...un luogo per parlare di architettura, green, arredo urbano, Romagna e tanto altro...

C’è un quartiere, ad Osaka, che rappresenta una delle zone più all’avanguardia della metropoli giapponese, soprattutto in fatto di moda, musica e tendenze giovanili.
Il suo nome è AMERIKA-MURA, letteralmente “villaggio americano”, in quanto ha iniziato a svilupparsi negli anni ’70 del secolo scorso grazie ai tanti negozi che vendevano prodotti americani d’importazione.
Oggi non si vende e non si acquista più solo “made in USA”, ma la fama di tutto ciò che è a stelle e strisce rimane. Basta farci un giro per rendersene conto: tra gli alti edifici appare improvvisamente anche la riproduzione della Statua della Libertà e l’effigie di King Kong, piazzata agli angoli degli shop, osserva minacciosa i passanti, non importa se residenti o turisti.
Tutto sembra gravitare attorno a Sankakukoen che non è uno scioglilingua, ma il punto di ritrovo più gettonato, un parco triangolare che di parco in senso stretto ha ben poco, trattandosi di un’area urbana, o meglio di una giungla urbana, che ospita caffè, gallerie, opere di street art, negozi di abbigliamento, libri, dischi e locali notturni di musica rock e hip-hop.
E a proposito di notte, quando è lei a prendere il sopravvento, le strade che convergono qui da ogni direzione cambiano pelle e si accendono di luci dai mille colori e dalle mille forme. Alcune di esse – in assoluto le più originali – assumono anche forme umane.


Si avete capito bene, proprio così, perché solo in questo luogo i lampioni stradali appaiono come uomini stilizzati, una sorta di “uomini luce” dotati di una testa/sfera luminosa che poggia su un esile corpo d’acciaio rivestito di mille tonalità.
Dislocati in una cinquantina di punti, sembrano osservare incuriositi dall’alto i loro simili in carne ed ossa che, in abiti punk o all’ultima moda, popolano e vivono questo magico quartiere dall’atmosfera rilassata e festaiola che si ispira e rimanda ancora oggi all’altra parte dell’oceano.

Quando i treni funzionavano a vapore, assieme alle merci e ai passeggeri viaggiavano anche le scorte d’acqua e di combustibile (legna, carbone). Queste erano collocate all’interno del tender, una carrozza appositamente dedicata e inscindibile dalla macchina, al punto che solo la loro combinazione definiva la locomotiva; qualora le scorte non fossero stivate su un vagone separato, bensì sulla macchina stessa, si parlava, invece, di locomotiva-tender.
La quantità di combustibile era sempre maggiore di quella dell’acqua necessaria alla vaporizzazione; pertanto, il rifornimento idrico risultava più frequente di quello del carbone e veniva effettuato mediante le cosiddette colonne idrauliche, o gru idrauliche ordinarie, termine utilizzato nell’Ottocento.

Poste accanto a un binario di sosta di un deposito locomotive o di una stazione ferroviaria, ma anche lungo la linea – sulla rete delle Ferrovie dello Stato erano presenti a una distanza di 25 km l’una dall’altra – le colonne idrauliche sono manufatti in fusione di ghisa composti da una parte verticale a struttura tubolare fissa e da un lungo braccio girevole orizzontale che termina con un raccordo curvo e rastremato verso il basso allo scopo di convogliare l’acqua nei serbatoi dei treni.


In cima un dispositivo luminoso di segnalamento, alloggiato dentro a una lanterna, ne indicava la posizione a distanza, dato che il braccio aperto interferiva con la larghezza limite dei treni. Sulla pavimentazione, accanto alla colonna, un rubinetto a saracinesca azionato manualmente da un volante consentiva, invece, la fuoriuscita e il successivo arresto dell’acqua.

In Italia le colonne idrauliche sono rimaste in attività fino agli anni Settanta del secolo scorso, in concomitanza con la fine del servizio fornito dai treni a vapore. Oggi sono state quasi tutte disinstallate e le poche che sopravvivono versano in cattivo stato di conservazione, vittime dell’incuria, del degrado e dell’ossidazione del metallo che contribuisce inevitabilmente alla loro progressiva distruzione.
Un caso isolato ha riguardato il ripristino di quattro esemplari sulla “Transiberiana d’Italia”, ufficialmente conosciuta come Ferrovia dei Parchi, rimessa in funzione esclusivamente a scopo turistico. Dal 2023, in occasione dei 126 anni dell’apertura della storica linea Sulmona-Isernia, questi “fortunati” esemplari sono tornati in attività per rifornire d’acqua la locomotiva a vapore che si inerpica sulle montagne del Parco della Majella sbuffando tra borghi e paesaggi mozzafiato.
Read MoreUn alternarsi verticale di frecce e lance collegate tra loro da traverse e archi orizzontali, il cui ritmo è scandito da pilastri ornati con motivi venatori.
La “cancellata di Villa Garibaldi” in piazza Marina a Palermo è una splendida opera monumentale progettata dall’architetto Giovan Battista Basile – autore anche dell’esotico giardino pubblico racchiuso al suo interno – e fusa in ghisa dalla rinomata Fonderia Oretea, di proprietà dei Florio, che proprio per questa commessa ricevette in più di un’occasione le congratulazioni da parte dello stesso Basile.

