Riqualificazione spazi urbani

Bari: un nuovo waterfront per riscoprire il “suo” mare

Posted by on feb 20, 2019 in Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Stretta tra la cesura della ferrovia e il sovradimensionato lungomare realizzato durante il Ventennio, la città di Bari non è più riuscita a ricongiungersi con il suo mare e a ritrovare la sua identità perduta.  IN/ARCH, Istituto Nazionale di Architettura, è un ente a carattere tecnico e culturale che collabora con le pubbliche amministrazioni per sollecitare l’interesse delle collettività nei confronti della produzione architettonica. La sezione pugliese di tale Istituto ha pensato che fosse suo compito proporre e stimolare tra i cittadini di Bari un dialogo sul tema del waterfront.

Non potendo intervenire con una progettazione integrale che coinvolga l’intero fronte mare, è emersa l’idea di individuare dei “focolai” che possano fungere in futuro da stimolo per riqualificazioni più ampie. Grazie al lavoro svolto, l’amministrazione comunale è riuscita ad accedere a finanziamenti statali attraverso i quali il Comune ha bandito un concorso internazionale di progettazione che riguarda una porzione molto importante della città: il luogo in cui il mare si avvicina e lambisce il centro storico.

Bari, Lungomare Imperatore Augusto, progetto vincitore del concorso, © Sylos Labini

Bari, Lungomare Imperatore Augusto, progetto vincitore del concorso, © Sylos Labini

I lavori della commissione, presieduta dall’architetto e urbanista Stefano Boeri, hanno esaminato i progetti di 16 gruppi assegnando il primo premio allo studio di architettura barese Sylos Labini  che, attraverso un intervento rispettoso dei luoghi ricrea, grazie a nuovi assi visivi e di percorrenza, una significativa relazione tra il centro e il mare. Tale progetto, inoltre, recupera il vecchio mercato del pesce con la funzione di museo del mare e riconnette la zona del neonato Polo museale all’area portuale. La lunga e scenografica balaustra in muratura realizzata nel 1927, che funge anche da sostegno per i coevi candelabri metallici a più luci,  con questo nuovo intervento non rappresenta più una sorta di barriera, di limite invalicabile, ma funge invece da collegamento tra la città e il mare che può essere finalmente “vissuto” dai cittadini, liberi di muoversi e passeggiare su passerelle lignee che assumono la funzione di spiagge urbane. Ciò è reso possibile anche di notte grazie alla presenza dei già citati lampioni le cui lanterne sono state recentemente riprodotte dall’azienda Neri con l’obiettivo di migliorarne il rendimento mediante l’introduzione di un’ottica performante.

Dopo anni di assenza totale di progettualità, la città di Bari ha finalmente potuto assistere al completamento di questa fase concorsuale e il relativo affidamento dell’incarico. In considerazione dei risultati è evidente come la stretta collaborazione tra il mondo dell’economia (ANCE e Confindustria), della politica (amministrazione comunale) e della conoscenza (IN/ARCH) abbia generato un esempio di “buona pratica” che, qualora fosse riprodotto, potrebbe garantire un processo di sviluppo virtuoso per tanti altri nostri territori.

Bari, Molo Santa Scolastica, sulla destra la balaustra con i candelabri in ghisa del 1927, © Sylos Labini

Bari, Molo Santa Scolastica, sulla destra la balaustra con i candelabri in ghisa del 1927, © Sylos Labini

Bari, Molo Sant'Antonio - Mercato del pesce, © Sylos Labini

Bari, Molo Sant’Antonio – Mercato del pesce, © Sylos Labini

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Londra – Coal Drops Yard: non solo shopping

Posted by on dic 21, 2018 in Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

image © luke hayes

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Nel contesto dell’ampia riqualificazione dell’area di King’s Cross  a Londra, dove sono stati recuperati anche i vecchi gasholder, ha inaugurato di recente  Coal Drops Yard, un grande progetto di rigenerazione urbana e una nuova destinazione dello shopping che si presenta con tutte le caratteristiche di un accattivante spazio pubblico.

