Luci dall’antichità

Posted on gen 13, 2021

Lo scavo del Grande tumulo funerario di Verghìna (Grecia settentrionale) condotto nel 1977 dal professore Manolis Andronikos dell’Università di Salonicco, ha portato al rinvenimento di tre sensazionali tombe reali macedoni. La scoperta archeologica – in assoluto una delle più importanti del secolo scorso e che è valsa l’inserimento nel 1996 del sito nella lista UNESCO – sta appassionando da alcuni decenni la comunità scientifica internazionale e il grande pubblico per la  probabilità, assai fondata, che proprio una di queste sepolture possa ospitare i resti cremati di Filippo II (382-336 a.C.) il grande sovrano macedone padre di Alessandro Magno.

Tra i ricchissimi oggetti che componevano il suo corredo funebre ne sono stati ritrovati due che avevano la funzione di illuminare, di “fare luce”. Il primo consiste in un lucerniere di bronzo decorato da una meravigliosa testa di Pan e dotato di manici nella parte superiore e zampe leonine in quella inferiore. Ma l’elemento più caratterizzante è la presenza, sui 2/3 della sua superficie, di centinaia di piccoli fori (diametro 0,2 cm) disposti per lo più in gruppi diritti paralleli. La sua forma e la sua collocazione nella tomba, vicino ad altri contenitori per l’acqua impiegati per il lavaggio e la cura del corpo, spingono a ipotizzare che il lucerniere servisse proprio durante il bagno con la funzione di proteggere la fiamma della lucerna dall’acqua, che poteva ricadere su di essa e spegnerla. La lucerna era collocata al suo interno su una base metallica e tramite i numerosi fori doveva diffondere all’esterno suggestivi riverberi.

Lucerniere in bronzo della "Tomba di Filippo" (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Lucerniere in bronzo della “Tomba di Filippo” (metà IV sec. a.C. ca.) Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos) Zanetti, 1997

Il secondo oggetto è rappresentato da una torcia in bronzo a forma di cilindro cavo (h. 30 cm – diametro 7 cm) impreziosita al centro da una fascia con motivo a spirale e a piccoli cerchi. All’estremità inferiore è attaccato un elemento tubolare in ferro di forma conica che serviva da alloggio per un bastone di legno. Grazie a questo prolungamento essa poteva essere alzata ad una certa altezza al di sopra del portatore. All’interno della torcia sono state individuate tracce di annerimento prodotte dal fumo della combustione.

La presenza di un tale oggetto all’interno di una tomba è un fatto del tutto unico e eccezionale per cui non è possibile conoscerne l’esatta destinazione anche se le fonti antiche possono venirci in soccorso: sappiamo, infatti, che a Sparta il “portatore di fuoco” e la torcia rappresentavano un simbolo sacro di guerra da porre sempre in prima linea insieme al re. Se pensiamo a quanti elementi in comune avevano le usanze spartane e macedoni potrebbe non essere di difficile interpretazione la presenza di questo oggetto nella tomba di un re macedone come Filippo, che per di più fu anche un grande condottiero.

Torcia in bronzo per il "portatore" del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

Torcia in bronzo per il “portatore” del fuoco sacro. Foto tratta dal volume Verghina, le tombe reali (a cura di Manolis Andronikos), Zanetti, 1997

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