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Di cosa parliamo…

Autore: Staff

Il Palazzo delle Meraviglie

Il giorno di Natale del 2020 il Palazzo delle Meraviglie di Stone Town (Zanzibar) ha subito un parziale, ma devastante, crollo, causato dalla mancanza di un’adeguata manutenzione strutturale, accelerato dall’umidità e dalle piogge torrenziali. Fortunatamente nessuno quel giorno si trovava all’interno; tuttavia, la perdita di parte del suo patrimonio storico-artistico e architettonico rappresenta una vera e propria catastrofe.

Mentre si discute ancora sulle diverse proposte di restauro[1], l’ingresso resta interdetto ai visitatori che a migliaia, ogni anno, potevano ammirarne gli interni e godere dai piani superiori di una vista impareggiabile sul porto e sulla città.

The House of Wonders in Stone Town, Zanzibar, Di Moongateclimber – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35382315

Il nome attribuito a questo edificio non è casuale dal momento che quando fu costruito, nel 1883, incorporò tutta una serie di primati e “meravigliose” tecnologie che gli valsero, appunto, tale appellativo. Ecco alcune curiosità che lo rendono ancora oggi così speciale:

L’edificio più alto del suo tempo:quando fu realizzato era il più alto di tutta l’Africa orientale, con i suoi tre piani e la torre dell’orologio.

Il primo ascensore dell’Africa: l’ascensore funzionava con un sistema idraulico, un’innovazione per l’epoca (purtroppo è andato distrutto durante il crollo).

Energia elettrica e acqua corrente: fu il primo a Zanzibar ad essere illuminato elettricamente e uno dei primi sul continente africano a disporre di acqua corrente.

Arredi e decori interni: le stanze, con i pavimenti a mosaico, le porte intagliate in legno di Zanzibar e i soffitti a decori geometrici, dovevano impressionare chiunque entrasse.

Fonte di ispirazione:la sua architettura ha ispirato altri edifici, stabilendo uno stile che fonde elementi locali ed europei.

Set cinematografico:il palazzo è stato protagonista di numerosi documentari e film.

Le colonne “itineranti”: le colonne in ghisa che sostengono le verande hanno viaggiato dalla Scozia a Zanzibar via nave. Un viaggio di migliaia di chilometri!

Le colonne in fusione di ghisa del Palazzo delle Meraviglie, Archivio Fondazione Neri

Su queste ultime si concentra, ovviamente, la nostra principale attenzione. In assoluto la prima cosa che colpisce dell’edificio è la sua imponente facciata a tre piani, caratterizzata da ampie verande e dalla presenza di colonne in ghisa di tre differenti tipologie, una per ciascun piano. Queste permettono di sostenere i piani superiori e i ballatoi, di alleggerire le strutture portanti, di creare ampi spazi aperti, senza dover ricorrere a muri spessi, e favorire una ventilazione costante contro la calura tropicale.

Tali manufatti sono stati realizzati dalla fonderia scozzese MacFarlane di Glasgow, all’epoca leader mondiale nella produzione di elementi decorativi e strutturali in metallo esportati non solo in numerosi paesi europei, ma anche nelle ex colonie britanniche.[2]

Dettaglio delle colonne che sorreggono il primo piano, Archivio Fondazione Neri

L’utilizzo sapiente del ferro e della ghisa, tipico dell’età vittoriana, combinato agli elementi arabi (archi a sesto acuto, decorazioni geometriche) danno come risultato un’architettura ibrida che riflette pienamente la Zanzibar di fine ‘800 quando l’isola rappresentava un crocevia di culture ed era posta a controllo di importanti rotte commerciali (spezie e avorio in particolare) tra Africa, Asia e penisola araba.

Proprio per questo il palazzo venne commissionato dal sultano Barghash bin Said, uno dei sovrani più illuminati di Zanzibar, all’ingegnere britannico John Sinclair, dopo essere rimasto impressionato dai progressi tecnologici di cui era stato testimone durante i suoi viaggi in Europa. La sua visione era quella di trasformare la capitale in una città moderna, senza però snaturarne la sua anima swahili.

Oggi il Palazzo delle Meraviglie è gravemente ferito, più che mai incerto il suo futuro; tuttavia, anche se è impossibile accedervi, resta il monumento più iconico e fotografato di Stone Town, soprattutto al tramonto quando la luce dorata del sole, prima di sprofondare nell’Oceano Indiano, illumina le sue numerose colonne arrivate via mare più di 140 anni fa.