Il progetto è di Heatherwick Studio che ha trasformato, ampliandoli, due edifici industriali in mattone e ghisa costruiti in epoca vittoriana per lo stoccaggio temporaneo del carbone, trasferito su rotaia dal nord dell’Inghilterra e poi distribuito in città. L’idea era di realizzare un luogo che fosse qualcosa di diverso da un centro commerciale, e in effetti  l’area, completamente rinnovata, evoca piuttosto una grande via dello shopping, ricca di percorsi e di ingressi – un modello molto fluido di circolazione.

Coal Drops Yard ospita 9.290 metri quadrati di negozi e ristoranti, disposti all’interno dei due edifici lineari collegati da un tetto sinuoso, creato appositamente per dare l’impressione che le due costruzioni si protendano l’una verso l’altra,  mentre l’ampia zona centrale sottostante funziona da “cuore” di tutta l’area, un punto focale dove le persone tendono a raccogliersi.

image © luke hayes

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La copertura, che si estende per 35 metri di larghezza, si compone di oltre 80 mila pezzi, ricavati dalla stessa cava gallese che fornì il materiale per le strutture vittoriane originali. Una soluzione strutturale complessa che combina conservazione degli elementi storici e forte impatto visivo.  All’interno degli edifici storici sono state inserite ben 52 nuove colonne di acciaio, nascoste dietro mattoni e ferro invecchiati, a loro volta sostenuti da pareti e nuclei di cemento.

L’ambizione del progetto, che puntava al superamento del consueto modello spaziale dello shopping centre, si è concretizzata in un’opera che trae gran parte del proprio fascino proprio da un principio di fedeltà al contesto storico e urbano, sia dal punto di vista morfologico che da quello dei materiali.

image © luke hayes

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image © hufton+crow

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“Un tuffo nel déco”

Posted by on dic 11, 2018 in Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

A Parigi in rue Edouard-Pailleron, nel XIX arrondissement, rivive l’Espace Sportif Pailleron, luogo da poco rigenerato dall’architetto Marc Mimram. Il centro si compone di tre aree ben definite: un ampio spazio coperto per il pattinaggio su ghiaccio, l’unico accessibile permanentemente al pubblico parigino che riprende la vecchia pista degli anni Settanta andata distrutta da un incendio, cui si aggiunge un’area fitness e benessere oltre a una straordinaria piscina che rappresenta l’asse portante dell’intero complesso.

L’opera, nota come Piscina Pailleron, è stata realizzata dall’architetto Lucien Pollet nel 1933 in puro stile Déco ed è inserita dal 1998 nell’inventario dei monumenti storici di Parigi. Procedura, questa, che ha consentito di annullare automaticamente il precedente progetto, che ne prevedeva la demolizione. L’edificio è stato recuperato nel pieno rispetto della tradizione e, soprattutto, dell’architettura originale di Pollet.

Consiste in un rettangolo di 33 metri x 15 coperto in alto da una magnifica struttura di vetro e metallo, con i vecchi spogliatoi, totalmente ripristinati, aperti sul ballatoio che si sviluppa su due piani lungo tutto il perimetro. Anche la facciata esterna, in mattoni a vista con decori geometrici, e caratterizzata da un elegante portale d’ingresso, è stata recuperata, mentre a fianco sono sorte nuove strutture che oggi ospitano altre due piscine, un solarium, due saune, una palestra e aree di sosta dotate di bar-caffetteria.

Grazie a un intelligente intervento di riqualificazione, la struttura ha potuto così recuperare definitivamente, e persino ampliare, il suo ruolo attrattivo e di funzione pubblica per l’intera circoscrizione, mostrandosi in grado di fungere da sevizio ludico-ricreativo anche per tutti coloro che provengono da altri quartieri della capitale.

