Sono incalcolabili i monumenti “minori” disseminati sul territorio italiano, importanti e significativi per le comunità locali perché direttamente collegati alle radici, alla storia e alle tradizioni dei luoghi sui quali sorgono.
Tra questi, oggi vogliamo segnalare due antichi lavatoi nei quali l’impiego della ghisa continua a svolgere un ruolo decorativo, nel primo caso, e funzionale nel secondo.
Prima dell’introduzione dell’acqua corrente nelle case, le popolazioni disponevano di lavatoi pubblici dove le donne si recavano a fare il bucato. Di frequente essi provvedevano anche al fabbisogno idrico di uomini e animali. Costituivano, dunque, un punto d’incontro e uno dei principali poli intorno ai quali si organizzava la vita della comunità.
Emblematico è il lavatoio coperto con abbeveratoio di Largo Garibaldi a Paganica, frazione dell’Aquila. L’edificio, che risale al 1902, è un’opera in pietra realizzata con maestria da abili artigiani e si compone di tre elementi principali: il lavatoio coperto, articolato in tre vasche saponarie disposte a “C”, la fonte abbeveratoio e la parete, tutta in pietra da taglio, che ospita gli elementi più preziosi dell’intero complesso: tre getti in fusione di ghisa per l’erogazione dell’acqua che consistono in un mascherone antropomorfo (al centro) e in una coppia di patere (ai lati). Entrambi i manufatti provengono dalla fonderia francese della Val D’Osne, all’epoca il più importante stabilimento al mondo per la produzione della ghisa d’arte.[1]
Una lunga vasca rettangolare in marmo bianco, curvata sui lati corti, protetta da una copertura in stile Liberty realizzata in ghisa e lastre di lamiera caratterizza il lavatoio di via Mario Lupo a Bergamo Alta, testimonianza evocativa del tempo che fu.
Installato nel 1891, a seguito della grave epidemia di colera che colpì la città nel 1884, esso rappresenta un modello dal punto di vista progettuale essendo dotato di numerosi e inediti accorgimenti quali un sistema di adduzione dell’acqua, uno scarico di troppo pieno, un processo di fuoriuscita delle acque sporche dopo il lavaggio e una canalina di raccolta degli spruzzi d’acqua prodotti durante il lavaggio stesso.
Inserito all’interno delle mura, l’esemplare bergamasco divenne ben presto una comodità irrinunciabile e rimase in uso fino agli anni Cinquanta. Per la sua elegante conformazione – riportata allo stato originale grazie ad un recente intervento di recupero – questo monumento rappresenta una interessante attrazione turistica e uno dei simboli della città.
[1] La presenza dalla Val D’Onse in Abruzzo è stata ampiamente documentata dalla Fondazione Neri. Si veda, in particolare, il numero 1|2019 di Arredo & Città dedicato proprio alle fontane monumentali in ghisa d’Abruzzo per la cui realizzazione la fonderia transalpina giocò un ruolo da assoluta protagonista L’ABRUZZO DELLE FONTANE IN GHISA – Arredo & Città