[1] La ricostruzione del Palazzo delle Meraviglie è una delle priorità del patrimonio di Zanzibar. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’UNESCO (Stone Town è patrimonio dell’umanità) sono coinvolte nei piani di restauro. Le sfide sono notevoli e di varia natura: finanziaria (la ricostruzione richiederà milioni di dollari); tecnica (si deve decidere se ricostruire esattamente com’era o se incorporare rinforzi moderni); patrimonio (come preservare l’autenticità garantendo la stabilità strutturale?). Il caso di Zanzibar ci ricorda l’importanza della manutenzione preventiva del patrimonio storico.

[2] La Fondazione Neri in anni di ricerca ha documentato in giro per il mondo la presenza di chioschi per la musica, di pali per l’illuminazione pubblica, ma anche di grandi strutture, come ad esempio il Telok Ayer Market di Singapore, realizzati dalla MacFarlane di Glasgow nel corso della seconda metà dell’800.

10 micro-progetti per Amatrice

Terremosse è un collettivo di giovani architetti, ricercatori e studenti  che si è costituito nel 2024 in occasione di un’indagine sul campo tra la popolazione che vive nel territorio di Amatrice e delle sue 69 frazioni. Si tratta di una delle aree più colpite dal terremoto del 24 agosto 2016, e che, a dieci anni di distanza dalla catastrofe, sta ancora attraversando la lunga fase della ricostruzione. L’obiettivo di Terremosse consisteva nel mettere a fuoco i desideri delle persone per valorizzare le loro memorie e la voglia di rimanere, e, viceversa, contrastare il vissuto di emarginazione.

Il gruppo è attivo all’interno della rete EASA (European Architecture Students Assembly), una piattaforma di architettura alternativa che sperimenta pratiche e interventi di rigenerazione territoriale. Il nome assunto dal collettivo non è casuale e fa riferimento sia al carattere altamente sismico del territorio, sia alla vivacità che contraddistingua il gruppo nella ricerca di nuove possibilità di rinascita e di cura.

Tra il 2 e il 12 luglio di quest’anno Terremosse è riuscito a portare ad Amatrice 250 tra architetti e studenti da tutta Europa (e non solo) con lo scopo di tradurre i bisogni reali e i desideri, emersi dall’ascolto delle comunità, in nuovi spazi dedicati all’incontro e alla socialità. Ad affiancare le attività in corso è stato organizzato un ricco programma di eventi aperti a tutta la cittadinanza con talk, proiezioni, performance artistiche e musicali dal vivo, celebrazioni ed esplorazioni del territorio.

I dieci progetti selezionati tramite una call internazionale sono diventati altrettanti cantieri collettivi, guidati dai progettisti e realizzati dai partecipanti europei insieme agli abitanti. Si tratta di micro-progetti, tutti caratterizzati però dalla necessità di sopperire alla perdita di infrastrutture e spazi pubblici, quindi all’indebolimento delle relazioni sociali tipiche dei territori fragili e soggetti a fenomeni di abbandono [i].

Solo qualche esempio:

  • Nella frazione di Casa Casale, i residenti, costretti a trasferirsi altrove in attesa di una ricostruzione in gravissimo ritardo, possono ora disporre di una nuova struttura lignea dove ritrovarsi per recuperare lo spirito di comunità. 
  • Nel centro di Amatrice è nato il piccolo padiglione pubblico “Tana libera tutti” predisposto per rappresentazioni teatrali e laboratori per bambini, che non hanno mai conosciuto la loro città.
  • L’intervento “Breathing Circle”, sulle rive del lago Scandarello. è stata costruita una grande seduta circolare fatta di frammenti lapidei, mattoni e pietre recuperate localmente dopo il sisma. Verrà, quindi, realizzato un ampio cerchio in pietra che abbraccia il lago e diventa punto di incontro e ammirazione del paesaggio naturale.

Un dato molto importante è che i luoghi di incontro nati da questi cantieri sono stati donati alle associazioni locali che li hanno a loro volta affidati a dei guardiani, figure di riferimento della comunità che ne garantiranno la cura nel tempo.

Per saperne di più:

Unicredit ilMioDono – Terremosse – Sesam x Amatrice

Professione architetto, 30th June 2026 “Terremosse x Amatrice: dieci cantieri collettivi per riattivare gli spazi pubblici post-sisma”

Il messaggero 1st July 2026 “Terremosse per Amatrice, 200 giovani da tutta Europa costruiscono nuovi spazi di comunità”

Artribune , 4th July 2026 “Il progetto che riattiva gli spazi pubblici di Amatrice a 10 anni dal sisma. Tutte le novità e gli appuntamenti di Terremosse”


[i] Il progetto è organizzato da EASA Italia APS con il patrocinio della Regione Lazio, del Comune di Amatrice, del Politecnico di Milano – Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni, di Sapienza Università di Roma e dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara.