 

 

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Quei borghi fantasma da salvare

Posted by on ott 24, 2018 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Sono più di 300 i Pueblos de colonización, centri rurali eretti durante la dittatura franchista in tutto il territorio spagnolo. Tra il 1940 e il 1970 migliaia di famiglie furono protagoniste di una migrazione interna dalle città verso questi nuovi “insediamenti di lavoro” allo scopo di risollevarsi dalle ristrettezze e dalle devastazioni del secondo conflitto bellico mondiale. I borghi sorsero su aree espropriate a grandi latifondisti, dando origine a un’intensa attività di conversione dei terreni, per lo più aridi e siccitosi, in luoghi fertili e irrigati. Per erigerli si ricorse spesso ad architetti ancora esordienti, molti dei quali divennero in seguito nomi chiave dell’architettura, e non solo iberica, del XX secolo.

Foto aerea di Villalba de Calatrava, 1955, foto hombredepalo.com

Foto aerea di Villalba de Calatrava, 1955, foto hombredepalo.com

Partendo da una circolare dell’INC (Istituto Nazionale di Colonizzazione), gli architetti dovevano sottostare a una serie di norme comuni con la possibilità di introdurre “una buona dose di libertà creativa”. Tali regole si ispiravano direttamente alle esperienze delle città di nuova fondazione italiane, in particolare quelle dell’Agro Pontino, fatte costruire da Mussolini negli anni Trenta del Novecento (quindi tutte precedenti ai centri spagnoli) o dei kibbutz israeliani. In diversi casi il risultato portò a un’architettura razionalista stilisticamente gradevole pur nella sua sobrietà, ma soprattutto funzionale alle esigenze dei coloni. Un reticolo di stradine a forma di alveare permetteva di raggiungere la piazzetta principale, caratterizzata dalla presenza della chiesa, della scuola e, spesso, anche di una fontana artistica in muratura posta al centro. Le case, dalle facciate bianchissime, occupavano lotti di terreno compresi tra i 250 e i 600 mq ed erano delimitate da recinti in legno o veri e propri muretti: una sorta di masserie dalle dimensioni molto più modeste. Tra i borghi meglio riusciti si segnalano Caňada, La Bazana, Villalba de Calatrava, Vegaviana, quest’ultima progettata dall’architetto Josè Luis Fernández del Amo che ricevette la medaglia d’oro alla Biennale di San Paolo del 1961.

Case di Vegaviana, foto www.yorokobu.esvegaviana

Case di Vegaviana, foto www.yorokobu.esvegaviana

Architettura razionalista, rep. repubblica.it, foto Sofia Moro

Architettura razionalista, rep. repubblica.it, foto Sofia Moro

Oggi il futuro di questi centri, con le loro peculiarità architettoniche e paesaggistiche, è alquanto incerto: a partire dalla metà degli anni Novanta si è assistito infatti ad un lento ma inesorabile spopolamento dovuto in gran parte all’isolamento e alla mancanza di quell’ampia gamma di servizi che sono fondamentali per una società moderna. Come salvare dall’oblio questi nuclei abitativi, che sembrano avere ormai assunto le sembianze di borghi fantasma? E come farli rinascere, considerato che la Spagna ha iniziato solo di recente a interrogarsi sulla possibilità di mettere in atto degli interventi? Una strada percorribile potrebbe essere quella del turismo rurale, in forte espansione in tutta Europa, con la trasformazione di una parte delle abitazioni in alloggi per vacanze.

Entrerrios, piazzetta con fontana in muratura, rep.repubblica.it, foto Sofia Moro

Entrerrios, piazzetta con fontana in muratura, rep.repubblica.it, foto Sofia Moro

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Da ex fabbrica a Museo della Città

Posted by on set 25, 2018 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

Classis Ravenna, il Museo della Città e del Territorio

Classis Ravenna, il Museo della Città e del Territorio

A pochi passi dalla Basilica di Sant’Apollinare, tra i massimi tesori di Ravenna antica, sorgeva un tempo lo Zuccherificio di Classe, un grande stabilimento nel quale, a partire dai primi decenni del secolo scorso, centinaia di operai trovarono impiego nella lavorazione e trasformazione delle barbabietole da zucchero. Il prodotto ottenuto, di altissima qualità, veniva poi trasportato per nave, o tramite ferrovia, non solo nel resto d’Italia, ma anche in diverse parti d’Europa.

