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Parte III
Un avversario potente si stava levando da qualche anno contro i discendenti dell’antica lucerna: il gas-luce. L’illuminazione a gas rappresentava il risultato dell’applicazione delle scoperte chimiche fatte nel secolo precedente. Già da tempo, infatti, era noto come la combustione di alcuni fluidi aeriformi fosse accompagnata da un vivo sviluppo di luce e di calore; in particolare l’esperienza aveva insegnato che il carbon fossile, imprigionato in vasi chiusi ad un’elevata temperatura, era in grado di produrre un gas suscettibile di bruciare con scoppio; ma ancora nessuno aveva saputo trar partito da questo fatto.
L’idea di applicare all’illuminazione i gas combustibili che si formano durante la decomposizione di certe sostanze organiche appartiene, senza dubbio, al chimico francese Filippo Lebon. Egli riuscì ad ottenere gas infiammabile dalla distillazione del legno e ciò poteva servire tanto per il riscaldamento, quanto per illuminare. I mezzi impiegati dal Lebon ricevettero in Francia un principio di esecuzione, ma non furono spinti molto avanti: la morte improvvisa dell’inventore, trovato assassinato la mattina del 3 dicembre 1804 agli Champs-Elysées, arrestò in maniera brusca la nascente industria.

Gli studi dell’ingegnere transalpino vennero comunque ripresi in Inghilterra da W. Murdoch, il quale vi apportò una sostanziale modifica: il legno fu sostituito dal carbon fossile. I suoi primi esperimenti col nuovo gas consistettero nell’illuminazione dell’officina di Watt e Boulton a Soho e quella della filatura di lino dei signori Philipps e Lée a Manchester.

Il carbone era distillato in ampie storte di ghisa e il gas, condotto in grandi serbatoi realizzati anch’essi in ghisa, veniva lavato e purificato prima di essere trasferito ai becchi di combustione. La dolcezza e la vivacità della luce prodotta entusiasmarono da subito gli operai addetti ai processi di trasformazione del combustibile; inoltre, questa fonte di illuminazione presentava il vantaggio di non originare scintille (come invece facevano le candele) e, di conseguenza, riduceva notevolmente i pericoli d’incendio ai quali erano esposti tutti i cotonifici inglesi, costruiti prevalentemente in legno.

La fortuna del gas illuminante, inoltre, va indissolubilmente legata anche alla figura del tedesco Winsor che impegnò in questa impresa l’energia e l’avvedutezza d’un grande uomo d’affari, riuscendo ad impiantare in Inghilterra, e successivamente in Francia, le prime officine per la produzione del nuovo combustibile: quest’ultimo affiancherà inizialmente l’uso dell’olio per poi soppiantarlo definitivamente a partire dalla metà dell’Ottocento, diventando la fonte luminosa per eccellenza delle nascenti città moderne.

Parte II
Sarà Parigi a perfezionare per prima l’illuminazione pubblica: più che alla comodità, presa in considerazione solo in un secondo tempo, si intendeva rispondere a una necessità predominante per la sicurezza personale del viandante. I primi tentativi pubblici iniziarono alla metà del ‘500 e, solo un secolo più tardi, precisamente il 2 settembre 1667, comparve un decreto che prescriveva l’obbligo di collocare lanterne sui muri di tutte le vie, piazze e crocicchi di strade.

L’illuminazione mediante i cosiddetti ferri di facciata si rivelava ad ogni modo ancora insufficiente e in molti quartieri rimanevano in servizio gli addetti alla sicurezza pubblica notturna. L’annoso problema della scarsità di luce venne successivamente affrontato dal De Sartine, luogotenente di polizia, che propose un premio a chi avesse trovato un nuovo mezzo per illuminare Parigi. Indispensabile era soddisfare tre requisiti: facilità di servizio, intensità e durata dell’illuminazione.
Nel 1765 il problema venne finalmente risolto da Bourgeois di Châteaublanc con l’invenzione dei riverberi (réverbères), ossia lanterne ad olio o a candela provviste di un riflettore metallico; ma il vero salto di qualità fu fatto registrare dallo svizzero Argand che fra il 1783 e il 1785 realizzò una lampada in cui l’antico becco della lucerna veniva sostituito da un becco di forma nuovissima, costituito da due piccoli cilindri concentrici di metallo tra i quali correva uno stoppino in forma di nastro (in grado di abbassarsi e alzarsi secondo il bisogno) e di un tubo di vetro perfettamente cilindrico dalla base alla sommità. La fiamma anulare della nuova lampada veniva così avvantaggiata da una doppia aerazione, interna ed esterna, e il beneficio era ulteriormente accresciuto dal tubo che accelerava la velocità delle due correnti d’aria.

