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Un piccolo grande teatro

Posted by on apr 14, 2022 in Il mondo della ghisa, Itinerari | 0 comments

All’interno del parco di Villa Raggio a Pontenure, in provincia di Piacenza, sorge una costruzione unica, caratterizzata da due ali di serre collegate tra loro da un piccolo edificio, posto al centro, che ha la funzione di teatro. Il Teatro-serra, questo il suo nome, risale al periodo compreso tra fine ‘800 e inizio ‘900; reca la firma dell’architetto genovese Luigi Rovelli che lo realizzò per conto di Armando Raggio, proprietario della residenza, anch’egli originario di Genova.

Giovanna Pesce, coautrice del volume Liberty in Emilia, fa notare come l’edificio rispondesse alle esigenze di una famiglia borghese illuminata “che replicava usanze aristocratiche nell’offrire agli ospiti e a sé stessa la conoscenza insieme al divertimento”[1]. Si trattava, infatti, di un luogo di spettacolo in cui coesistevano lo spazio scenico vero e proprio e l’orto botanico, destinato alla sosta e alle passeggiate nel verde tra piante autoctone ed esotiche.

Pontenure, Teatro di Villa Raggio, esterno dopo il restauro (foto Andrea Scardova, IBC)

Pontenure, Teatro di Villa Raggio, esterno dopo il restauro (foto Andrea Scardova, IBC)

Il progetto consiste in una struttura nella quale l’uso combinato di ferro, ghisa e vetro riprende la tipologia delle grandi serre europee della seconda metà dell’800 (cf. Arredo & Città 1, 2010 https://www.arredoecitta.it/it/riviste/serre-e-giardini-il-verde-ritorna-in-citta/)

Il teatro è costituito da una parte in muratura che ospita il palcoscenico e dalla cavea, dove dieci colonne in ghisa sorreggono la struttura vetrata e la volta a botte in ferro e legno. A cesura delle due zone di copertura in ferro e tegole, una cimasa curvilinea suggerisce con il suo andamento l’epoca di costruzione. Anche le due serre sono in muratura con avancorpi in ferro e vetro.

Teatro Raggio, particolare esterno (foto Andrea Scardova, IBC)

Teatro Raggio, particolare esterno (foto Andrea Scardova, IBC)

Teatro Raggio, particolare della cimasa (foto Andrea Scardova, IBC)

Teatro Raggio, particolare della cimasa (foto Andrea Scardova, IBC)

Dopo decenni di incuria e inagibilità, l’edificio è stato recuperato grazie all’intervento dell’Associazione culturale Crisalidi, cui il Comune di Pontenure, dopo avere acquisito sia la villa che il parco, lo ha affidato. Oggi è sede del Festival 50+1, una rassegna di teatro contemporaneo che prevede la presenza di un singolo attore e cinquanta spettatori, tanti quanti sono i posti a sedere. Nell’orto botanico, dentro la serra, si coltivano piante e fiori preziosi.

Un’ultima curiosità riguarda Eleonora Duse, una delle più grandi attrici teatrali di tutti i tempi: si racconta che proprio qui abbia messo in scena l’opera La signora delle camelie.

 

Teatro Raggio, interno della serra dopo il parziale restauro (Foto Andrea Scardova, IBC)

Teatro Raggio, interno della serra dopo il parziale restauro (Foto Andrea Scardova, IBC)

 

[1] Liberty in Emilia, Artioli S.p.A., Modena, 1988, p. 181

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Luce e buio nella città contemporanea

Posted by on mar 29, 2022 in Arte e Luce, Installazioni artistiche, Luce | 0 comments

Occupandoci di illuminazione, ci siamo spesso trovati a contrapporre la luce al buio. Oggi, anche grazie ai contributi di alcuni lighting designer che hanno scritto per Arredo & Città, possiamo affermare che nel progetto di una città, dove il giorno e la notte non siano più come in passato così radicalmente distinti, questi due elementi debbano piuttosto integrarsi https://www.arredoecitta.it/wp-content/uploads/2021/06/Neri_Fondazione-Neri_AC_Arredo-Citta%CC%80_2021-N.1_Nature-and-Artifice.pdf

