, a colpi di pedale contro il virus

Posted by on set 17, 2020 in Itinerari | 0 comments

“Nel Paesaggio. Itinerari leggeri alla scoperta del territorio” è il titolo del numero di Arredo & Città, pubblicato di recente dalla Fondazione Neri, che affronta il tema dei territori nella loro complessità, territori che si trasformano in paesaggio nel momento in cui si decide di percorrerli con l’intento di esplorarli. L’operazione risulta più efficace se si adotta un incedere lento, a piedi o in bicicletta (https://www.arredoecitta.it/it/riviste/nel-paesaggio-itinerari-leggeri-attraverso-il-territorio/).

Proprio la bicicletta, mezzo del tutto sostenibile, permette ogni anno all’Associazione sportiva La Storia in bici di organizzare nel mese di settembre lungo l’Italia un viaggio cicloturistico dalle caratteristiche spiccatamente storiche e culturali. Patrocinata dal Ministro per i Beni Culturali e per il Turismo, l’edizione 2020  (6-13 settembre) è partita da Cuneo con arrivo a Napoli, dopo aver toccato le località di Quarto dei Mille, Luni, Carrara, San Gimignano, Siena, Orvieto, Viterbo, Tivoli, Fiuggi, Mignano, Monte Lungo e Roccamorfina.

Nelle intenzioni l’itinerario doveva essere un omaggio a quell’italian style diventato uno straordinario elemento qualificante il nostro paese nel mondo, ma mai come quest’anno la pedalata è stata affrontata anche per lanciare un segnale rivolto a tutti noi: quello di non mollare e di aiutarci a vicenda a sostenere una grande nazione che sta cercando faticosamente di uscire dalla fase più difficile della sua storia recente e di ritrovare se stessa.

Gli ottanta ciclisti che hanno preso parte a questa “avventura” sono stati accolti a Viterbo (tappa di metà percorso) da Umberto Laurenti, vice presidente della Associazione “Svegliamoci Italici” che raggruppa prestigiosi esponenti nazionali della cultura, dell’arte, dell’imprenditoria, del food, della moda e della musica. Dalla città dei Papi, poi, il messaggio è stato portato e diffuso a colpi di pedale fino al Vesuvio.

 

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