Torino: da città dell’auto a città sostenibile

Una Torino più percorribile a piedi e in bicicletta. Un tempo sinonimo dell’industria automobilistica italiana, la città di Torino si sta evolvendo in una città più sostenibile ampliando le sue piste ciclabili e i trasporti pubblici. Gli spazi urbani vengono ripensati come parte di questa trasformazione. L’allontanamento dalla dipendenza dalle auto riflette il modo in cui Torino sta bilanciando la sua eredità automobilistica con la creazione di spazi più incentrati sulle persone.  

Il Lingotto di Torino in una cartolina d’epoca, Archivio Fondazione Neri

Se Detroit significa “Motor City” per gli americani, Torino ha una connotazione analoga per gli italiani. Come sede della Fiat, la città piemontese è stata il polo nazionale per la produzione di veicoli per oltre un secolo. E come Detroit, negli ultimi decenni Torino è stata scossa dal declino delle sue fabbriche di automobili. Si consideri l’ampia fabbrica del Lingotto della Fiat, il più grande stabilimento di produzione di automobili in Europa un secolo fa. Lunga mezzo chilometro e alta cinque piani, la massiccia struttura modernista domina il suo quartiere.

L’edificio del Lingotto è completamente trasformato. Convertito in uno spazio commerciale dopo la cessazione della produzione di automobili nei primi anni ’80, è ora fiancheggiato da negozi e ristoranti; un’area centrale presenta una zona giochi per bambini. Due sono i musei congiunti del Lingotto, uno che celebra la storia della Fiat e l’altro che espone la collezione d’arte della famiglia fondatrice. Sul tetto, una vecchia pista di prova è stata trasformata in un giardino urbano sospeso, il più grande d’Italia.

Oggi Torino è attraversata da una fitta rete di linee di autobus, di tram, e di metropolitana e di oltre 250 chilometri di piste ciclabili per chi sceglie di non guidare. Circa il 95% dei residenti di Torino vive entro 300 metri da una fermata dei trasporti pubblici. Secondo un rapporto della città del 2020, meno della metà degli spostamenti locali avviene in auto.

L’architetto Andrea Bruno, cui la città ha dedicato una mostra a inizio estate (6-28 giugno presso gli spazi del Bistrot Culturale Ramo d’Oro nella Galleria Umberto I)[1]sosteneva che “la trasformazione è l’unica garanzia di conservazione delle memorie attraverso l’architettura” e che “fare, rifare, disfare l’architettura pone ogni progetto in dialogo serrato e audace tra epoche diverse aggiungendo nuovi segni al palinsesto della storia”. 

https://www.pinacoteca-agnelli.it/la-pista-500


[1] “Andrea Bruno e le ‘Possibili Torino’: il restauro come atto critico” promossa da Ramo d’Oro e comunichArch. A cura di Andrea Bruno jr., Cristina Chiorino, Giovanni Fenoglio, con il contributo di Giorgio Danesi e Ugo Bruno – 
Giornale dell’Architettura, giugno 2026

Memorie di Estaires

Un unico lampione, intatto, elegante, col basamento che funge anche da fontana (al centro è riconoscibile un mascherone con boccaglio) e sormontato da un gruppo di cavallucci marini a sostegno di un corpo luminoso mancante, quasi sicuramente una lanterna. É installato nella piazza principale di Estaires, comune francese situato a nord, nei pressi del confine con il Belgio, e stride fortemente col contesto circostante in cui regna la più totale distruzione.

L’immagine, immortalata su una cartolina conservata nell’archivio della Fondazione Neri, testimonia un periodo tragico della storia di Estaires che risale al 1918 durante la Prima guerra mondiale. Tutto ha inizio – o fine è forse il caso di dire – il 9 aprile, quando i tedeschi mettono in atto un bombardamento senza precedenti: una pioggia ininterrotta di granate si abbatte sulla cittadina; le case sono rase al suolo, gli abitanti costretti a fuggire e a trovare riparo nelle campagne circostanti.

Estaires, cartolina storica, 1918, Archivio Fondazione Neri

Occupato dagli invasori, il centro transalpino è poi sottoposto per mesi a ulteriori bombardamenti da parte degli Alleati fino a quando le truppe tedesche, intuendo l’avvicinarsi della disfatta finale, iniziano la ritirata distruggendo al loro passaggio tutto quello che resta ancora in piedi.

Questo è quanto riporta il bollettino parrocchiale La voix de l’exil del 4 ottobre 1918: “La situazione della nostra città si riassume in una sola parola: DISTRUZIONE! DISTRUZIONE TOTALE, ASSOLUTA! Le strade sono ingombre di mattoni e pietre; squadre di soldati stanno sgomberando le vie. TUTTO È DISTRUTTO! Del municipio e della chiesa non è rimasta pietra su pietra: non sono altro che cumuli informi di mattoni”

In mezzo a questa catastrofe il nostro lampione, miracolosamente sopravvissuto alla pazzia e alla furia umana, sembra impaziente di riprendere a svolgere la funzione per la quale è stato progettato, noncurante della scena alle sue spalle che ritrae il municipio ridotto in macerie.