Alcune installazioni luminose che hanno una connotazione esclusivamente artistica insistono su questa idea.  È il caso di Lucerna, inserita temporaneamente nel cortile principale del Monastero Purissima Concepció a Tortora, Spagna, in occasione del festival di architettura A Cel Obert 2021. Progettata da Bouzas. del Aguila, uno studio di architettura sperimentale con sede a Madrid consiste in una lampada monumentale che letteralmente trasforma, con la luce e il colore, l’edificio del XVII secolo. Un’altezza di oltre sei metri e una superficie di 55 mq, fanno dell’installazione un intenso contenitore di luce le cui colorazioni travalicano i confini del monastero, fino a raggiungere la strada.

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_02  Foto: ©Antonio Bouzas

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_02
Foto: ©Antonio Bouzas

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_04 Foto: ©Antonio Bouzas

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_04. La scaletta sotto l’installazione
Foto: ©Antonio Bouzas

Il concept del progetto si basa sulla doppia interpretazione della parola lucerna – spiegano gli autori. Oggi il termine lucerna definisce quell’apertura che si trova nella parte superiore di un edificio e che serve a introdurre la luce naturale in un ambiente. In passato era usato anche dai romani per denominare quegli oggetti per lo più in terracotta che nel buio davano luce; in altre parole, le prime lampade della storia.

Il progetto esplora la possibile intersezione tra le due accezioni, offrendo una reinterpretazione in chiave contemporanea delle lampade classiche che illuminavano gli spazi sacri più iconici della storia, dalla Cattedrale di Reims alla Moschea di Santa Sofia.

In collaborazione con la lighting designer Ana Barbier, gli architetti hanno realizzato la monumentale lucerna con sei anelli di legno, rivestiti da una striscia di luce a led sui bordi interni. Pende dal cornicione del patio principale del monastero attraverso una struttura leggera composta da fili e tenditori, mentre una membrana ondulata in fibra di vetro traslucida copre gli anelli per guidare la luce naturale e artificiale a terra. Una piccola scala proprio sotto l’installazione porta i visitatori all’interno della lampada, permettendo loro di scoprire anche di giorno il cielo aperto incorniciato dall’installazione.

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_06 Foto: ©Antonio Bouzas

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_06. La luce invita ad entrare e a scoprire un edificio storico
Foto: ©Antonio Bouzas

Per ricollegarci alla premessa un’ installazione temporanea come quella qui descritta, che “gioca” con la luce artificiale rivelandone il potere di trasformare e arricchire la percezione di un luogo, non può non indurci a pensare che un’illuminazione confortevole non sia solo quella che, secondo una logica esclusivamente funzionale, riduce al massimo l’oscurità. La città notturna è uno spazio da vivere diversamente dal giorno, non solo perché cambiano le attività, ma soprattutto se si possono scoprire spazi nuovi, o che tali si mostrano grazie a inesplorati contrasti e alle ricercate sfumature di luce e ombra.

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_09 Foto: ©Antonio Bouzas

metalocus_manuel_bouzas-santiago_del-aguila_lucerna_09
Foto: ©Antonio Bouzas

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Quella vecchia pompa di benzina

Posted by on mar 3, 2022 in Arredo Urbano, Il mondo della ghisa | 0 comments

Le moderne stazioni di servizio, soprattutto quelle ubicate lungo le autostrade e le strade di grande percorrenza, sono ormai luoghi commerciali deputati alla vendita di una vastissima gamma di prodotti. Paradossalmente questo fenomeno ha contribuito nel tempo a porre in secondo piano il vero motivo per cui sono nate, oltre un secolo fa: consentire il rifornimento di combustibile per le automobili. Fa dunque una certa impressione ricordare come a inizio ‘900 la benzina venisse per lo più acquistata in drogheria e in farmacia; le sue funzioni principali erano infatti quelle di alimentare le lampade per l’illuminazione domestica e di combattere la diffusione dei pidocchi. Le poche automobili circolanti acquistavano il carburante direttamente nella latta, o si rifornivano alle prime rudimentali pompe di benzina su ruota collocate fuori dal negozio stesso.  Negli anni Venti la nuova moda di costruire stazioni apposite, partita dagli USA, dilagò rapidamente anche in Italia, a fronte di un aumento considerevole della motorizzazione, e da quel momento le principali società petrolifere iniziarono a fare il loro ingresso nel paese.  Il paesaggio urbano si andava ad arricchire di un nuovo elemento.