Dal 1962 la cessazione delle attività ha innescato l’abbandono e il degrado del luogo, fino agli anni Novanta quando si è profilata all’orizzonte l’idea di un suo recupero con l’obiettivo di trasformare l’ex fabbrica in un polo culturale da destinare all’intera città. Da quei presupposti, a cui sono seguiti due decenni di lavori, nasce oggi Classis Ravenna, il Museo della Città e del Territorio, un’area espositiva di  2.800 mq, costituita da grandi edifici in mattoni a vista e ampie finestre vetrate, che aprirà i battenti a dicembre 2018. 

L’allestimento, curato dall’architetto Andrea Mandara, risulta fortemente innovativo nelle sue soluzioni espositive. Il nuovo Museo, a cui è riservato gran parte dello spazio, consiste in una raccolta di reperti particolarmente significativi provenienti dal vicino Parco Archeologico di Classe che illustra la nascita e l’evoluzione della città di Ravenna, e del suo porto, dall’antichità fino ai giorni nostri. Ma all’interno del complesso trovano collocazione anche un centro di eccellenza internazionale per il restauro e la conservazione dei mosaici, laboratori didattici e centri di ricerca finalizzati alla sperimentazione di start-up innovative: il tutto condito da una forte vocazione per il territorio circostante.

Il nuovo polo culturale di Ravenna dopo il recupero dell'ex Zuccherificio di Classe

Il nuovo polo culturale di Ravenna (sopra).  L’ex Zuccherificio di Classe prima del recupero (sotto)

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Un balcone su Parigi

Posted by on ago 27, 2018 in Itinerari, Riqualificazione spazi urbani | 0 comments

 

Arche de la Defense, photo by James Russell

Arche de la Defense, photo by James Russell

Concepita in origine come eliporto, la grande terrazza dell’Arche de la Défense è di nuovo accessibile al pubblico dopo otto anni di intensi lavori che le hanno permesso di rinascere a nuova vita, e a nuova funzione.

La struttura costituisce la parte sommitale dell’immenso monumento parigino realizzato nel 1989 dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen per celebrare il bicentenario della rivoluzione francese (funzione che, per il primo centenario, fu affidata alla Tour Eiffel). L’edificio è pensato come una versione in chiave moderna dell’Arco di Trionfo dell’Étoile, consacrato però all’umanità e ai suoi ideali piuttosto che alle vittorie militari.

L’imponente opera è un enorme cubo quasi perfetto – 110 m di altezza x 112 di larghezza e 108 di profondità – svuotato al centro e ricoperto di marmo di Carrara, granito grigio e vetro. L’Arco, che sovrasta il quartiere d’affari della Défense (con i suoi impressionati grattacieli è forse il più esteso distretto d’affari in Europa), è dotato di 6 ascensori di cui 4 panoramici in vetro, grazie ai quali il visitatore può salire fino al 35˚ piano e da lì godere di un magnifico panorama sulla città.

“É la più bella vista di Parigi” riportano i dépliant turistici: un’affermazione non priva di fondamento se si considera che lo sguardo spazia a 360 gradi sui tetti della città e sulla sua sterminata periferia. Lassù si è insediato anche lo chef stellato Jean-Christian Dumonet con il suo ristorante Les Jardins de Joséphine, in grado diaccogliere fino a 50 fortunati ospiti. La restante zona all’aperto è oggi utilizzata come spazio dedicato alla fotografia e a mostre temporanee.

Skyline di Parigi con l'Arche  de la Defense al centro

Skyline di Parigi con l’Arche de la Defense al centro

 

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