Questa tipologia di manufatti si distingue, come altri casi documentati dalla Fondazione Neri sia in Italia che all’estero, per la possibilità di fornire un duplice servizio: erogazione dell’acqua e illuminazione pubblica. Nel caso dell’esemplare di Estaires la fuoriuscita dell’acqua avveniva attraverso una pompa meccanica azionata manualmente da una coppia di manubri, posizionati sulla base e perfettamente riconoscibili.

Un bellissimo esempio italiano è rappresentato dalla fontana-lampione di Macerata Feltria (PU) risalente al 1901 di cui abbiamo parlato nel numero di Arredo & Città 2 | 2024 dedicato alle fontane in ghisa delle Marche  MARCHE: IL PATRIMONIO DELLE FONTANE IN GHISA – Arredo & Città

La fontana-lampione di Macerata Feltria (PU)

Farolas de la Avenida Gaudí

Si parla ancora di Barcellona e di Gaudí nel blog della Fondazione Neri. Questa volta a prendersi la scena è però un’altra grande figura: l’architetto municipale Pere Falqués (1850-1916). Autore di importanti lavori, tra cui il piano topografico della città e la riorganizzazione del parco della Cittadella, anche lui, come Gaudí, ha lasciato la sua firma su sei lampioni oggi ancora installati (coincidenze del destino?) proprio lungo Avenida Gaudí.

Il celebre viale fu tracciato come parte del piano di riforma urbana attuato per ospitare l’Esposizione Internazionale del 1929 [1], anche se l’idea originaria, che risale ai primi del ‘900, è da attribuire all’architetto francese Léon Jaussely che immaginò un viale con un asse visivo diretto tra le due icone moderniste ubicate agli estremi opposti, ovvero la Sagrada Familia e il nuovo Hospital de la Santa Creu i Sant Pau.

La strada nel 1985 ha subito una grande trasformazione volta a farla diventare un elegante viale pedonale. Come parte della ristrutturazione si decise allora di installare, lungo il suo percorso, proprio i sei monumentali farolas (lampioni) progettati nel 1909 da Falqués per Plaça del Cinc d’Oros e da qui rimossi negli anni Cinquanta perché ostacolavano il crescente traffico automobilistico. Solo dopo decenni di conservazione nei magazzini municipali sono stati quindi trasferiti nella loro posizione attuale.

Con le loro curve eleganti e i motivi floreali, questi arredi richiamano l’architettura modernista circostante [2]. Si compongono di una base in pietra di Figueres su cui poggia un obelisco, sempre in pietra e impreziosito da decori vegetali, che ospita a sua volta il lampione vero e proprio: un insieme armonico di elementi in ferro che danno vita a una sinuosa guglia neogotica dotata di quattro bracci reggenti, ciascuno, un’armatura con il suo globo. Le opere in pietra rispondono al nome di Alfons Jujol, mentre per i lavori in ferro si ricorse all’artista forgiatore Manuel Ballarin i Lancuentra.

Specialmente di notte, quando si illuminano, i lampioni di Falqués contribuiscono a creare una prospettiva unica – che incornicia i due siti Unesco menzionati sopra – e a rendere Avenida Gaudí una delle strade più amate e frequentate di Barcellona.


[1] Sulle grandi Esposizioni otto-novecentesche, con particolare riferimento ai prodotti artistici in fusione di ghisa in mostra, si veda Arredo & Citta n. 1 – 2015   IL PROGRESSO IN SCENA – Arredo & Città

[2] Lo stile modernista è un movimento artistico e culturale nato tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 in un periodo fortemente segnato dall’industrializzazione, dall’ l’urbanizzazione e dalla crescente domanda di nuove forme espressive che rompessero con le tradizioni estetiche precedenti. Suoi cavalli di battaglia sono la ricerca di innovazione e la sperimentazione.

I lampioni di Gaudí a Barcellona

Di sue opere famose, universalmente riconosciute, è piena Barcellona, ma sapevate che il primo incarico pubblico di Gaudí fu la progettazione di alcuni lampioni cittadini?

Ebbene sì. Il giovane architetto, fresco di laurea, disegnò due modelli – a sei e a tre bracci – che per la loro qualità, apprezzata già all’epoca dai concittadini e dalla stampa, figurano come Bene Culturale di Interesse Locale nell’Inventario del Patrimonio Culturale Catalano.