Fino agli anni Quaranta le stazioni consistevano esclusivamente nella presenza di una o più pompe, la combinazione più frequente era la coppia destinata al rifornimento sia di benzina che di aria necessaria a gonfiare gli pneumatici.  Un bell’esempio è documentato su una cartolina conservata nel nostro Archivio. La località è Giaveno, comune in provincia di Torino dove, sulla destra di piazza S. Lorenzo, a fianco di un chiosco edicola, si riconosce distintamente una coppia di pompe.

La stazione di servizio con la coppia di pompe in Piazza S. Lorenzo a Giaveno (al centro a destra), cartolina storica degli anni '40

La stazione di servizio con la coppia di pompe in Piazza S. Lorenzo a Giaveno (al centro a destra), cartolina storica degli anni ’40

La loro caratteristica, tipica dell’epoca, consisteva nell’essere inglobate all’interno di una base decorata in fusione di ghisa, dello stesso tipo di quelle impiegate per i lampioni – ma anche per gli orologi stradali o le paline segnaletiche – che serviva da sostegno per una struttura cilindrica verticale dotata di due sportelli. Tramite questi si poteva accedere direttamente alla pompa e provvedere alla sua chiusura quando non era in funzione.  Alla sommità presentavano quasi tutte, quelle di Giaveno non fanno eccezione, un globo luminoso contrassegnato dal marchio della società petrolifera. In questo caso la dicitura Shell è riportata anche sull’esterno dello sportello.

È la conferma di come il marchio svolgesse già una funzione centrale; l’obiettivo era renderlo facilmente riconoscibile e quindi familiare, per ispirare nella gente quella fiducia che li avrebbe poi resi a lungo clienti fedeli. In quest’ottica si inquadra la presenza, ben visibile, del marchio sul globo luminoso.

Dettaglio delle pompe

Dettaglio delle pompe

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TABIANO IERI E OGGI – Nascita e sviluppo di una località termale

Posted by on feb 7, 2022 in Arredo Urbano, Itinerari | 0 comments

“La bellezza per il benessere”è il titolo del n. 2, 2020 di Arredo & Città che abbiamo dedicato alle località termali italiane ed europee, ricostruendo, secondo il nostro angolo di visuale, il paesaggio urbano come si presentava all’epoca della loro espansione, con la ricchezza di manufatti in ghisa destinati all’illuminazione e all’arredo. Di Tabiano non avevamo parlato, e quindi utilizziamo il blog per arricchire di un altro tassello il quadro emerso dalle nostre ricerche e presentato sulla rivista [1].

Nel secondo decennio del ‘900 Viale Romagnosi a Salsomaggiore Terme (PR) – conosciuto come la promenade di una delle più famose e celebrate località di cura italiane – fu illuminato da candelabri in ghisa caratterizzati da pregevoli decori antropomorfi e vegetali. Dal momento che questi manufatti non esistono più, foto e cartoline d’epoca restano le uniche fonti a nostra disposizione per documentare la loro presenza non solo sulla promenade, ma anche davanti agli ingressi di diversi stabilimenti curativi, compreso l’edificio idroterapico di Tabiano [2].

Lampioni in ghisa davanti allo stabilimento termale di Tabiano, cartolina storica, 1939

Lampioni in ghisa davanti allo stabilimento termale di Tabiano, cartolina storica, 1939

Tabiano, situata a soli 5 km da Salsomaggiore, nel 1844 venne inserita a pieno titolo tra le stazioni termali europee, grazie soprattutto all’intervento di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma e moglie di Napoleone. Le proprietà delle sue acque erano note fin dal Seicento e per certo vennero utilizzate a scopo curativo dalle stesse truppe napoleoniche.