La lampada Argand produceva una luce più luminosa, più bianca e più stabile di tutte le lanterne ad olio precedenti e i suoi benefici furono così evidenti da spingere il chimico P.J. Macquer, membro dell’Académie des Sciences, a parlarne in questi termini lusinghieri: l’effetto di questa lampada è dei più belli. La sua luce molto bianca, molto viva e quasi abbagliante supera di molto quella di tutte le lampade inventate sino ad oggi, e non produce alcun fumo. Per parecchio tempo ho tenuto sopra la fiamma un foglio di carta bianca, che una fiamma che fa fumo avrebbe annerito in poco tempo. Ma il foglio è rimasto perfettamente bianco. Non ho, inoltre, sentito il benché minimo odore sopra e intorno alla fiamma della lampada di Argand.

L’umanità accolse l’invenzione del medico ginevrino in modo trionfale: essa rappresentava una tappa decisiva nella storia dei mezzi illuminanti e apriva scenari fino a quel momento impensabili. La lampada ad olio grasso rimase per qualche tempo l’oggetto di ogni tentativo. Larget e Quinquet riformarono l’invenzione di Argand proponendo un tubo di vetro sempre cilindrico ma rastremato dalla fiamma in su; riforma assai notevole perché, obbligando in quel modo l’aria a lambire la fiamma, consentiva a quest’ultima maggiore ossigenazione e intensità.
Il chimico Proust propose una seconda riforma, consistente in un serbatoio laterale che permetteva, tra l’altro, un maggiore utilizzo delle lampade appese ai muri dei palazzi. Ancora, l’orologiaio Carcel, al principio dell’Ottocento, inventò un movimento di orologeria che permetteva una distribuzione meccanica, e perciò regolarissima, dell’olio mediante due piccole pompe: ciò escludeva, dopo interi millenni, il principio dell’attrazione capillare. Sulla strada dell’esclusione della capillarità seguirono la lampada aerostatica del meccanico Gerard, le lampade idrostatiche di Kevr, Lange, Verzi e Thilorier, e quella a moderatore di Francot (tutte basate sull’elevazione dell’olio mediante pressione d’aria, di liquidi, o di una molla); poi la lampada solare di Neuberger (1840), nella quale veniva abolito lo stoppino e l’olio era ridotto in gas e quindi bruciato.

Parte I
Nell’antichità i primi mezzi di illuminazione vennero forniti dalla natura stessa: l’uomo dovette immaginare un focolare trasportabile, ovvero piccoli e maneggevoli rami secchi infiammati, scelti tra quelli che ardevano più facilmente (in particolare le piante resinose). Il passo successivo consistette nel legarli strettamente in fascio in modo tale che il fuoco potesse durare più a lungo e con un maggior volume di fiamma: ciò portò alla nascita della torcia, il primo “fanale” capace di vincere le tenebre. Eppure, per giungere all’utilizzo della lucerna l’umanità doveva attendere ancora diversi millenni.

L’invenzione di questo rivoluzionario oggetto pare si debba agli antichi Egizi: è comunque certo che essi la utilizzarono e la diffusero dapprima in Oriente e poi in Occidente, al punto che non solo i Greci e i Romani, ma tutti i popoli della terra, per molto tempo, non conobbero e non adottarono altro mezzo di illuminazione al di fuori di questo.

La lucerna rispose a forme stilistiche diverse, secondo l’uso al quale era destinata e al gusto dei tempi: realizzata in rozza terracotta, modellata dalle mani di un abile artigiano o fusa in metalli preziosi; ad ogni modo non rappresentò mai nulla di più che un recipiente per l’olio e uno stoppino in fibra tessile in grado di bruciare tale sostanza per attrazione capillare. Il suo potere illuminante era comunque molto scarso, pressoché nullo, presentando il duplice svantaggio di essere poco economica, rispetto alla quantità di combustibile impiegato, e di produrre una luce di colore rossastro, costantemente accompagnata da un alone di fumo nero.