Si tratta di una recinzione di forma quadrangolare che si compone di 98 pannelli, uguali per ognuno dei quattro lati, e 6 cancelli ai cui lati sono inseriti 12 elementi di raccordo (tra pannello e cancello) aventi la funzione di colmare le lacune causate dalla forma irregolare del quadrilatero e dalla diseguaglianza dei lati.[1] Nel 1863 l’architetto palermitano la disegnò ispirandosi al bosco artificiale sorto nel ‘500 su quest’area paludosa a seguito di un importante intervento di bonifica. Il luogo venne popolato da pernici e conigli, ma anche daini, volpi, lupi e cinghiali che in occasione di eventi solenni potevano essere cacciati e uccisi.

Si spiega così il motivo dell’inconsueta simbologia che contraddistingue gli elementi più belli e particolari dell’opera. Tra tutti i montanti della recinzione, fusi in ghisa in un unico pezzo, a conferma dell’abilità raggiunta dall’Oretea che grazie ai Florio era diventata in quegli anni uno stabilimento di prim’ordine. I montanti, infatti, presentano: una testa di cinghiale a sbalzo, sulla base; un decoro a forma di pigna con motivi che richiamano il tema della caccia,sulla fascia centrale (conigli e volatili a testa in giù e borse da cacciatore); un’anfora dal collo stretto e allungato, che doveva sostenere originariamente i corpi illuminanti, sulla sommità.
Molto eleganti appaiono anche gli elementi di raccordo a forma di scudo con corda intrecciata, sorretti da una coppia di serpenti avvinghiati ai montanti del pannello e del cancello.


Non è
ancora chiaro di quale colore fosse in origine la cancellata. Sicuramente in
alcuni periodi dovette essere verde, come attestano tracce di vernice ritrovate.
Mentre, su documenti contabili redatti dal Basile durante la direzione dei
lavori, si farebbe riferimento a un “color pulce”, ovvero una gamma
cromatica a metà strada fra un rosso-marrone e un rosso-purpureo.

[1] Per collocare il giardino al centro della piazza, Basile dovette affrontare molte difficoltà, dovute principalmente alla forma quadrilatera irregolare, al non perfetto allineamento degli edifici sui quattro lati dell’area e al consistente dislivello tra i vertici della piazza stessa. Tali irregolarità influirono inevitabilmente anche sulla progettazione e sulla successiva costruzione della cancellata.
Read MoreIl suo disegno di un chiosco per la musica che ospita un violinista e un’ammiratrice, rappresenta una delle icone più celebrate dell’amore romantico.
L’edificio in questione esiste davvero! Nel 1942 l’illustratore francese Raymond Peynet [1] si fermò a Valence per lavoro e mentre era seduto su una panchina, di fronte al chiosco musicale della città, la sua vita giunse ad una svolta. Immaginò un violinista dai lunghi capelli che suonava da solo e una ragazza che lo ascoltava rapita: erano nati gli “amanti di Peynet”.
L’illustrazione ebbe un successo immediato e la sua popolarità fu tanto improvvisa quanto duratura. I due giovani hanno viaggiato in lungo e in largo per tutto il mondo, comparendo su libri, cartoline, francobolli, porcellane; e ancora: medaglie, capi d’abbigliamento, statue.

Nel 1966, alla presenza dell’autore stesso, il chiosco musicale di Valence è stato ufficialmente nominato Chiosco Peynet e in seguito classificato come monumento storico.
Progettato nel 1890 da Eugène Poitoux (scultore e architetto degli spazi civili e militari di Valence) in sostituzione di un precedente palco per orchestra risalente al 1862, il chiosco si compone di 8 pilastri in ghisa sormontati da un tetto in fusione di zinco decorato con lire.


Il risultato è un’architettura raffinata, di straordinaria fattura, ubicata sulla spianata del Campo di Marte dove, col trascorrere del tempo, ha acquisito il titolo di monumento più famoso ed emblematico di questa bella città della Francia meridionale.

Per chi fosse interessato
ad approfondire la conoscenza dei chioschi per la musica – l’elemento più
affascinante e fantasioso dell’arredo urbano – può consultare –
Arredo & Città, la rivista
semestrale edita dalla Fondazione Neri, nn. 1 e 2, 2005.
[1] Nato a Parigi nel 1908 fu ammesso all’età di quindici anna alla Scuola delle Arti Applicate all’industria. Lavorò per un’agenzia pubblicitaria disegnando etichette di profumi, scatole di cioccolatini e realizzando varie pubblicità. Successivamente iniziò a pubblicare i suoi disegni nei giornali parigini, come Le Rire, Rire à deux, Paris Magazine, Le Boulevardier. La definitiva consacrazione arrivò nel 1942 con l’illustrazione dei due giovani amanti ambientata nel chiosco di Valence.
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26 lettere per la Storia dell’illuminazione nell’Ottocento. È il titolo dell’ultimo numero di Arredo & Città consultabile online. Dopo il primo numero del 2025, dedicato alle tre sedi espositive della Fondazione Neri, questa seconda pubblicazione traccia una sintesi della storia dell’illuminazione del XIX secolo assumendo come riferimento le lettere dell’alfabeto: per ciascuna di esse sono state individuate altrettante parole attraverso le quali viene ricostruito un quadro storico e tipologico dei manufatti in ghisa, del loro uso e del valore che ancora oggi rivestono.

Si è trattato di un’epoca particolarmente importante, contrassegnata da molti cambiamenti, tra i quali l’avvento dell’industrializzazione, del gas e poi dell’energia elettrica, la nascita delle arti applicate (oggi definite con un termine più moderno, design).
L’innovazione era all’avanguardia e tutti gli stimoli da essa prodotti hanno in qualche modo trovato spazio nella nostra trattazione, che ha cercato di essere nel suo insieme il più possibile originale e interessante.
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