Maria Luigia, che all’interno del Ducato puntò a diffondere una cultura cosmopolita ed europea, incluse tra le sue strategie politiche, oggi considerate all’avanguardia, l’impegno nei confronti della sanità pubblica, che si tradusse tra l’altro nel desiderio di potenziare lo sfruttamento delle acque curative presenti sul territorio. Lei stessa dimostrava di essere un’esperta estimatrice di acque termali per il fatto che in giovinezza, a causa della salute cagionevole, era solita recarsi con la famiglia nelle villes d’eaux più alla moda d’Europa, soprattutto Aix les Bains e Baden Baden. Le relazioni chimiche pubblicate dai “suoi” scienziati, e ancora oggi consultabili, convinsero definitivamente la duchessa a investire sul centro di Tabiano per la ricchezza delle acque minerali che anche analisi recenti confermano, a dimostrazione della straordinaria immutabilità della fonte.

Salsomaggiore, i lampioni lungo Viale Romagnosi cartolina storica, 1932

Salsomaggiore, i lampioni lungo Viale Romagnosi cartolina storica, 1932

Il dottor Lorenzo Berzieri, scopritore del termalismo salsobromoiodico della vicina Salsomaggiore, fu il primo direttore dello stabilimento. Le acque venivano raccomandate non solo per faringiti, laringiti e bronchiti, ma anche per la cura, la conservazione e il recupero della voce degli artisti, tanto che i più grandi personaggi del panorama lirico internazionale iniziarono a darsi appuntamento proprio a Tabiano, inaugurando una tradizione che non è mai venuta meno. Dopo alterne vicende, dovute al succedersi dei gestori dello stabilimento e delle proprietà alberghiere ad esso collegate, il luogo fu scelto nel 1918 dal nuovo proprietario, il Comune di Milano, per ospitare una colonia per bambini. Ebbe così inizio la vocazione pediatrica di Tabiano che diede impulso allo studio sistematico delle patologie infantili ad indicazione termale.

L’intera proprietà venne venduta nel 1934 al Comune di Salsomaggiore, che solo nel
dopoguerra ne avviò il rilancio. La scienza idrologica, fino ad allora trascurata negli ambienti medici e accademici, probabilmente a causa delle grandi promesse chimico-farmacologiche di quegli anni, ebbe nuovo impulso soprattutto nelle patologie cosiddette “minori”. Con il diffondersi del concetto moderno di benessere complessivo, l’acqua minerale di Tabiano si afferma come un’acqua efficace e pressoché priva di effetti collaterali, che mantiene inalterate nel tempo le sue benefiche proprietà salutari.

 

[1] Le informazioni che abbiamo utilizzato per la redazione di questo articolo si trovano al link https://www.termeditabiano.it/it/le-terme-respighi

 

[2] Per maggiori approfondimenti su questi candelabri, si può consultare Arredo & Città 2 – 2020 “La bellezza per il benessere. Gli arredi in ghisa nelle città termali otto-novecentesche”  pp. 56-57  https://www.arredoecitta.it/it/riviste/la-bellezza-per-il-benessere/

 

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Il colpevole è la plastica o l’uomo?

Posted by on nov 11, 2021 in Architettura e Design, Installazioni artistiche | 0 comments

Viviamo un’era caratterizzata dalla voracità consumistica dell’uomo. Secondo il prof. Ron Milo, studioso israeliano del Weizmann Institute of Science, gli oggetti creati dall’uomo pesano più di quelli creati dalla natura: nel 2020 il peso dei manufatti artificiali avrebbe superato quello degli esseri viventi, e la plastica raggiunto gli 8 miliardi di tonnellate, esattamente il doppio della massa corporea dell’intera popolazione degli animali. L’economia lineare, che è l’emblema del consumismo e cresce nutrendosi di spreco – che non prevede il recupero ma la discarica – dovrà cambiare radicalmente trend e progettare una rigenerazione.