Questo il sistema di illuminazione che il Medioevo ereditò dal passato, senza introdurre alcuna sostanziale modifica e che mantenne la disposizione che aveva assunto nei secoli precedenti, fatta eccezione per l’introduzione della candela. Inventata dalle tribù celtiche, che per prime avrebbero trovato il modo di fare luce utilizzando il grasso degli animali, la candela andò di frequente a sostituire in età medievale la lampada ad olio: i palazzi dei signori, allo stesso modo delle stamberghe della povera gente, si illuminavano egualmente alla sua luce fumosa e malsana.
L’illuminazione mediante candele si diffuse rapidamente in tutta l’Europa settentrionale trovando inizialmente più difficoltà ad attecchire nei paesi mediterranei dove l’abbondanza e il buon mercato dell’olio rendevano ancora abbastanza inutile il suo utilizzo. In Francia una società di fabbricatori di candele comparve verso il 1016, sotto il regno di Filippo I, ma non fu regolarmente stabilita che alla fine del ‘400.

Col trascorre del tempo le candele e le lampade ad olio iniziarono ad essere sorrette da un manicotto metallico, provvisto di una lama cornea trasparente: nasceva in questo modo la lanterna portatile, collocata di rado sotto un’immagine della Vergine o alla porta di alcuni conventi. Si era ancora lontani dalla pratica di porre piccoli lumi agli angoli delle vie per dissipare le tenebre della notte e, soprattutto, per intimorire i ladri e gli assassini che si aggiravano indisturbati per le vie buie incutendo terrore agli sfortunati viandanti.
Le cronache del tempo ci mostrano chiaramente quali pericoli offrissero ancora nel XVII secolo le strade della capitale francese al calare del sole; vie deserte, oscure, infestate di briganti, a tal punto che risulta particolarmente eloquente ciò che riporta Boileau nella sua sesta satira: i boschi più tetri e solinghi sono luoghi di sicurezza di fronte alle vie di Parigi. Infelice colui che un affare improvviso intrattenne un po’ troppo nella tortuosità d’una strada! Ben tosto quattro banditi, serrandogli la gola, grideranno: arrenditi, fuori la borsa.
Read MoreA ottobre 2020, la Commissione Europea ha lanciato il New European Bauhaus, un movimento creativo e interdisciplinare per ripensare le nostre città e i nostri spazi di vita, rendendoli più belli, sostenibili e inclusivi. Il progetto considera il modo in cui tutti gli spazi sono progettati e realizzati, promuovendo la collaborazione tra diverse discipline e ambiti: architettura, ingegneria, scienze, tecnologia, arte, design, scienze sociali.
Nello scenario dei consumi mondiali ma anche europei, il campo dell’edilizia ha un ruolo fondamentale. Gli edifici sono infatti responsabili del 40% del totale dei consumi energetici e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra, dovute a tutte le fasi della vita di un edificio: dalla costruzione, all’utilizzo, alla ristrutturazione e alla demolizione. In alcune metropoli, incluse Londra e Parigi, il settore edilizio rappresenta oltre il 70% delle emissioni complessive delle città.
Rigenerare e riqualificare il parco edilizio, spesso vecchio e inefficiente, è pertanto una delle strategie climatiche più rilevanti. È a partire da questa esigenza che la Commissione Europea ha avviato un processo partecipato per costruire un’iniziativa che non fosse limitata al campo dell’edilizia e che tenesse insieme sostenibilità, bellezza e inclusione.