Il loro stile, che ne rivela l’estro creativo, è decisamente eclettico poiché combina la produzione della ghisa ottocentesca con una policromia e un uso di dettagli ornamentali tipici delle arti decorative. Un altro fattore che li rende speciali è l’approfondita descrizione che accompagna il progetto, trattandosi di uno dei pochi scritti in cui Gaudí spiega in maniera esaustiva le sue motivazioni. Molto interessante risulta il passaggio nel quale chiarisce come la decorazione si concentri in larga misura sulla cima del sostegno, la cui forma sintetizza la vocazione storica di Barcellona per il commercio.

Così completa i lampioni con il caduceo, il bastone circondato da due serpenti e coronato da un elmo alato. Il riferimento mitologico conduce a Ermes (Mercurio per i Romani) che oltre ad essere il messaggero degli dei svolge, appunto, anche il ruolo di dio del commercio. Questi elementi, aggiunge, saranno realizzati in metallo (ghisa) e la loro policromia includerà i colori oro, blu e rosso. Policromia che caratterizzerà anche gli stemmi della città di Barcellona, applicati al centro delle colonne, sempre in fusione di ghisa.

Partendo dalla base in pietra, altri elementi significativi sono i grandi medaglioni metallici con motivi floreali che ancorano la colonna, la sottile ornamentazione vegetale con foglie d’edera a seguire, e i bracci che reggono le lanterne, posizionati su livelli diversi come se fossero rami di un albero.

Sebbene Gaudí li avesse pensati per varie piazze e strade cittadine, alla fine ne vennero installati solo due a sei bracci in Plaça Reial (1879) una delle più belle piazze del capoluogo catalano, e quattro a tre bracci (1889) di cui due nel Pla de Palau e gli altri due, andati poi perduti, sul Paseo Nacional. Quelli a tre bracci presentano una cima più semplice, priva dei serpenti e dell’elmo alato, ma ad ogni modo entrambi i modelli sono magnifici esempi di arredo urbano che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, illuminano e decorano importanti spazi pubblici di Barcellona.

L’illuminazione elettrica dalla lampada ad arco alla lampada a filamento di carbonio

Parte IV

Da La Gazzette Piemontese (Torino, 2 ottobre 1882)

Nome attribuito in passato a diversi periodici, dopo l’Unità d’Italia La Gazzetta Piemontese diventa il titolo del quotidiano fondato da Vittorio Bersezio nel 1867. Stampato a Torino, a partire dal 1895 si chiamerà La Stampa

L’Edison italiano

Sotto questo titolo fa oggidì il giro dei giornali italiani la gloria di un nostro compaesano che, rimasto oscuro finora nello studio di un laboratorio in fondo di un paesello, ha mandato ora subitamente uno sprazzo della luce del genio destinato a scrivere una nuova gloriosa pagina sul libro delle scoperte italiane. Se i nostri lettori rammentano, noi abbiamo fatto altra volta un accenno di quest’uomo e della sua scoperta: era il domani del giorno in cui avevamo assistito alle prime esperienze della scoperta, e mentre ce ne dimostravamo ammirati, promettevamo di ritornare sull’argomento. È ora che manteniamo la promessa. La scoperta è una nuova rivelazione destinata senza dubbio alla risoluzione del problema dell’illuminazione; l’autore ne è Alessandro Cruto, e il luogo ove avvenne è Piossasco, il noto paesello piemontese, che ora la tranvia congiunge a Torino in meno di un’ora e mezzo di tragitto. Alessandro Cruto è un modesto cittadino di Piossasco che, come si suol dire, è nato col bitorzolo del fisico. Destinato dalla sua condizione sociale ad attendere ai lavori della campagna, sentì un bel giorno la potente inclinazione ad attendere alle scienze sperimentali, e da allora, tutto infervorato, si appartò in una camera di casa sua e cominciò i suoi studi, Ciò avveniva dodici anni fa, quando il Cruto conosceva ancora pochissimo i libri e possedeva meno ancora di istrumenti e macchine; i suoi compaesani che lo vedevano chiuso in quella camera, nella quale era a tutti vietato l’ingresso, lo chiamavano il matto; neppure i suoi parenti sapevano farsi un’idea di quello ch’egli facesse e di quello che volesse. Ma egli lavorava tenacemente, incessantemente, animato dallo spirito di non so che di nuovo che doveva scoprire, e che senza dubbio avrebbe scoperto.

La sua cultura, come il suo laboratorio, si andarono di pari passo arricchendo di esperienze e di utensili; qualche tempo fa poi il Cruto ebbe la fortuna di avere generosi mecenati che lo sovvennero di un discreto sussidio. Ciò valse a sempre meglio avvalorare il Cruto, ed ecco che un bel giorno egli annunzia ad un ristretto numero di amici che la scoperta è fatta. Questa scoperta risolve uno dei più importanti problemi fisici dei giorni nostri, problema finora tentato infruttuosamente dallo stesso Edison e da tanti altri, quello cioè di far depositare colla corrente elettrica, sopra un oggetto, del carbonio puro. Con questo carbonio puro, che è una sostanza leggera, nerissima, compatta, di splendore metallico abbagliante, la riproduzione degli oggetti costa assai meno che non colla galvanoplastica, nel tempo stesso che dà una maggiore bellezza e fedeltà di linee.