La quantità eccessiva di rifiuti a base di petrolio e di sostanze chimiche rappresenta infatti una minaccia totale per l’ecosistema terrestre e marino dal momento che la plastica è stata progettata per essere indistruttibile. L’Onu ha fissato due scadenze: rinnovare il ciclo di produzione, smaltimento e riciclo della plastica in un arco di tempo che non può superare il 2030; arrivare a quella che si può considerare la meta finale, e cioè il riutilizzo totale, per il 2040. La ricerca finalizzata al raggiungimento di questo obiettivo sta comunque progredendo: a Bath, in Inghilterra, alcuni studiosi sono riusciti a scomporre materie plastiche a base vegetale, si tratta del PLA, un acido polilattico impiegato negli imballaggi per alimenti, posate e bicchieri usa e getta. Lo studio apre un nuovo orizzonte dal momento che gli attuali metodi di riciclaggio della plastica cambiano e riducono le  proprietà originali del materiale, mentre in questo caso sembra possibile riciclare senza perdere qualità.

Anche il design può rappresentare un punto di svolta e offrire soluzioni. Aziende e agenzie creative collaborano, unite nell’intento comune di offrire antidoti efficaci a un’emergenza che appare impossibile da gestire in termini di sostenibilità. Per il colossale ammasso di rifiuti il riciclo è un aiuto, ma non basta; un vero traguardo sarebbe riuscire a progettare prodotti riciclabili, estendendo il loro ciclo di vita e il riuso. Eliminando dal sistema di produzione quei materiali che non possono essere riciclati si incrementerebbe lo sviluppo di un’economia circolare, foriera di benefici a molti livelli.

Balle di rifiuti di plastica destinate al riciclo. Di FerranRelea - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19460476

Balle di rifiuti di plastica destinate al riciclo. Di FerranRelea – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19460476

Attualmente si sta tentando per ogni prodotto di limitare la quantità di materia prima, riducendo anche il consumo energetico. La nota curatrice di una galleria milanese, Rossana Orlandi, si sta dedicando ormai da anni ad una riflessione molto stimolante ed intelligente, che mira alla sensibilizzazione nei confronti della tutela dell’ambiente. Ha iniziato la propria campagna insolitamente non contro la plastica in quanto tale, ma contro l’abuso che ne facciamo, e il modo errato con cui ce ne liberiamo. “La plastica è un materiale straordinario, che diventa inquinante solo attraverso l’uso che ne fa l’uomo”. Prende spunto da questa convinzione Senso di Colpa’, il forte messaggio che inaugura il progetto del 2018 con l’intento di scuotere le persone e farle sentire “colpevoli”, per spingerle poi a riconsiderare le loro responsabilità.

Rossana Orlandi ha dato vita a diverse iniziative, concepite per stimolare progettisti e designer a produrre opere che parlino di riutilizzo in termini creativi e, persino poetici, inducendo così stili di vita diversi. Si può ricordare la mostra, ‘Ro Plastic – Master’s pieces’ (prima edizione nell’aprile 2019 in occasione del Fuorisalone) che esalta le potenzialità espressive della plastica riciclata, mediante contributi usciti dalla fantasia di designer di fama internazionale; la mostra è stata allestita in un contesto molto coinvolgente: l’interno del Padiglione Ferroviario milanese al Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci.

Frutto dell’iniziativa dell’Orlandi è anche ‘RoPlasticPrize’ ormai alla sua seconda edizione: un concorso internazionale che si rivolge a designer di ogni età, compresi i ragazzi. I settori proposti sono diversi: Industrial design, Innovative Textile, Conscious Innovation Projects, Packaging Solutions, con l’aggiunta di una nuova categoria, Awareness on Communication. A una categoria di esperti prestigiosi è affidata l’assegnazione dei premi. Un concorso che ha la presunzione di coinvolgere il mondo per sollecitare un impegno collettivo all’insegna del motto: Sperimentare, innovare, inventare’ .

Super Wide Interdisciplinary New Explorers. Studio Swine. Foto di Petr Krejčí, cortesia di Studio Swine

Super Wide Interdisciplinary New Explorers. Studio Swine. Foto di Petr Krejčí, cortesia di Studio Swine

 

Da  IL COLPEVOLE: LA PLASTICA O L’UOMO? | Floornature (27 gennaio 2021)

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