Come funziona il New European Bauhaus
Per raggiungere i suoi obiettivi il nuovo Bauhaus europeo si articola in tre fasi: progettazione collettiva, realizzazione e divulgazione.
Con il lancio della fase di co-design è entrata nel vivo la prima parte del percorso, terminata a fine giugno 2021, e che ha visto il coinvolgimento attivo di progettisti nel dar forma a discussioni e progetti emblematici in grado di rappresentare le principali chiavi di lettura del programma per i prossimi sette anni. Delle più di duemila candidature raccolte da tutta Europa, sono stati 60 i progetti finalisti selezionati come i più rispondenti ai criteri del nuovo Bauhaus.
Il Premio New European Bauhaus consegnato a settembre 2021 rappresenta il culmine di questa prima esperienza, una raccolta di esempi di eccellenza, che possano fungere al tempo stesso da ispirazione per le giovani generazioni.
Da gennaio 2023 ha avuto inizio la terza ed ultima fase del Bauhaus, in cui è stato lasciato spazio alla diffusione e condivisione delle buone pratiche ad un pubblico il più ampio possibile, anche al di fuori dei confini europei, con l’obiettivo di formare e ispirare una nuova generazione di architetti e designer.
Perché un nuovo Bahaus?
Non possiamo non domandarci il perché del riferimento alla corrente Bauhaus, nata in Germania nei primi anni Venti del Novecento. La Staatliches Bauhaus, più comunemente conosciuta come Bauhaus, è appunto una scuola di design fondata dall’architetto Walter Gropius a Weimar che ha visto passare dalle sue cattedre i più grandi intellettuali della disciplina del XX secolo, divenuta così rilevante da essere poi riconosciuta come vera e propria corrente nella storia dell’architettura.
Ingrediente fondamentale della scuola era appunto l’interdisciplinarietà. La scuola nasceva infatti dall’unione di due altri istituti: la Scuola di Arti e Mestieri di Weimar e l’Accademia delle Belle Arti. Arte e creatività, artigianato e tecnologia venivano per la prima volta insegnati e vissuti senza le distinzioni o i confini tipici delle discipline, nella convinzione che l’artista dovesse essere pensatore e al tempo stesso artefice delle proprie opere.

Il Bauhaus di Gropius nasce nelle trame storiche e sociali della Germania dei primi anni Venti, la cui instabilità politica ed economica caratterizzante gli anni successivi alla Grande Guerra non ha impedito il fermentare di una continua ricerca e sperimentazione in particolar modo nei campi artistici e culturali, quasi come a manifestare nella produzione artistica ed architettonica la necessità di riscatto della società.
Nei suoi soli 14 anni di attività la scuola, costretta infine alla chiusura dalla pressione Nazionalsocialista contraria a questo approccio definito “comunista” alla progettazione, ha prodotto un’eredità che viviamo e ritroviamo ancora oggi nel mondo del design e dell’architettura nella ricerca di un’arte funzionale, confortevole e democratica, economicamente accessibile a tutti.
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C’è un quartiere, ad Osaka, che rappresenta una delle zone più all’avanguardia della metropoli giapponese, soprattutto in fatto di moda, musica e tendenze giovanili.
Il suo nome è AMERIKA-MURA, letteralmente “villaggio americano”, in quanto ha iniziato a svilupparsi negli anni ’70 del secolo scorso grazie ai tanti negozi che vendevano prodotti americani d’importazione.
Oggi non si vende e non si acquista più solo “made in USA”, ma la fama di tutto ciò che è a stelle e strisce rimane. Basta farci un giro per rendersene conto: tra gli alti edifici appare improvvisamente anche la riproduzione della Statua della Libertà e l’effigie di King Kong, piazzata agli angoli degli shop, osserva minacciosa i passanti, non importa se residenti o turisti.
Tutto sembra gravitare attorno a Sankakukoen che non è uno scioglilingua, ma il punto di ritrovo più gettonato, un parco triangolare che di parco in senso stretto ha ben poco, trattandosi di un’area urbana, o meglio di una giungla urbana, che ospita caffè, gallerie, opere di street art, negozi di abbigliamento, libri, dischi e locali notturni di musica rock e hip-hop.
E a proposito di notte, quando è lei a prendere il sopravvento, le strade che convergono qui da ogni direzione cambiano pelle e si accendono di luci dai mille colori e dalle mille forme. Alcune di esse – in assoluto le più originali – assumono anche forme umane.


Si avete capito bene, proprio così, perché solo in questo luogo i lampioni stradali appaiono come uomini stilizzati, una sorta di “uomini luce” dotati di una testa/sfera luminosa che poggia su un esile corpo d’acciaio rivestito di mille tonalità.
Dislocati in una cinquantina di punti, sembrano osservare incuriositi dall’alto i loro simili in carne ed ossa che, in abiti punk o all’ultima moda, popolano e vivono questo magico quartiere dall’atmosfera rilassata e festaiola che si ispira e rimanda ancora oggi all’altra parte dell’oceano.