Ma l’invenzione non è solamente limitata alla riproduzione degli oggetti, ma ben più ad una importantissima industria cui finora è mancato un elemento; l’industria cioè dell’illuminazione elettrica con lampade d’incandescenza. Il Cruto colla sua scoperta è riuscito a fabbricare carboni del colore, dell’elasticità e flessibilità dell’acciaio, che, saldati a fili di platino e chiusi in una lampada di vetro, nella quale si è ottenuto il vuoto barometrico, costituiscono la lampada elettrica Cruto. Questi carboni possono avere tutte le dimensioni e le forme che l’inventore desidera; la loro produzione essendo, per così dire, a sistema di galvanoplastica, è chiaro che essi assumono la forma di qualunque oggetto si voglia imitare. I carboni Cruto sono internamenti vuoti, cioè a tubo capillare. Uno speciale attacco flessibilissimo in tutti i sensi venne pure studiato dall’inventore per la sospensione della sua lampada a incandescenza. Noi, come abbiamo detto, siamo stati fra i primi ad assistere alla prima esperienza delle lampade Cruto. L’illuminazione è delle più belle: la luce Cruto è divisibile come quella del gaz, è costante, limpida, molto meno costosa delle altre luci elettriche, costituisce insomma una vera scoperta. Il Cruto anche innanzi al suo trionfo, non ha perso nulla della sua preventiva modestia, ma noi non abbiamo errato prevedendo che la sua invenzione portata al battesimo del pubblico avrebbe avuto l’applauso che si meritò.

L’illuminazione elettrica dalla lampada ad arco alla lampada a filamento di carbonio

Parte III

Il 5 marzo 1880, utilizzando la corrente elettrica prodotta da una batteria di pile Bunsen, Cruto accese la sua prima lampada ad incandescenza nel Laboratorio di Fisica dell’Università di Torino e nel settembre di quello stesso anno riuscì a mettere a punto la lampadina che prese appunto il suo nome: essa si rivelò superiore a tutte quelle già ideate, compresa quella di Edison. Era dunque necessario farla conoscere e commerciarla, ma purtroppo la cronica mancanza di finanziamenti che aveva contraddistinto tutta l’attività di ricerca di Cruto doveva ancora una volta ostacolarlo, anche se, sul finire del 1881 una speranza si affacciò all’orizzonte. All’ottico Bardelli di Torino, che stava sperimentando delle lampade Swan con filamento a fili di cotone carbonizzato chimicamente provenienti da Londra, Cruto propose una prova comparativa. L’esito fu talmente favorevole a lui che riuscì a trovare in poco tempo quattro persone pronte a investire nel suo progetto concretizzatosi nel 1882 nella costituzione della Società A. Cruto e Comp. con sede a Piossasco.

Il lavoro da svolgere si prospettava enorme: oltre alle attrezzature per la produzione era necessario pensare anche a tutti gli elementi connessi come i portalampade, gli interruttori, gli isolatori per gli impianti all’esterno; insomma, una vera e propria industria dove poter fabbricare tutto l’occorrente, compresi ovviamente i vari macchinari (dinamo, alternatori) necessari a produrre energia. Per il filamento, Cruto interviene depositando sopra un filo di platino finissimo del carbonio – precedentemente percorso da una corrente elettrica in grado di portarlo allo stato rovente – in un’atmosfera di idrogeno bicarbonato (etilene). A questo punto ricava uno spessore di carbonio delle dimensioni e forme desiderate per ottenere una resistenza elettrica, dopo di che, aumentando la corrente elettrica, il filo di platino per surriscaldamento si volatilizza e la sua copertura, o rivestimento, assume la funzione di filamento (di carbonio purissimo).

Anziché presentare impurità e casualità nella dimensione, processo inevitabile partendo da fibre naturali, la grafite di Cruto era pura e ottenibile nelle dimensioni desiderate. Tale superiorità venne riconosciuta nel 1893 dalle esperienze compiute nel Laboratorio di Fisica del Politecnico di Zurigo sotto la direzione del prof. Weber, docente di Einstein. Intanto nel 1885 nasceva ad Alpignano (TO) la prima Fabbrica di Lampade elettriche prodotte da Cruto.

