Pali in cemento per l’illuminazione di via Imperiale

Posted on gen 28, 2021

Nel 2017 sulle pagine di Arredo&Città abbiamo presentato una ricerca relativa all’illuminazione pubblica nel periodo compreso tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: https://www.arredoecitta.it/it/riviste/lilluminazione-pubblica-tra-le-due-guerre-1922-43/

Un arco temporale che, seppure di breve durata, risultò ricco di nuove sperimentazioni anche nel settore dell’illuminazione che, dato il recente passaggio dal gas all’energia elettrica, andava incontro a vistosi mutamenti soprattutto dal punto di vista tecnologico. Contemporaneamente, per quanto riguardava la costruzione dei pali, gli ormai proibitivi costi di importazione delle materie prime imponeva all’Italia l’utilizzo di materiali “rigorosamente nostrani”, da affiancare – fino a sostituirli – agli ormai tradizionali ferro e ghisa. Un fenomeno che non interessò solo l’Italia, ma si estese anche ad altri paesi europei, Germania in testa, fino agli Stati Uniti.

L’impiego del cemento armato centrifugato si diffuse velocemente un po’ ovunque andando a caratterizzare importanti progetti illuminotecnici come quello sviluppato a Roma per via Imperiale, oggi Cristoforo Colombo, che fin dal 1937 collegava il centro città all’EUR. L’intervento, di cui abbiamo dato notizia anche sulla già citata rivista, consistette nell’inserimento lungo tutto il tragitto di alti pali in cemento a sezione dodecagonale, prodotti dall’azienda leader nel settore, la SCAC di Rovereto.

Pali SCAC proposti per l'illuminazione di via Imperiale. A destra la tipologia scelta, a sezione dodecagonale. Catalogo SCAC, 1942, Archivio Fondazione Neri

Pali SCAC proposti per l’illuminazione di via Imperiale. A destra la tipologia scelta, a sezione dodecagonale. Catalogo SCAC, 1942, Archivio Fondazione Neri

Recentemente l’archivio della Fondazione Neri si è arricchito di un altro catalogo della SCAC, datato gennaio 1942, che ci ha fornito ulteriori preziose informazioni sull’illuminazione della nota arteria stradale romana. Apprendiamo che l’Azienda Elettrica del Governatorato invitò nel 1939 la SCAC a presentare una serie di pali ottagonali (per la precisione tre) oltre alla tipologia a 12 lati poi scelta. Si richiedeva, inoltre, che “sostegni e lanterne fossero individuati in relazione all’importanza dell’opera e perciò sia dal lato illuminotecnico che estetico”. I pali dovevano essere posti a una distanza di 25 metri l’uno dall’altro, provvisti di una lampada da 1500 Watt e curati mediante trattamento superficiale del cemento. Per i corpi illuminanti la SCAC si avvalse della collaborazione di tre ditte italiane specializzate: la Boffelli  e la Greco, entrambe di Milano, e la Buini & Grandi di Bologna. In questo modo alla novità del materiale si affiancava l’impiego di apparecchi capaci di combinare  efficienza tecnica e originalità del design.

 

Già negli anni ’50 i manufatti vennero rimpiazzati da tubolari cilindrici in acciaio a due bracci, ciascuno dei quali sosteneva un corpo illuminante: era ormai indispensabile un’illuminazione delle carreggiate più performante e rispondente alle esigenze di un traffico veicolare sempre più intenso. Il cemento, d’altro canto, aveva con una certa rapidità lasciato il posto all’acciaio, più sobrio e  più in linea con il gusto dell’epoca – quella del boom economico.

Roma, la via Cristoforo Colombo, ex via Imperiale, illuminata negli anni '50

Roma, la via Cristoforo Colombo, ex via Imperiale, illuminata negli anni ’50

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