Nel frattempo anche il geniale Edison, sostenuto, a differenza di Cruto da una poderosa struttura finanziaria, fabbrica le sue lampade il cui filamento è ottenuto carbonizzando chimicamente fibre naturali, in particolare cotone: intende cioè ottenere il filamento di carbonio da elementi esistenti in natura (per questo motivo il prodotto ottenuto da Cruto si può a giusto titolo definire il primo ad essere interamente artificiale). L’intensa attività di ricerca di Edison viene condotta nei laboratori di Menlo Park in California dove gli aspetti tecnologici sono affrontati congiuntamente; in pratica propone un sistema di illuminazione in cui tutti i componenti, dal generatore alla rete di distribuzione e alle lampade a incandescenza, siano progettati per formare un complesso di apparati compatibili, allo scopo di configurare una nuova attività economica: la produzione centralizzata dell’elettricità per illuminazione. Edison rappresenta dunque il primo imprenditore capace di applicare i principi della produzione di massa al processo dell’invenzione ed è proprio questo aspetto a renderlo celebre.

Rimaneva da definire la “divisibilità della corrente” in modo che tutte le lampade collegate a un generatore fossero alimentate con corrente della medesima intensità, indipendentemente dalla loro distanza e non risentissero dell’inserimento o dell’esclusione di altre lampade del circuito. Il nuovo sistema, quindi, oltre all’efficienza doveva risultare commercialmente valido e competitivo nei confronti del gas illuminante. Per far si che tutto ciò potesse svilupparsi risultava determinante localizzare le centrali di produzione in aree con un’elevata densità di potenziali consumatori: questo fu uno dei principali obiettivi su cui si concentrarono gli sforzi delle grandi città affinché la luce elettrica potesse finalmente diffondersi senza più ostacoli.

In ambito nazionale l’impianto termoelettrico milanese di via Santa Radegonda, entrato in servizio nel giugno del 1883, è comunemente indicato come la prima centrale elettrica sorta in Europa anche se nella letteratura anglosassone tale prerogativa viene assegnata all’impianto londinese di Halborn Viaduct, di qualche mese precedente, per cui la fabbrica milanese andrebbe più correttamente intesa come la prima centrale elettrica dell’Europa continentale. Entrambi gli stabilimenti europei furono preceduti di pochissimo dall’entrata in servizio della centrale di Pearl Street a New York, ma al di là di considerazioni di tipo nazionalistico, quello che risulta più interessante è che le applicazioni dell’elettricità nella città di Milano si concretizzarono in contemporanea a quelle americane e con due anni di anticipo rispetto a quelle di Berlino. L’Italia, come emerge, svolse quindi un ruolo da protagonista non solo nello sviluppo della lampada elettrica ma anche nella realizzazione delle prime centrali deputate alla produzione della nuova energia.

L’illuminazione elettrica dalla lampada ad arco alla lampada a filamento di carbonio

Parte II

Si arrivò a una parziale definizione “dell’arco” grazie alla messa a punto, intorno agli anni Settanta dell’Ottocento, del generatore di Gramme: una sorta di dinamo realizzata con una meccanica solida e duratura, in grado di costituire il primo generatore elettrico funzionante in modo continuativo senza il rischio del surriscaldamento. Accoppiate con macchine a vapore, queste dinamo rappresentarono l’elemento indispensabile per la nascita dei primi sistemi di illuminazione elettrica ad arco. Da ricordare che nel 1873 fu proprio la fabbrica parigina di Gramme la prima ad essere illuminata con questo sistema.

Quando nel 1876 il telegrafista russo Jablochkoff mise finalmente a punto una lampada alimentata a corrente alternata, e l’anno seguente si provvide a illuminare la Gare de Lyon a Parigi con 12 lampade collegate ad un unico generatore, fu evidente come non esistesse più alcun vincolo alla diffusione dell’illuminazione elettrica. Si era ormai ottenuta una fonte di energia luminosa, intensa e relativamente costante, benché rimanessero inconvenienti di non poco conto come la necessità di una frequente sostituzione degli elettrodi degli archi e la difficoltà di assicurare la medesima intensità del flusso luminoso alle numerose lampade collegate in serie. In più rimaneva irrisolto il problema dell’illuminazione elettrica degli ambienti di dimensioni ordinarie dove la lampada ad arco era poco utilizzata per la sua eccessiva potenza, mentre il gas era sempre più temuto quale possibile causa di incendi e per la sua tossicità in caso di fughe.

La soluzione del problema consisteva nell’avviare uno studio specifico per l’applicazione di lamine al carbonio all’interno delle lampade (il fenomeno fisico per cui un oggetto, portato a elevate temperature, emette luce è chiamato incandescenza; il termine deriva dal latino candescere, ovvero “diventare bianco”).

Il 24 maggio 1879 il piemontese Alessandro Cruto, coetaneo dell’americano Thomas Edison e suo concorrente nell’invenzione della lampadina elettrica, si recò al Museo Industriale di Torino per assistere alla conferenza del prof. Ferraris sull’illuminazione con la lampada a incandescenza: Edison era riuscito a realizzare la prima lampada a filamento, ma di scarsa efficacia in quanto lo stesso filamento aveva brevissima durata (solo poche ore). Ferraris espresse apertamente il suo timore che la lampada elettrica a incandescenza avesse poca o nessuna probabilità di trovare applicazione nell’illuminazione delle città in quanto, nonostante la soluzione teorica del problema fosse stata già raggiunta da un trentennio, mancava ancora un filamento in grado di resistere alla temperatura di incandescenza. Cruto, autodidatta geniale, dotato di una straordinaria attitudine per la chimica e la fisica, fece proprie le considerazioni di Ferraris e da quel momento nel suo “laboratorio” di Piossasco lavorò incessantemente per raggiungere un unico obiettivo: realizzare filamenti di carbone idonei. Come lui stesso spiega, dovevano essere costituiti di carbonio puro, del diametro di cinque centesimi di millimetro, esattamente uguali tra loro, elastici ma non troppo fragili, dotati di resistenza elettrica e di capacità luminosa.

L’illuminazione elettrica dalla lampada ad arco alla lampada a filamento di carbonio

Parte I

Fino all’inizio del XIX sec. l’unico mezzo per produrre elettricità era costituito dalle “macchine a strofinio”, apparecchi elettrostatici capaci di generare scariche, che non erano però in grado di produrre correnti apprezzabili, se non per pochi attimi. La situazione cambiò radicalmente con la pila di Volta che, seppure di modesta intensità e differenze di potenziale, permise di ottenere correnti più costanti. Queste furono le premesse affinché i fenomeni elettrici cessassero di essere solo curiosità e chiacchiere da salotto.

Nel giro di qualche decennio l’improvvisa disponibilità di corrente elettrica avrebbe portato alla nascita di un nuovo settore industriale capace di sovvertire non solo gli aspetti della vita quotidiana, ma le stesse condizioni della produzione. Il rapporto tra la messa a punto dell’apparecchio di Volta – il primo rudimentale generatore di corrente continua – e la possibilità di ottenere luce dall’elettricità fu quasi istantaneo.

Già nel 1802 il chimico inglese Humphry Davy si era occupato della scintilla prodotta fra le estremità della pila di Volta e, utilizzando una batteria di pile composta da 2000 elementi (ospitata in un sotterraneo), aveva scoperto che se al posto dei filamenti metallici – colpevoli di causare la chiusura dei circuiti – si utilizzavano elementi di carbonio ben calcinato, la scintilla appariva più intensa e più luminosa. Questo arco elettrico, definito perciò “arco voltaico” divenne oggetto di molteplici studi tanto che già nel 1845, grazie ai primi successi nella costruzione della lampada ad arco, fu tentato il lancio dell’illuminazione elettrica su scala commerciale. Il tentativo fu destinato al fallimento poiché la manutenzione delle ingombranti batterie di pile necessarie alla produzione della corrente risultava troppo costosa.

La prima lampada ad arco per applicazione commerciale venne messa a punto da Staite nel 1853, mentre quella di Crompton, con due archi e un meccanismo di regolazione semplificato, permetteva una maggiore efficienza. In sostanza la lampada ad arco consisteva nella presenza di due elettrodi, solitamente di carbonio (grafite) tra i quali era presente una differenza di potenziale elettrico, sia in corrente continua che in corrente alternata. Gli elettrodi venivano inizialmente messi in contatto e successivamente separati per creare l’arco. L’emissione luminosa che ne scaturiva era particolarmente intensa e bianca, molto vicina allo spettro solare, anche se piuttosto instabile e ricca di raggi ultravioletti. Tali caratteristiche la resero ideale per illuminare fari marittimi e spazi ampi come gli stabilimenti industriali. Venne usata anche per l’illuminazione pubblica sia montata su pali e mensole in fusione di ghisa, sia con installazione al centro della strada tramite sospensione su fune tesata. La lampada ad arco ebbe grande diffusione tra gli anni 1880-1920 giocando un ruolo trainante nello sviluppo dell’industria elettrica. Era l’epoca in cui il confronto fra la nuova tecnologia e quella legata al gas approdò spesso ad aspri conflitti, diatribe e contenziosi, soprattutto tra i pionieri dell’elettricità e le Società del Gas che non intendevano perdere il loro monopolio. Della lampada ad arco si interessò anche l’ingegnere elettrico serbo Nikola Tesla, ricercatore visionario e instancabile le cui invenzioni rimangono pietre miliari di quella “rivoluzione elettrica” che raggiunse il suo apice alla fine del XIX secolo.